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Prospettive sul cristianesimo: da annuncio salvifico universale, a semplice episodio della storia umana?

aprile 27, 2014 • Cultura e Società, z in evidenza

Papi-concistoro

di Giuseppe Bonazzi*

Il Cristianesimo è l’ unica tra le grandi religioni a fondarsi sulla credenza di un intervento diretto e salvifico di Dio in un preciso momento della storia umana. Il messaggio che Dio, spinto da solo amore per le sue creature, ha inviato suo figlio in terra ad annunciare il Regno dei Cieli e a morire in croce per redimere l’umanità dal peccato e salvarla dalla perdizione , è apparso talmente originale, drammatico e potente da scalzare nel giro di tre secoli le preesistenti mitologie religiose. La genialità di quel messaggio ha dato vita a una religione ormai bimillenaria e alla fioritura di un immenso immaginario visibile soprattutto nel campo delle arti. Ma proprio ciò che agli inizi è stata la forza irresistibile del Cristianesimo oggi appare una debolezza che ne corrode alle fondamenta la credibilità.

A partire dal ‘700 si sono formati principali due ordini di confutazione del Cristianesimo. Il primo, di natura filosofica, contrappone visioni che, per quanto diversissime tra loro, hanno in comune di negarne alla radice verità e validità (tipicamente Voltaire, Marx, Nietzsche). Il secondo ordine, di natura storico-filologica, ha sviluppato un’ analisi critica dei testi protocristiani volta a porne in luce contraddizioni, incongruenze e aspetti mitici. I due ordini di confutazione offrono una grande quantità di argomenti a chi già non crede o è incline a dubitare . Essi tuttavia non mettono in crisi la fede dei credenti che li rifiutano in blocco oppure, pur accettandone alcuni – soprattutto della critica storico-filologica – li considerano marginali e poco rilevanti. Questi diversi effetti possono essere facilmente spiegati in termini di consonanza cognitiva: quelle confutazioni rafforzano le convinzioni di chi è già d’ accordo con loro ma non scalfiscono il nucleo essenziale di convinzioni di chi crede.

Negli ultimi decenni si è sviluppato però un terzo ordine di argomenti che sollecita a ripensare le fondamenta della fede e a interrogarsi sulla sua natura e il suo significato. Esso trova un eco in alcune considerazioni che il futuro papa Ratzinger sviluppò negli anni ’60 quando osservava che “ gli studi recenti hanno stabilito che la storia dell’uomo ha avuto inizio circa mezzo milione di anni fa tanto da far apparire i quattro mila anni di storia biblica come un puntino “ (p.69, 1968). Aggiungeva che i cristiani sono ormai una minoranza nel mondo e ciò lo portava ad affermare che la fede in Cristo è una via privilegiata ma non esclusiva alla salvezza, allontanandosi così dalla tradizionale e ristrettiva interpretazione dell’extra Ecclesiam nulla salus.

Le considerazioni del giovane Ratzinger invitano a riflettere su come la cosmologia imperante all’inizio dell’Era Volgare (conservatesi in alcune parti fino ad epoca recente) abbia condizionato l’elaborazione dogmatica del primitivo messaggio evangelico. L’aspetto fondamentale da sottolineare è la concezione estremamente ridotta che gli antichi avevano delle dimensioni spaziali e temporali dell’ universo . A livello spaziale, la visione tolemaica che poneva la terra al centro dell’ Universo , con il sole e i pianeti che le girano intorno, favoriva la convinzione che l’uomo fosse una creatura privilegiata, naturale oggetto di amore e di attenzione provvidenziale da parte del Creatore (si ricordi che nel febbraio del 1600 Giordano Bruno fu arso vivo perché, tra le sue varie eresie, sosteneva l’ infinità dell’ universo).

