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Iniziative Pro-Life e la visione ecumenica della vita

aprile 14, 2014 • Bioetica, z in evidenza

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di Maurizio Mori

Giovedì 10 aprile 2014 a Bruxelles sono stati sentiti i rappresentanti dell’iniziativa europea “Uno di noi” promossa per far sospendere i finanziamenti per le ricerche scientifiche che comportano la distruzione di embrioni umani. Una cronaca dell’incontro riporta che «forse un’audizione del genere davanti al Parlamento Europeo non si era mai vista, con due “tifoserie”, scrosci di applausi, “buh”, cartelli» (G.M. Del Re, “Embrioni, in aula clima rovente, Avvenire, 11 aprile 2014, p. 6). I rappresentanti di “Uno di noi” sono però rimasti «soddisfatti» perché hanno «chiarito che la vita è un processo continuo che inizia dal suo concepimento e che si tratta di tutelare la dignità di ogni vita fin dai suoi inizi. A questo i nostri oppositori non hanno saputo opporre argomenti concreti. Perché vede, quando semplicemente si resta fedeli alla verità, è molto facile difendersi. Lo è meno quando ce se ne discosta, animati da quella che io definirei una “mistica” dell’aborto» (G.M. Del Re, “Vita, Commissione Ue incoerente”, Avvenire, 11 aprile 2014, p. 6).

Detta con le parole di Sophie Kuby, direttrice dell’European Dignity Watch: «abbiamo dimostrato che siamo seri e con una solida base giuridica, e che dunque non ci si può spazzar via con tanta facilità». Anche Carlo Casini prima dell’incontro si chiedeva a proposito del rispetto dell’embrione: «l’Europa lo avrà?». Ma subito dopo rilevava anche che «il Parlamento in quanto tale non avrà però autorità per arrivare ad alcuna conclusione (oltretutto essendo in scadenza), in quanto la decisione finale spetterà alla Commissione esecutiva. Quest’ultima sarà chiamata a presentare un proprio rapporto (dopo le elezioni, probabilmente in autunno), per manifestare quale orientamento dare al seguito concreto di questa campagna».

Per ora, quindi, nessun risultato concreto: come minimo se ne parlerà a fine anno o anche più avanti. Tuttavia, Casini ha subito sottolineato anche che “Uno di Noi” è stato «un vero successo sia in termini numerici, sia per l’ampia partecipazione popolare che è stata “trasversale” sia sotto il profilo politico, sia sotto quello religioso». Avrebbe mostrato la forza dell’“ecumenismo per la vita” dal momento che in diversi Stati europei «hanno firmato insieme, superando le differenze religiose, cattolici, protestanti, ortodossi, ebrei, accomunati dal valore della dignità umana fin dal concepimento. L’Italia, inoltre, ha un proprio particolare motivo di soddisfazione: è infatti il Paese che ha raccolto in assoluto più firme (631mila)». Il tono rassicurante e anche un po’ trionfalistico di queste dichiarazioni è sospetto. Le fa assomigliare a certi bollettini di guerra tesi più a confermare i combattenti o a incitarli alla battaglia che a descrivere imparzialmente la realtà, la cui presentazione trapela da alcune allusioni che vanno decifrate. Così, a leggerle con attenzione traspare la viva preoccupazione che “Uno di noi” non sia neanche preso in seria considerazione. Altrimenti Sophie Kuby non si sognerebbe neanche di sottolineare che «non ci si può spazzar via con tanta facilità». Allo stesso modo, Carlo Casini distrae l’attenzione spostando il discorso da quello che era l’obiettivo primo e prioritario di “Uno di noi” [non finanziare le ricerche scientifiche con embrioni] a altri aspetti della questione.

Con abilità e grazia ci dice che quel primo obiettivo non è più raggiungibile nei tempi previsti, perché bisognerà aspettare il nuovo assetto politico uscito dalle elezioni. Poi si vedrà …! Tuttavia, rassicura i suoi che “Uno di noi” ha avuto comunque successo: pur non avendo centrato il bersaglio iniziale, avrebbe però mostrato la forza dell’ecumenismo della vita. A questo punto sarebbe opportuno andare a controllare bene quali sono i presunti aspetti positivi di “Uno di noi”, e per quali ragioni i rappresentanti dell’iniziativa ritengono di avere ancora concrete possibilità di riuscire a bloccare i finanziamenti pubblici alle ricerche scientifiche che comportano la distruzione di embrioni umani. Qui, però, ci limitiamo a osservare che sembra ben poca cosa il dire che «i nostri oppositori non hanno saputo opporre argomenti concreti» alla tesi «che la vita è un processo continuo che inizia dal suo concepimento e che si tratta di tutelare la dignità di ogni vita fin dai suoi inizi». Infatti, non è che si sia incapaci di opporre argomenti, ma è che la tesi si presenta così mal formulata e tanto banale da non meritare argomenti di sorta.

