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Innovazione e impresa pubblica, il progetto per la Sardegna.

aprile 16, 2014 • Economia, z in evidenza

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A Sassari la sesta tappa del think tank promosso dal Formez.

 “La crisi è anche un’occasione per lasciare un vecchio modello e intraprendere nuovi cammini

sconosciuti. La nostra Regione ha potenzialità spesso inespresse che possono contribuire a creare un sistema più forte.”.

 L’incipit di Costanza Cuncu, coordinatrice di attività, ha avviato lo scorso undici aprile alla sala congressi della Camera di Commercio di Sassari il sesto appuntamento di un think tank itinerante nell’isola. Promosso con il progetto “I’m Sardegna”, sostenuto dal Fondo Sociale Europeo 2007-2013 Asse IV, realizzato con il contributo di Formez Pa.

Il ciclo di eventi, sviluppati con laboratori, workshop, dibattiti, incentiva un luogo idoneo ad anticipare scenari futuri di sviluppo, studiandone precondizioni e ricadute nell’ecosistema dell’innovazione.

 Proprio su quest’ultimo termine si è soffermato Nicola Pirina, consulente scientifico del progetto e moderatore dell’incontro. “Non è innovazione tutto ciò che è preceduto da e- …” – attacca il giovane ricercatore, riferendosi alla comunicazione main stream, molto abusata nel luccichio di un lessico giovanilistico e smodatamente anglofono. Mentre si può già parlare di “web 3.0” il divario digitale si accresce. Il futuro della pubblica amministrazione poggia su un assetto strategico, la formazione.

In tale contesto innovare significa “formare la macchina amministrativa nel mondo che cambia.

C’è una difficoltà ad essere compresi (da parte di molti lavoratori, pubblici e non – ndr) su ciò che si vuole fare” – prosegue Pirina.

Il rispetto dei tempi nel lavoro, nell’applicare nuove metodologie, è una forma di innovazione: non cercare antagonismo quanto perseguire un’associazione bilaterale.

Analogamente ci si chiede anche quanti fiumi d’inchiostro e convegni saranno necessari a scorgere la managerialità nella P.A.: coniugare il sapere con il “saper fare”.

Una metafora provocatoria è lanciata nell’associazione immaginaria di due luoghi distanti fra loro mondi diversi. Sopravvissuti, con reazioni e rilanci opposti, a due diverse catastrofi: Fukushima e L’Aquila.

Il primo relatore della giornata, il neo assessore regionale agli affari generali con delega alle riforme della RAS, Gian Mario Demuro, costituzionalista, già professore ordinario di diritto costituzionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli studi di Cagliari, è collegato in video conferenza dal suo ufficio in giunta regionale.

Il suo contributo fotografa lo stato del regionalismo in Italia alla luce delle innovative e radicali riforme costituzionali avanzate dal governo Renzi.

Sulla centralizzazione (“un reflusso verso il centro romano di una serie di funzioni proprie delle autonomie regionali”) renziana è necessario prendersi il tempo necessario per pensare la Riforma delle Autonomie: “perdere un patrimonio per le nostre democrazie sarebbe un errore enorme” – incalza l’assessore, pronto a volare in Sicilia nel pomeriggio per allargare il fronte degli interlocutori a “statuto speciale” nel confronto con il governo nazionale.

L’emergenza finanziaria è la prima priorità da gestire per la nuova giunta sarda: c’è una “quota residuale” (un eufemismo), avvisa Demuro, pari ad un miliardo e duecento milioni di euro dovuti alla RAS dallo Stato centrale. Un riconoscimento dei fondi da Stato a Regione, irrinunciabili per affrontare da subito sanità e continuità territoriale. Al contempo pensare ai novanta milioni di euro (spiccioli al confronto), stanziati per l’emergenza alluvione dello scorso novembre, ma di fatto ancora non disponibili, rende l’idea o il dramma circa la fondatezza delle discussioni e la loro attuazione.