A livello temporale era convinzione diffusa che l’uomo, ultimo arrivato nella creazione, fosse comparso non più di quattro-cinquemila anni prima di Cristo (ancora nel 1654 l’arcivescovo anglicano James Hussher argomentava su fonti bibliche che il mondo era stato creato il 23 ottobre 4004 A.C. alle 9 precise del mattino…). Geocentrismo del sistema solare visto come universo, storia umana cortissima e assenza di qualsiasi ipotesi evoluzionista costituivano nel loro insieme il “paradigma” scientifico in cui fu accolto il racconto evangelico. Quelle ristrette coordinate spazio-temporali formavano una cornice cognitiva in cui il dramma di vita, morte e resurrezione di Gesù Cristo acquistava piena plausibilità. Il senso salvifico del dramma era dato proprio dalla sua centralità all’interno di quelle coordinate : tutto l’universo e tutta la storia umana ruotavano intorno al sacrificio del figlio di Dio, e tale sacrificio appariva provvidenziale e comprensibile proprio grazie alla sua unicità cosmica.

Come stabilito dal Sinodo di Cartagine (418 D.C. ) e un millennio dopo proclamato dogma dal Concilio di Trento (1546), il sacrificio di Cristo sulla croce redimeva l’ umanità dal peccato originale che da Adamo – primo uomo realmente vissuto – si trasmette a tutta la progenie umana nell’atto del concepimento. Non va infine trascurata l’aspettativa, diffusa nei primi secoli del Cristianesimo che fine del mondo e giudizio universale fossero imminenti, con la seconda e definitiva venuta di Cristo in terra a salvare gli eletti e condannare i reprobi. Anche quando l’evidenza obbligò ad accantonare quell’ aspettativa, restò implicito che il Cristianesimo fosse in saecula saeculorum l’ unica vera e definitiva religione.

Di quella visione del mondo oggi non resta più nulla. Come la scomparsa della cornice originaria di un’opera d’arte obbliga a ridefinire il senso e la validità di quest’ ultima, così l’ avvento di nuovi paradigmi scientifici sollecita a domandarsi che cosa resta della costruzione teologica del Cristianesimo, in particolare nella sua versione cattolica. Noi oggi sappiamo che:

a) la Terra è minuscolo globo alla periferia di una galassia con centinaia di miliardi di stelle, e nell’universo osservabile esistono milioni di galassie;

b) l’ evoluzione delle specie è la cifra interpretativa di ogni forma di vita;

c) varie popolazioni ominidi esistettero prima e durante la comparsa dell’ homo sapiens ;

d) l’ homo sapiens è comparso sulla terra tra i 400 e i 200 mila anni fa ;

e) esistono gli strumenti per distinguere rigorosamente la narrazione storica da quella mitica.

Queste novità hanno obbligato la Chiesa Cattolica a modificare alcuni punti della dottrina tradizionale. E’ stato “abolito” il limbo dove si pensava che finissero le anime dei bambini innocenti e delle persone rette non battezzate. Immaginato come luogo residuale , la Chiesa si è resa conto che era divenuto il luogo in assoluto più popolato post-mortem. Anche quelle anime, ammise, possono accedere al Paradiso, con l’immediato effetto che la Chiesa perde il monopolio della salvezza eterna: battesimo e fede cristiana non sono più conditio sine qua non ma soltanto una via privilegiata per salvarsi. Ciò significa riconoscere che mussulmani, buddisti, induisti, ecc. possono entrare nel paradiso cristiano se si sono comportati rettamente nella vita terrena osservando i precetti della loro religione (e di conseguenza anche rifiutando la conversione al cristianesimo).

Ma la modifica in assoluto più sofferta e più gravida di conseguenze sta nel riconoscere il carattere mitico-simbolico del racconto biblico per quanto riguarda Adamo ed Eva, il peccato originale e la cacciata dal Paradiso Terrestre. Questo riconoscimento porta dritto al corollario che non è più possibile sostenere l’esistenza di un nesso tra le conseguenze negative del peccato originale commesso da Adamo – evento mitico- e la Redenzione da parte di Gesù Cristo risorto – evento che si pretende storico. Finché non si distingue tra storia e mito appare plausibile che il sacrificio sulla croce abbia redento l’umanità dal peccato originale, entità da accettare per fede. Ma non appena si compie quella distinzione, si pone il problema gigantesco del perché il Figlio di Dio abbia dovuto (o voluto?) sacrificarsi sulla croce.