Per gli altri aspetti, riteniamo sia opportuno riportare l’editoriale di BIOETICA. RIVISTA INTERDISCIPLINARE (n. 4/2013) uscito qualche giorno fa e dedicato al tema. SULL’INIZIATIVE PRO-LIFE IN ITALIA NEL 2013 L’editoriale del primo fascicolo del 2013(il volume XXI) era dedicato alle due importanti iniziative pro-life che hanno avuto un momento importante il 13 maggio 2013. Ci sembra importante tornare a riflettere sul tema al fine di dare una valutazione delle stesse e proporre qualche ulteriore considerazione per il futuro. 1. La prima iniziativa presa in considerazione era del Movimento Europeo per la Difesa della Vita che ha organizzato la 3a Marcia per la Vita per dire forte e chiaro che l’aborto è un crimine gravissimo, che la 194/78 va cancellata e sostituita con una che torni a vietarlo. A differenza del Movimento per la Vita Italiano, che da qualche tempo sembra aver rinunciato a chiedere l’abolizione della legge (ritenuta impossibile nelle presenti condizioni storiche) e si limita a sottolineare l’importanza di una sua piena attuazione che ne consentirebbe una qualche restrizione, la Marcia per la Vita è fatta per manifestare contro l’aborto e la legge che lo permette.

Con questo obiettivo circa 30.000 persone (a detta degli organizzatori) il 13 maggio 2013 hanno marciato per le strade di Roma confermando il successo dell’iniziativa. Resta da capire se il buon numero dei partecipanti alla Marcia sia sufficiente a sancire il suo “successo”, o se non ci voglia qualcosa d’altro e di più incisivo, in assenza del quale la Marcia resta una bella rimpatriata di nostalgici analoga a quelle che sono state fatte (e a volte ancora si fanno) per il ritorno al regno delle Due Sicilie, al ducato di Parma e Piacenza, o dell’Istria all’Italia e via dicendo. L’interrogativo si pone perché è noto che ogni prospettiva culturale che si sia affermata e che abbia posto radici con qualche riscontro istituzionale permane a lungo e che la sua scomparsa richiede molto tempo – anche secoli. A volte capita anche che dopo essere diventata minoritaria e aver perso vigore, una prospettiva assuma forme diverse da quelle originarie e continui a vivere in una sorta di penombra o di semi-clandestinità, e che poi, in presenza di condizioni favorevoli, torni a riemergere allo scoperto e guadagni gli onori della cronaca. Per questo, di per sé, non stupisce che i critici dell’aborto marcino per manifestare la loro opposizione.

Il problema è sapere se la Marcia per la Vita sia l’inizio di un processo più incisivo che potrà portare al ripristino del divieto di aborto o se invece essa resti un modo per testimoniare sul piano culturale una tesi ormai destinata al tramonto dando a essa un po’ di visibilità pubblica. 2. L’altra iniziativa considerata era promossa dal Movimento per la Vita che sempre il 13 maggio 2013 con la collaborazione della Conferenza Episcopale Italiana organizzava in tutte le parrocchie uno speciale momento di raccolta firme per l’Iniziativa Europea “Uno di noi”. Una nuova legge dell’Unione Europea prevede la possibilità di promuovere Iniziative popolari su temi specifici che abbiano il sostegno di almeno un milione di adesioni.

“Uno di noi” era finalizzata a bloccare il finanziamento delle ricerche su cellule staminali embrionali previsto dal programma Horizon 2020, e dal 1 novembre 2012 al 1 novembre 2013 si è svolta la raccolta firme, che ha avuto un momento importante proprio il 13 maggio 2013. Le considerazioni proposte nell’editoriale passato erano fatte “al buio”, in quanto non ne conoscevamo l’esito. Ora che il risultato è noto possiamo dire che dal punto di vista formale “Uno di noi” ha centrato l’obiettivo, perché sono state raccolte molte più firme di quelle richieste: circa 1.700.000, di cui circa 600.000 nella sola Italia. Pertanto, nei primi mesi del 2014 proseguirà l’iter previsto per questo tipo di Iniziative, anche se nel caso specifico sembra difficile che esso riuscirà a sortire il risultato inizialmente dichiarato. Infatti, il programma Horizon 2020 è partito prima ancora che si concludesse la verifica delle firme, e per questo pare difficile che lo si possa poi bloccare in itinere.