Demuro ribadisce la necessità di riformare da subito tre leggi fondamentali per “innovare” concretamente l’efficacia della macchina amministrativa regionale. Le elenca riconoscendole nella legge 1 del 1977 circa la distribuzione (leggi spartizione o lottizzazione partitica) delle risorse regionali; la legge 31 del 1998 circa l’organizzazione (rigida nei lacciuoli burocratici) del personale amministrativo regionale; motivare infine (quasi la ciliegina sulla torta) il personale intervenendo nella capacità, nel comportamento del lavoratore, attuando la “banca dati delle competenze” con dei piccoli e significativi incentivi.

 

I riscontri neo politici dell’assessore Demuro sono suffragati scientificamente da due colleghi, docenti universitari: Roberto Brin, ordinario di diritto costituzionale all’Università di Ferrara è il secondo relatore presente in aula. Lo segue a ruota, collegato telematicamente da Milano, il prof. Mario Calderini, ordinario presso il Politecnico di Torino, dove insegna Strategia e Management dell’Innovazione, già consulente nell’esecutivo Monti in materia di strumenti

finanziari per l’innovazione.

 Dalle relazioni dei tecnici emerge un legame non discinto fra politica e amministrazione.

Difficile depurare la funzione amministrativa da quella politica o (peggio) viceversa. Il nodo sulle competenze torna ad essere il cuore delle questioni in campo. Contaminate, spesso ad arte, da una comunicazione che bara sulle priorità dei costi della macchina pubblica italiana, gettando la croce sul numero di dipendenti pubblici (inferiore a molti altri paesi partner UE) piuttosto che sull’effettivo migliore utilizzo, affossato da un numero spropositato di dirigenti. Privati della prerogativa primaria: la responsabilità.

 

Se Brin (definisce “folkloritiche, in un paese da sconsiderati” alcune normative spesso riformate come il voto degli italiani all’estero) è tranchant su alcune proposte innovative nella macchina burocratica italiana (il 50% dei dirigenti stia a casa, anche retribuito ma detratto negli emolumenti il costo per l’assicurazione Inail oltre al risparmio, non trascurabile della vacatio in ufficio: dal telefono alla produzione cartacea…), Calderini auspica una ricostruzione dal basso proprio attraverso le Regioni.

La sua proposta integra cluster tecnologici intorno ad alcuni temi di priorità nazionale. Che ripulisca (o ci provi seriamente) la frammentazione di una miriade di iniziative scoordinate. Che oggi tollerano, ad esempio, gli oltre cinquanta distretti censiti in quattro regioni del Mezzogiorno, utili per le consuete “infrastrutture di prebenda”.

 Non mancano le buone notizie che fanno ben sperare in un percorso sostenibile per le comunità metropolitane italiane. “Non preoccupatevi delle classifiche delle vostre città”: l’invito a recepire, diffondere e realizzare il concetto di smart city, giunge da Micaela Terzi.

 La giovane startupper, presidente e co-fondatrice di Urbano Creativo (http://www.urbanocreativo.it) fa da portavoce all’esperto in strategie del territorio Michele Vianello (autore del volume Smart cities, Maggioli Editore) che non ha potuto intervenire all’incontro.

Vivere smart, al netto del ricorso lessicale al neologismo, presuppone una città in cui c’è un elevato livello di qualità della vita. Dove gli spazi urbani ci aiutano a realizzare i nostri progetti e a muoverci in maniera più agevole, risparmiando tempo. L’intelligenza cui fa riferimento la Smart City è un’intelligenza distribuita, condivisa, orizzontale, sociale. Che favorisce la partecipazione dei cittadini e l’organizzazione della città in un’ottica di ottimizzazione delle risorse e dei risultati. Le esperienze dei city manager Simone Tani (Firenze) e Leda Guidi (Bologna), concorrono alla costruzione di quell’habitat sociale, preconizzato ad inizio dei lavori, dove al centro della vita si muovono e vivono i cittadini, con le loro storie e competenze.

 Il prossimo appuntamento nel calendario promosso da Formez Pa è a Olbia il 23 maggio con la terza rivoluzione industriale dei makers.  

 

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