Numerosi teologi trovano la risposta nel reinterpretare il peccato originale come la presenza del male nel mondo: male che nasce dalla libera scelta umana di cedere alla tentazione del peccato. Il sacrificio sulla croce è quindi spiegato come atto di amore da parte di Dio che offre all’uomo la possibilità di redimersi (Agnus Dei qui tollis peccata mundi). Sennonché dopo quel sacrificio la presenza del male in terra non è diminuita, anzi è semmai paradossalmente aumentata con le guerre, l’odio e il fanatismo provocato dalla stessa religione.

Come dice Papa Ratzinger (2008) il “fiume sporco della storia” continua a scorrere con il suo carico di violenza e di peccato. Ma allora, se l’efficacia della Redenzione, dissolta sul piano mitico, non trova conferma sul piano della storia umana, su quale piano agisce ? Ratzinger tenta una risposta quando scrive che “ il desiderio che il mondo sia cambiato e la promessa che sarà creato un mondo di giustizia, di pace, di bene è presente dappertutto “ (2008). Questi accenti al contempo millenaristici e intimistici suggeriscono che la liberazione dal male sia da ricercarsi in interiore homine, là dove agisce la Grazia.

Ma il cosiddetto rasoio di Ockham ci ricorda che non è corretto invocare una causa maggiore quando una minore è sufficiente a spiegare un fenomeno: nel nostro caso se tutto avviene unicamente nell’ intimità del cuore umano, non è necessario che il Gesù di Nazaret crocifisso sul Golgota sia “ontologicamente” il Figlio di Dio, dato che per sentirsi in stato di grazia è sufficiente una pratica etico-religiosa ispirata alla certezza soggettiva che sia così. Con una metafora si potrebbe dire che la Redenzione può perdere lo status di “medicina” dotata di proprietà intrinsecamente curative purché conservi quello di effetto placebo: beato chi ci crede . Proprio nel Vangelo a proposito della “prova” richiesta da Tommaso apostolo si legge : beato chi crede senza avere visto. Questo messaggio acqueta le anime semplici , confortate dalla credenza che la Redenzione provenga dall’ infinito amore che Dio porta per le creature umane.

Ma i credenti che usano la ragione si trovano esposti a dubbi crescenti: che cosa è l’amore se non un sentimento umano per eccellenza? E nell’ amore di Dio per gli uomini non fa forse capolino quella visione antropomorfica della Divinità nata nell’ antica cosmologia ? Solo un universo breve e ristretto offre un naturale habitat all’idea di un Dio provvidenziale nel cui misterioso disegno si collocano le sue creature. Sennonché le moderne conoscenze scientifiche, insistendo tanto sull’ infinitezza dell’ universo quanto sull’ assoluta casualità e precarietà della vita sul nostro pianeta, hanno distrutto quella che Monod chiama l’illusione antropologica: nulla ci garantisce da catastrofi che possono provocare milioni di morti, addirittura la scomparsa della specie umana dalla terra.

Quelle conoscenze avvertono che un Dio amorevole non è che il riflesso del bisogno umano di rassicurazione: bisogno che a sua volta si può interpretare come un semplice effetto evolutivo dell’homo sapiens. Il contrasto tra fede e ragione provoca una dissonanza cognitiva che molti credenti tentano di ridurre adottando un regime di doppia verità, ponendo in un canto le questioni teologiche e limitandosi a un agire ispirato ai precetti evangelici. Se un tempo una solida fede conduceva all’ impegno nel mondo, ora è l’impegno a retroagire alimentando una fede vacillante. Dal suo canto la Chiesa è consapevole di operare in un mondo in cui il calo di credibilità, o quanto meno di interesse per la sua secolare costruzione teologica, non fa venir meno un confuso bisogno di religione. Di qui l’ enfasi sull’infinito amore di Dio che offre alla Chiesa tre vantaggiose linee di azione:

1. Urbi et orbi: permette un facile accesso a moltitudini molto più ampie del suo gregge, ma ugualmente assetate di speranza, giustizia e conforto spirituale: in una parola, amore .

2. Al popolo dei fedeli : distoglie l’ attenzione dalle imbarazzanti difficoltà teologiche in tema di salvezza esortando ad affidarsi con umiltà e fiducia agli imperscrutabili disegni del buon Dio.

