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Il nuovo jihad dell’Arabia Saudita

aprile 15, 2014 • Mondo, z in evidenza

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L’Arabia Saudita ha incluso nell’elenco delle organizzazioni terroristiche sia Jabhat al-Nusra, che rappresenta ufficialmente alQaeda in Siria e combatte contro Assad, sia lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, anch’esso affiliato ad al Qaeda e in lotta contro Assad in Siria, ma in competizione con Jabhat al-Nusra. Sono elencate come organizzazioni terroristiche anche Hezbollah, alleata dell’Iran in Medio oriente, e la Fratellanza Musulmana. Eppure i Sauditi sono noti per essere stati i maggiori finanziatori e sostenitori del jihadismo. Che cosa ha determinato il cambiamento?    

I Sauditi, in quanto riconosciuti guardiani della Mecca e autorevolissimi protettori dei sunniti di osservanza salafita, pensavano di poter usare la militanza armata dei salafiti sunniti a proprio favore, e di poterne controllare l’ideologia e l’azione contro il rivale regionale: l’Iran sciita. Ma le milizie salafite e sunnite sono sfuggite al controllo dei Sauditi e alcune sono diventate loro ostili. Così ora i Sauditi si trovano in una situazione molto pericolosa. Mentre le milizie sciite sono fedeli all’Iran e combattono al comando dell’Iran, le milizie sunnite si sono per lo più rivoltate contro i Sauditi, perseguendo politiche proprie, antimonarchiche.   È relativamente facile per la dinastia Saud difendersi dagli Siiti, che sono ‘l’altro’, ma è molto difficile combattere contro le milizie sunnite, percepite come ‘noi’ dai fedeli sunniti.  Perciò i Sauditi hanno deciso di passare al contrattacco, anche se così facendo indeboliscono grandemente il fronte anti-Assad in Siria.

I Sauditi hanno sostenuto la ribellione contro Assad con finanziamenti e armi, ma molti aiuti e molte armi sono finiti in mano ai gruppi affiliati ad alQaeda, ostili alla monarchia e ai Sauditi.   I Sauditi cercheranno probabilmente di usare la loro condanna dei Jihadisti per un riavvicinamento tattico al fronte che sostiene Assad, allo scopo di arrivare alla cessazione delle ostilità in Siria non in veste di sostenitori dei ribelli, ma come potenza equilibratrice, che rifugge dalla violenza terroristica e dialoga serenamente con le parti.

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