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Il Pd di Renzi nel Pse

febbraio 28, 2014 • Politica, z in evidenza

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di Giuliano Morlando

Il Pd di Renzi nel Pse. Socialists & Democrats, il nuovo gruppo. Dopo un secolo di divisioni.

C’è voluto un ex democristiano, per mettere tutti d’accordo, come delle vecchie comari da cortile, a smetterla una volta per tutte. La determinazione del fare.

Incomprensibile che le divisioni storiche della sinistra, siano durate quasi 100 anni. Ci è voluto un giovane leader della sinistra, Matteo Renzi, che neanche ha le sue radici politiche e culturali nella sinistra. Che forse non si è formato sui Quaderni dal carcere di Gramsci o sui diari di Nenni, e che non è stato mai né marxista, né turatiano, né togliattiano, né lombardiano, né berlingueriano, né craxiano, ma che ha saputo fare la sintesi di una storia e di una cultura che oggi si è evoluta e si evolverà ancora perché è in continuo divenire, come la società. Forse è stato facilitato dal non essersi dovuto scrollare di dosso la polvere del crollo tardivo del muro di Berlino, o dal non essersi dovuto grattare le croste di tangentopoli che coprivano ferite morali, o reali, in parte ancora sanguinanti. Ma il merito di Renzi è stato di essersi reso conto, subito, che era incomprensibile che continuassero queste divisioni.

Matteo, il Segretario-Presidente, ha una caratteristica, il coraggio, con cui decide e parte. Il suo pragmatismo è coinvolgente e trascinatore, lui sa bene, da grande comunicatore, che se ti mette di fronte al fatto compiuto dopo, per gli osservatori, per gli oppositori, per i critici tout court, la strada è impervia e in salita. E’ con questo piglio che aveva annunciato l’ingresso nel PSE, da leader del PD, già prima di divenirne segretario e poi massimo rappresentante istituzionale a Palazzo Chigi. La sua perciò è “la determinazione del fare”.

Il Presidente del Consiglio sa bene, che il fare vince sul dire, come il mare che copre gli abissi e livella le montagne. E’ l’oggettiva superiorità del fare sul dire e persino sul riflettere e pensare. Lui, sa bene che ci sarà una minoranza che criticherà, dissentirà, ma che dovrà accettare il gioco. «L’Italia è fatta» disse Cavour, «e pare che va», altre questioni, «saranno il lavoro delle nuove generazioni». La determinazione del fare.

Il merito va a lui, ma l’onore va anche ai tanti che hanno lavorato per l’unità d’azione e politica del movimento socialista. Prima di tutti, va a chi ci provò senza riuscire. Saragat, l’alieno che veniva dal futuro e non fu compreso, Nenni che affrontò la sconfitta per realizzare il suo sogno, Craxi che ci provò, forse con troppa durezza. E i miglioristi del PCI come Napolitano, Chiaromonte e Macaluso, tutti discepoli di Amendola. E non ultimo, una parte del merito va a D’Alema che, più di altri, già dagli inizi degli anni ’90 comprese la necessità di aderire al socialismo europeo.

Ma perché è durata un secolo questa divisione. Facciamola questa discussione. Da poco ho ritrovato un libro su Sandro Pertini di Raffaello Uboldi. Lo regalai a mio padre, sei mesi prima che se ne andasse, socialista del secolo scorso, come me, e forse di due secoli fa per il legame che aveva col padre. Mi son messo a leggerlo un po’ alla rinfusa. E così mi ha colpito l’incontro tra un giovane Sandro, non ancora il Pertini autorevole che siamo abituati a conoscere, e il grande Capo dei comunisti italiani, quell’Antonio Gramsci, che fece la scissione di Livorno. Entrambi prigionieri perché oppositori del fascismo nel carcere di Turi, nel 1930 in Puglia. Pertini, come un ragazzino si presenta a Gramsci, dicendo: “Onorevole, sono veramente lieto di conoscerla” e Lui, «Ma come, mi dai del lei?». E il giovane Sandro: «Ma onorevole, voi comunisti ci considerate socialfascisti». Un modo per dire “ci schifate”.

All’epoca, i socialisti riformisti non aderirono alla III Internazionale, il Comintern, e i comunisti li consideravano traditori e parafascisti. Inspiegabili le accuse, perché gli aderenti ad entrambi i movimenti operai sopportavano in quel tempo, spesso condividendole, le purghe, le bastonature, le angherie del regime, e anche la prigionia.

E quindi Gramsci, con i suoi modi autorevoli, che gli venivano dalla sicurezza della riflessione, disse, asciutto, a Pertini: «Queste stupidaggini io non le voglio sentire, io non le approvo… »”.

Tutto lì. In quelle parole secche di Gramsci, possono sintetizzarsi molti dei 93 anni di divisione della sinistra. Una divisione spesso incomprensibile. Non tutte le questioni furono stupidaggini. Molti errori commisero i socialisti, tantissimi ne furono commessi dai comunisti italiani e dai successori legati a quell’idea, PDS e DS. Errori di sostanza e di forma che si sono mescolati, fino ad arrivare al PD che è come un melting pot, di storie e culture. Dai Fatti d’Ungheria alla Primavera di Praga, dall’adesione alla Nato ai governi di centrosinistra, dal crollo del muro di Berlino a tangentopoli, dall’Ulivo ai nostri giorni. Molte asperità e molte intese, ma anche molte questioni irrisolte, spesso dovute al silenzio o ai veli di copertura.

Intanto, qualcuno si lamenta che non vuole morir socialista, e gli fa eco qualche altro che si preoccupava di morire democristiano. Tranquilli, raccomandatevi al papa che vi metterà d’accordo con la sua benedizione. Francesco che, a mio giudizio, ha ridato dignità alla Politica per tanti cattolici e non, ha detto: «Bisogna immischiarsi in Politica. La Politica è una delle forme più alte della carità, perché è servire il bene comune».

Chissà, se Francesco non ha avuto un ruolo, se non abbia avuto influenza su Matteo, il nuovo evangelista della socialdemocrazia europea. Chissà se non ci volle un papa, venuto da lontano, per abbattere il muro e se non ce n’è voluto un altro, di molto lontano, per ridare onore e dignità alla Politica, al socialismo ed all’impegno dei cattolici.

Se i cattolici sono anche cristiani, allora non c’è molto di cui preoccuparsi, i socialisti libertari sono per lo stato laico sì, ma sono sempre stati per la libertà di culto e di fede. E i valori: giustizia sociale, libertà, fraternità, eguaglianza e solidarietà non sono poi così distanti da quelli popolari di Don Sturzo. Perciò l’importante è servire il Paese e il bene comune, ed è un bene che le ragioni del fare e la cura del bene comune prevalgano sulle divisioni.

Per questo l’adesione al PSE e il Gruppo Socialists & Democrats, come dicono negli USA, “è un buon inizio”.

L’ex sindaco di Firenze, con l’ironia asciutta e guascone dei toscani, che ricorda Montanelli, se ne è reso conto ed ha posto riparo. C’è voluto un ex democristiano, per mettere tutti d’accordo, come delle vecchie comari da cortile, a smetterla una volta per tutte. E allora come disse l’Indro toscano: «Vai fratello, vai compagno, raccogli la tua bandiera».

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