Non è dato sapere se questa difficoltà fosse prevedibile sin dall’inizio o si sia presentata solo in seguito, ma è un fatto che mentre all’inizio il blocco dei finanziamenti europei alla sperimentazione sull’embrione era visto come obiettivo raggiungibile e ormai prossimo, in seguito l’attenzione si è spostata sulla costituzione di una “Federazione Europea per la Vita”. Dell’obiettivo iniziale si dice che si tratta di «un percorso non breve che investirà la prossima legislatura dopo le elezioni europee», rimandando così la partita al voto del 25 maggio 2014: se gli elettori pro-life saranno tanti e riusciranno a votare compatti, i molti parlamentari eletti potranno difendere l’embrione e bloccare i finanziamenti europei per la sperimentazione. A fronte di questo rinvio alla prossima legislatura vien da pensare che “Uno di noi” sia stata un’Iniziativa svolta più per tenere viva l’attenzione sull’embrione che per centrare l’obiettivo: una sorta di “prova generale” in vista delle elezioni europee. Non sappiamo come veramente stiano le cose, ma rileviamo che il successo formale di “Uno di noi” difficilmente porterà all’obiettivo dichiarato all’inizio, il cui conseguimento richiede un passaggio sul piano “politico”. Questo cambiamento di programma solleva un nuovo problema, quello di un diverso modo non-formale di valutare il numero di adesioni.

I promotori di “Uno di noi” prevedevano (o auspicavano) almeno 20 milioni di firme in Europa, di cui uno nella sola Italia. Un risultato del genere avrebbe dato (forse) un certo peso politico all’Iniziativa e reso palese la forza dei Movimenti per la Vita. Ma il dato raggiunto (un milione e 700mila) è di dodici volte inferiore a quello previsto, e questo nonostante il grande impegno profuso dalla chiesa cattolica romana concretizzatosi in tre interventi dei papi (due di Benedetto XVI e uno di Francesco) e negli inviti delle varie Conferenze episcopali e di molti vescovi, il sostegno convinto degli ortodossi e dei luterani, e il sistematico lavoro dei Movimenti per la Vita che hanno dato il massimo per coinvolgere la gente, i politici, le scuole ecc. Dei circa 500milioni di cittadini europei solo lo 0.33% ha aderito a “Uno di noi”, dato che rivela il sostanziale fallimento politico dell’Iniziativa.

Con questi numeri è difficile credere che “Uno di noi” possa avere un qualche peso politico per la tutela dell’embrione. Anzi, dal punto di vista politico il risultato è un boomerang, in quanto rende evidente che in Europa i pro-life sono un’esigua minoranza. Si potrebbe obiettare, però, che la situazione è diversa in Italia, in cui sono state raccolte 600mila firme corrispondenti all’1% della popolazione. È vero che l’Italia è stata la capofila nella raccolta firme, ma non va dimenticato che da noi i cattolici praticanti sono più del 20% della popolazione (oltre i 12milioni) e che i vescovi italiani hanno sostenuto “Uno di noi” in modo massiccio sollecitando la raccolta di firme anche nelle parrocchie, nelle scuole e in molte altre sedi. Eppure, neanche l’iniziale (e prudente) previsione del milione di adesioni è stata raggiunta, perché il 40% (quasi la metà!) non ha risposto all’appello.

Sul tema dell’embrione solo lo 0.05% dei cattolici praticanti segue le indicazioni dei pastori! Se poi si desse un rapido sguardo alla storia, si vedrà che nel 1997 una raccolta firme analoga sull’embrione superò i due milioni e mezzo di adesioni, dato che rende chiaro come in 25 anni il calo al riguardo è stato del 75%! E ciò nonostante la chiesa cattolica in questi anni abbia messo la “sfida della vita” al primo posto e sia intervenuta in modo martellante sul tema dell’embrione come “uno di noi”. Si è anche alleata con Berlusconi per poter far uso delle istituzioni pubbliche (Comitato Nazionale per la Bioetica, ecc.) a tale scopo, e per apprestare una potente campagna mediatica pressoché senza opposizione. Infatti, le organizzazioni laiche (partiti , società scientifiche, ecc.) sono rimaste in silenzio sull’embrione e non hanno lanciato messaggi alternativi a quello cattolico: compito lasciato alle Associazioni della società civile e a singoli studiosi. Questo spiega la “eccezionalità” della situazione italiana rispetto a quella di altri paesi europei in cui, invece, sono stati i partiti laici, le società scientifiche, le chiese non-cattoliche ecc. a promuovere posizioni diverse da quella di “Uno di noi”.

