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“Quando c’era Berlinguer”, era tutta un’altra storia

aprile 15, 2014 • Agorà, z in evidenza

FIAT: SCIOPERI 1980, 30 ANNI FA BERLINGUER AI CANCELLI DI MIRAFIORI/ SPECIALE

 

di Dario Cataldo

A distanza di qualche giorno dalla premier del documentario di Walter Veltroni, dal titolo “Quando c’era Berlinguer”, quali gli spunti di riflessione su un uomo che ha cambiato il volto della sinistra italiana? Comunista sui generis, amante incondizionato della Democrazia, tra i promotori del compromesso storico con la DC, Enrico Berlinguer è una figura cardine all’interno del panorama politico nazionale ed internazionale.

Nel documentario firmato dall’ex primo cittadino di Roma, diverse luci ed ombre. A cominciare dalla voce narrante, la quale rende l’idea di un ricordo personale piuttosto che collettivo, impresso nella memoria del singolo piuttosto che in una moltitudine di estimatori. Utilizzando la prima persona durante la narrazione, di fatto Veltroni crea una barriera tra il Berlinguer pubblico e il suo popolo.

Emblema del Partito Comunista italiano, l’originario di Sassari è iconizzato, idolatrato dal punto di vista filmico, al limite dell’agiografico. Attraverso meri esercizi alla regia, la figura del Politico italiano è perimetrata entro logiche di cellulosa, che minimizzano il carisma di un uomo che coraggiosamente si è incontrato e scontrato con il Regime Sovietico, tanto da incappare nell’increscioso attentato Bulgaro, dal quale ne è uscito illeso per miracolo.

Controcorrente e per taluni eretico quando in tv disse di sentirsi al sicuro “al riparo dell’ombrello della Nato”, il buon vecchio Enrico oltrepassa gli schemi rigidi di retrograde ideologie, lanciando un messaggio che a distanza di decenni, non è stato ancora colto. La Democrazia è un bene prezioso, conquistato attraverso sangue e fatica. Di certo, oggi, molti sputano sul piatto in cui mangiano, vendendo la propria dignità al migliore offerente.

Le demagogiche celebrazioni del bene comune come unico baluardo per cui battersi è lo specchietto per le allodole che la classe politica odierna utilizza per seminare fumo e raccogliere voti. Dal documentario che dà l’impressione del “vorrei ma non posso”, Veltroni strizza l’occhio a qualche buona idea, che inevitabilmente si perde nel caleidoscopio emozionale che farcisce il prodotto finale.

Per esempio: era proprio necessario utilizzare la testimonianza di Lorenzo Cherubini – in arte Jovanotti – per spiegare cos’è il Comunismo? E vogliamo parlare dell’aneddoto di Pier Paolo Pasolini, che dal comunismo e più in particolare dal PCI è stato epurato per condotta.

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Scomodare il poliedrico bolognese, per avvalorare le scelte stilistiche di un documentario che comunque solleva assensi e dissensi risulta discutibile, specie per la storia che ci sta dietro. Inevitabilmente, le immagini più commoventi della pellicola includono quella Piazza San Giovanni gremita di persone, giunte da tutta l’Italia per i funerali di un Capo Carismatico, di un trascinatore, di un fervente sostenitore della libertà.

Dinanzi a quella bara, il tributo di numerosi tra i personaggi illustri della cultura nostrana: da Federico Fellini a Marcello Mastroianni, da Ettore Scola a Michelangelo Antognoni, quasi a dimostrare che il tempo non avrebbe cancellato via ciò che la morte si era presa. È un vero peccato che le giovani generazioni, in realtà, non conoscano appieno Enrico Berlinguer, memori solo dei tanti opportunisti che oggi farciscono le tribune elettorali.

Di saltimbanco, giullari e funamboli della politica, il palinsesto elettorale alla vigilia dell’ennesimo scontro alle urne è variegato. Peccato che il docufilm di Veltroni non contribuisca ad accrescere nei più giovani l’interesse per un nevralgico periodo storico del panorama culturale italiano. In quasi due ore di proiezione, è evidente che il film sia generazionale, capace di toccare le corde della nostalgia per chi ha vissuto quei momenti, per chi ha conosciuto, votato e apprezzato il Politico sardo.

In una delle tanti citazioni lungimiranti, Berlinguer afferma che: “I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela”. A distanza di decenni, queste parole risuonano come una sentenza tanto antica e tanto attuale. Abbiamo assistito al crollo della prima e della seconda Repubblica, sommerse dal peso di scandali, nefandezze e giochi di potere. Quando faremo nostro l’insegnamento dei vecchi saggi che ci hanno preceduto?

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