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La Sardegna volta pagina, vince Pigliaru

febbraio 18, 2014 • Politica, z in evidenza

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Vince l’astensionismo, al voto il 52% degli elettori. Grande incertezza per la governabilità.

 “Fonzie e Barzel Letta si stanno scannando tre giorni prima delle elezioni regionali sarde. Tutto grasso che cola per l’orrido Cappellacci. Di noi sardi non gliene fotte nulla, se no avrebbero aspettato a tirarsi i piatti per lo meno a lunedi. Fonzie è un gran bischero e si propone di diventare oltre che segretario della neo DC anche presidente doroteo simil italoforzuto del consiglio dei ministri. L’odioso Barzel Letta ha deciso di rifondare altrove la DC insieme ad Al Fano. …”

 L’ esternazione, postata in rete lo scorso giovedì 13 febbraio intorno alle venti, quando i media annunciano che Enrico Letta è già di fatto ex premier, spodestato dal rullo compressore fiorentino, è di Luigi Martinetti.

Sassarese, classe ’42, giovane angelo del fango nell’alluvione fiorentina del ’66, premiato per questo gesto al quarantennale della calamità, nel novembre 2006, insieme a tutti i reduci, dal sindaco Domenici (all’epoca il Renzi, enfant prodige, presiedeva la Provincia), definirlo fine e colta icona della Sinistra sessantottina, è un eufemismo.

Il suo pensiero (libero, a prescindere) espresso tout court senza guarnizioni né peli sulla lingua, rappresenta un sentimento diffuso nella base piddina e nella sinistra popolare dell’isola dopo l’esito del voto alle amministrative regionali, che determina Francesco Pigliaru neo governatore nella nascente XV legislatura della RAS.

 Con il 43% dei voti, quando in serata sono stati scrutinati oltre il 60% dei seggi e il governatore uscente Cappellacci (fermo al 38,6%) ha già chiamato il neo presidente per congratularsi, è certo che il centrosinistra disporrà di una maggioranza del 60% dei seggi (36 su 60) in Consiglio regionale.

 Ha votato il 52,16 % degli elettori realizzando il più alto tasso di assenteismo mai riscontrato prima nell’isola. Nel 2010, ricorda Marco Imarisio, (Corsera), i Sardi alle urne avevano toccato il 52,44% ma si trattava di consultazioni provinciali. Alle scorse regionali del 2009 aveva risposto circa il 68% dell’elettorato. L’annunciata diserzione alle urne con l’emblematico caso di Teulada (il 70% dei cittadini ha aderito alla renitenza promossa dai commercianti) va letta in più evidenti segnali.

 La decisione di Grillo a chiamarsi fuori dalla tornata elettorale; la più alta frammentazione di liste (una trentina a rendere la scheda variopinta da simboli, talvolta sconosciuti, un lenzuolo da parete) con un esercito di 1500 candidati concorrenti, alla conquista delle sessanta poltrone da consigliere. Per eleggere un presidente nella sestina di aspiranti. Non da ultimo la confermata sindrome da armata brancaleone, puntuale cifra della coalizione del centro sinistra sardo, quasi mai, dotato di intenzioni programmatiche certe e credibili.

Considerato anche la volatilità di alcuni partiti “compagni di viaggio”, non sempre allineati nella scelta dei percorsi, autonomisti per statuto, per questo disinvolti nel cambiare le alleanze secondo le opportunità contingenti.

 Riconoscere in Francesco Pigliaru la migliore risorsa candidabile, solo dopo il forzato passo indietro di Francesca Barracciu (indagata nel rimborsopoli sardo dei gruppi consiliari) vincitrice delle reiterate primarie bufala (con tanto di costi e contributi versati) del PD isolano, due anni dopo quelle napoletane del settembre 2011, è stato un maldestro auto goal, non proprio esaltante. Che ha pesato non poco anche nella dote elettorale dell’astro nascente (nella politica sarda) Michela Murgia. Il fenomeno, più narrato che testato, vale il 10% dell’elettorato e un peso nel rinnovato consiglio che sarà da scoprire quanto prima.

 Circa l’esito finale, i primi dati disponibili, rispecchiano le previsioni circa le criticità per i futuri assetti di governo dell’isola. Gli obiettivi centrati (non proprio in pieno) dagli outsider, prospettano una maggioranza composita che non potrà prescindere dalle pulsioni dei “minori” che la compongono.

 Lo stato social di Martinetti, in apertura, esprime una sorta di analisi del voto anticipata, che coglie comunque tratti condivisibili. Certamente il deficit di decenza politica e l’ennesimo schiaffo d’inopportuno snobismo istituzionale (per replicare un secondo eufemismo) nei confronti dell’isola. Peraltro visitata alla vigilia del voto, con tanto di promesse e assicurazioni di rito, dai big della Sinistra oltre che dallo stesso neo premier Renzi.

Incaricato a formare il nuovo esecutivo nazionale nello stesso giorno che proclama Pigliaru governatore di Sardegna. Attendere l’esito del voto sardo, prima di procedere la staffetta di testimone a Palazzo Chigi, non avrebbe influenzato oltre modo la scelta del neo governatore RAS. Va da se che averla anticipata alla chiusura della campagna elettorale, può aver danneggiato in termini elettorali solo il solitario compagno Pigliaru. Continuatore di quella agenda normativa, già intrapresa nella prima giunta di Renato Soru (dove ricoprì l’assessorato al bilancio) che avrebbe aperto un contraddittorio importante con il governo centrale sull’annoso tema delle entrate fiscali.

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 Probabilmente, senza eccedere nelle facili dietrologie, un risultato diverso da questo odierno (come già sbandierato nelle ultime ore di campagna del governatore uscente), avrebbe alimentato la percezione di un netta frenata nella propulsione al decollo per il neo premier fiorentino. La stessa fretta nelle consultazioni di rito, depurate dai canonici passaggi parlamentari, imposta dal Quirinale, non lasciava margini diversi. Ne doveva (forse) evocare nei ricordi sbiaditi di elettori e militanti di (un tempo determinante) una fetta importante dell’elettorato italiano, le dimissioni irrevocabili del segretario PD dell’epoca (febbraio 2009) Veltroni, all’indomani della sconfitta di Renato Soru che avviò l’era Cappellacci.

 Il rapido cambio nell’esecutivo del governo nazionale, a urne aperte, sollecitato dallo stesso Presidente della Repubblica che nel febbraio 2012, in occasione della sua venuta in Sardegna, si era speso in prima persona per la questione sarda, appare una grossolana svista.

 In ogni caso Pigliaru, a caldo assicura: Sarò il presidente di tutti i Sardi, di quelli che ci hanno votato, di quelli che non ci hanno votato e soprattutto di quelli che non sono andati a votare. Affronteremo questa grande sfida con entusiasmo e faremo quello che abbiamo detto, faremo una bella giunta per affrontare le priorità che abbiamo elencato: istruzione, lotta alla disoccupazione, alle tasse ed alla burocrazia. La mia sarà una squadra buona”.

C’è da credergli, certamente nelle intenzioni, la Sardegna non può pensare altro ne aspettare oltre.

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