Pur avendo goduto di una situazione più favorevole, il risultato di “Uno di noi” in Italia mostra come anche da noi prevalga grande disaffezione al tema. Pare ciò dipenda dallo sconforto per l’incapacità di cambiare la normativa, o dalla constatazione che la ricerca sugli embrioni non è poi quel terribile “crimine contro l’umanità” a volte annunciato, o da altri fattori ancora. L’Italia è stata la capofila di “Uno di noi” in Europa, ma dal punto di vista politico le firme raccolte sono poche pochissime: un grosso fiasco, una vera débacle. Questa constatazione sollecita una riflessione sul Referendum 2005 sulla legge 40, fallito l’alto tasso di astensionismo che ha impedito di raggiungere il quorum. L’interpretazione canonica al riguardo data da chi ha fatto fallire la consultazione è che l’astensione racchiudesse un “doppio-no”: il “no” alle tesi proposte dai quesiti referendari, e il “no” al fatto che il tema fosse sottoposto a voto. Come recitava uno slogan: “La vita non si mette ai voti”, cosicché l’astensione diventava un modo di manifestare un’opposizione ancora più ferma e convinta del semplice “no” scritto sulla scheda deposta nell’urna. Lungi dall’essere un’evasione, il non andare a votare sarebbe stata il frutto di “una scelta consapevole” fatta per tutelare l’embrione perché “a livello popolare c’è stata l’intuizione di valori essenziali che dovevano essere difesi”.

Consideriamo questa tesi alla luce dei risultati di “Uno di noi”. Da punto di vista statistico sappiamo il 25% degli aventi diritto è andato a votare al Referendum 2005, e che l’astensione “routinaria” ai referendum si aggira attorno al 30%. Pertanto secondo l’interpretazione in esame il doppio-no avrebbe “vinto” perché il rimanente 45% si sarebbe astenuto per “scelta consapevole”. Per la “vittoria” basterebbe anche un 30% di astensione consapevole, tasso che cattura la vantata trasversalità di astensione laica e cattolica. Da punto di vista valoriale, invece, è plausibile presumere che la tutela dell’embrione non sia valore “etereo” o “liquido”, trattandosi di un valore senza il quale crollerebbe la stessa civiltà e il vivere sociale.

In questo senso gli otto anni intercorsi tra il Referendum e “Uno di noi” (2013) sono di per sé poco rilevanti. È vero che nel 2005 per alcune settimane la campagna stampa è stata più intensa, ma nel 2013 essa è durata per tutto un anno. Inoltre, essendo il doppio-no il segno di una convinzione ancora più ferma, si può presumere che chi nel 2005 si è astenuto sia rimasto sensibile al tema: data l’importanza del valore in gioco questo 30% di astenuti avrebbe dovuto essere pronto a prestare attenzione ai ripetuti inviti del papa e dei vari vescovi a sostegno di “Uno di noi” ripresi da tutta la stampa. Avendo poi avuto l’opportunità di firmare per un intero anno e nelle sedi più diverse, l’Iniziativa avrebbe dovuto registrare non 600.000 ma milioni di adesioni. Così non è stato, e ciò mostra l’inconsistenza della tesi dell’astensione come “scelta consapevole”. Non solo la tesi non spiega come mai in così poco tempo sullo stesso tema dell’embrione si sia passati da un 30% di adesioni al doppio-no a solo l’1% di firme, ma non spiega neanche come mai ben il 40% di coloro su cui i promotori confidavano di poter contare non abbia risposto all’appello: quando si tratta di “muoversi”, anche i cattolici sono molto meno solerti del previsto.

La considerazione fatta ci porta rivalutare quel 25% che è andato a votare al Referendum 2005: oltre 10 milioni di cittadini sostengono in modo fermo e convinto – questi sì, l’hanno mostrato andando alle urne! – una posizione diversa da quella di “Uno di noi”: grosso modo 20 volte il numero dei firmatari dell’Iniziativa europea. Questo dato ci dà un quadro interessante della situazione italiana, in cui il tasso di laicità della gente è probabilmente in linea con quella di altri paesi europei. La differenza sta nel fatto che in Italia la posizione laica non trova adeguata rappresentanza sul piano politico. Una conferma viene dal tentativo del Governo Letta (insediatosi nell’aprile 2013) di varare una legge contro l’omofobia subito bloccato dalla proposta di una “moratoria” sui cosiddetti “temi eticamente sensibili” avanzata da esponenti del centro-destra al fine di evitare ulteriori motivi di divisione che potrebbero mettere a rischio la stabilità delle “larghe intese”.

Sul piano politico e sociale, l’importanza di “Uno di noi” sta nell’aver reso palese che anche in Italia le posizioni pro-life sono largamente minoritarie. È dalla consapevolezza di questo dato che le organizzazioni laiche dovrebbero partire per promuovere con decisione le riforme sui temi bioetici oggi bloccate da un’esigua minoranza, a partire da una nuova legge sulla fecondazione assistita che sostituisca l’inadeguata la legge 40/2004.

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