3. Alla comunità dei teologi: stimola ad affrontare scottanti problemi aperti di natura etico-sociale dando meno rilievo alla teologia dogmatica.

All’inizio del terzo millennio la Chiesa sembra entrare nell’era di un Cristianesimo minimalista sul piano dogmatico ma impegnato sul piano dell’agire pratico come testimonianza evangelica. Va in questo senso la svolta impressa da Papa Francesco. La sua popolarità nasce dal fatto che oltre a depurare la Chiesa da incrostazioni affaristiche e di potere , parla con parole di buon senso e inconsuete come tenerezza, rispetto per i diversi , parsimonia, semplicità di cuore e di vita. Il suo suona come un Cristianesimo benevolo ed emozionale, sensibile a risvolti scomodi o insoliti del Vangelo, aperto ai bisogni morali e materiali dei più deprivati. Evitando il più possibile richiami all’ortodossia si può dire che per Papa Francesco la Fede si incarna in Speranza e Carità.

Molti credenti e non- credenti simpatetici con questa svolta sono portati a salutarla come la spinta verso un Cristianesimo rinnovato e definitivamente uscito dalla millenaria illusione di avere vinto. Altri spiriti più inquieti, spingendo lo sguardo nel futuro, si domandano se la svolta non sia destinata ad apparire ex post come l’ultima fase in un lento tramonto: ridotte all’osso le bardature teologiche resta soltanto l’esortazione al “buon fare” sorretto dalla fede in un Dio amoroso. Che cosa sarà del Cristianesimo non soltanto tra cinquanta o cento anni, ma tra mille, due, mila, tre mila anni? Ovviamente la domanda non ha risposta ma il semplice fatto di porla ha l’ effetto di ricordarci che tutti gli eventi storici hanno un principio e una fine. Agli occhi di un’ umanità – forse post-umanità che non riusciamo neppure a immaginare – il Cristianesimo probabilmente apparirà come null’altro che un lontano episodio accaduto in uno stadio primordiale nella storia umana.

 * Giuseppe Bonazzi

Sociologo, nato a Torino nel 1932, è professore emerito presso l’Università degli Studi di Torino.Nel 1954, fresco di laurea in filosofia, svolge supplenze in alcuni licei cittadini. Nel frattempo si avvicina al movimento operaio ed entra nell’Ufficio Studi della Camera del Lavoro dove effettua le prime “discese sul campo” nel mondo delle fabbriche torinesi. Nel 1957 è assunto come ricercatore presso l’ IRES Piemonte. Nel tempo libero compie per suo conto alcune ricerche empiriche, pubblica articoli e libri. Nel 1968, conseguita la libera docenza, ottiene l’incarico di Sociologia dell’Organizzazione presso la Facoltà di Scienze Politiche a Torino. Nel 1975 vince la cattedra presso la medesima Facoltà e la ricopre fino al 2007 quando esce di ruolo. Negli anni ’80 è chiamato a dirigere l’IRES e vi conduce una ricerca sulla riconversione lavorativa dei cassaintegrati, ma ben presto si dimette per contrasti con la dirigenza politica dell’Istituto. Negli anni ’90 è stato Segretario della Sezione Economia Lavoro Organizzazione dell’Associazione Italiana di Sociologia. Ha diretto la Rassegna Italiana di Sociologia (2003-2006) ed è stato Direttore del Dipartimento di Scienze Sociali (2002-2007). Spesso pionieristico nella scelta dei temi di indagine, ha progressivamente orientato i suoi interessi verso la ricerca etnografica, l’antropologia e la scrittura creativa. Di recente ha diretto una ricerca con metodo shadowing sulla sicurezza clinica in alcuni ospedali di una grande città nel nord d’ Italia.

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One Response to Prospettive sul cristianesimo: da annuncio salvifico universale, a semplice episodio della storia umana?

  1. paolo guttadauro ha detto:

    ma anche no!
    Nell’orizzonte degli eventi si può certo ipotizzare un “dissolvimento” del Cristianesimo come anche un sua capillare espansione, come ad esempio avvenne nei primi tre secoli.
    Apprezzo il suo bell’articolo; dissento soltanto da quel “probabilmente” finale.
    tanti cari saluti

    paolo guttadauro

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