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Discorso di un padre, Lino Aldrovandi

febbraio 18, 2014 • Comunicati Stampa

 

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Riceviamo e pubblichiamo il discorso tenuto da Lino aldrovandi padre di Federico, durante la manifestazione di protesta per la riammissione in servizio degli agenti condannati dell’omicidio di suo figlio.

 

di Lino Aldrovandi

Ora è certificato dallo Stato, con la risposta al question time di giovedì scorso del ministro degli interni, ovvero che si può rimanere in servizio all’interno della polizia di stato anche senza divisa, pur avendo ammazzato un ragazzo di diciott’anni senza una ragione, pur avendolo pestato di brutto per mezz’ora, pur avendolo tempestato di calci mentre lui era bloccato a terra, pur avendogli rotto addosso due manganelli, pur avendo ignorato le sue richieste di aiuto tra i rantoli, pur avendo detto il falso coprendo i suoi orrori, pur avendo offeso uno di loro, definendola faccia da c… la madre della vittima all’indomani della sentenza definitiva, non mostrando il minimo pentimento.
Si, si può, senza disonorare secondo il suo datore di lavoro, nonostante che questo sia scritto nero su bianco in ogni sentenza, la divisa, e dunque senza meritare la destituzione o meglio il licenziamento, facendo altre mansioni in ufficio senza compiti operativi, ma sempre come dipendenti dello stato e quindi con l’obbligo nostro di doverli pagare. Senza tenere conto anche e sopratutto, che quella pena mite con quel capo di imputazione iniziale, eccesso colposo in omicidio colposo, è stata comminata a chi uccise in cooperazione, per effetto della stessa indagine della polizia che condusse su stessa e non sono parole mie, ma di giudici. Il mio avvocato Fabio Anselmo, a riguardo, durante la sua arringa finale al processo di I° grado affermò rivolgendosi al giudice Caruso che l’indagine fu costretto lui a farla e che non fu fatto un solo atto di indagine, giungendo a dire che avrebbe processato i responsabili di alto tradimento. Infatti, tra l’altro, poi come tutti sanno altri poliziotti furono condannati per depistaggi ed omissioni.
Non bisogna sottacere poi che molte persone che dopo l’apertura del blog di Patrizia ci furono vicine, manifestando pubblicamente, ben prima dei processi i loro dubbi e le loro critiche, sono state oggetto di querela da parte degli stessi attori di questo disgustoso scenario. Critiche legittime che alla resa dei conti non erano poi infondate, anzi direi molto leggere rispetto alle realtà processuali. Ma quelle critiche, per la gente comune non abituata a frequentare le aule giudiziarie, stanno costando loro, perché alcune di esse sono ancora in corso, tempo, soldi, denaro e dolore. In questo anche querele a giornalisti colpevoli di non avere nascosto nulla, colpevoli di avere raccontato i fatti.
Quindi mi sorge spontanea una domanda: “quanto danno forse irreparabile è stato fatto alla società civile, allo stato, in questa storia, troppe volte denominatore comune di altre maledette storie?
Mi chiedo, perché non tenerne conto se la colpa di ciò, in tutto il suo percorso giudiziario, è di chi intervenne prima durante e dopo, dipendente della stessa polizia o meglio dello stato?
Il Ministro degli Interni Cancellieri nel settembre del 2012, pochi mesi dopo la sentenza di condanna della cassazione dove il procuratore generale durante la sua arringa aveva definito i quattro agenti schegge impazzite, nell’esprimerci solidarietà e vicinanza ci disse che quella della cassazione, era una sentenza forte e che lo Stato, attraverso le leggi e i suoi regolamenti, avrebbe dimostrato di esserlo.
Reintegrati e a libro paga come impiegati. Tolti dalla strada, assegnati ad un ufficio. Quasi la vedo come una sorta di premio. Molti poliziotti vorrebbero andare in ufficio al posto loro, per tanti motivi e non hanno ucciso. Persone definite dal giudice del tribunale di Bologna inaffidabili, irrecuperabili, che a due di loro non concesse gli arresti domiciliari, imponendogli il carcere, anche se per solo 6 mesi, sono tornate tutte e 4 a lavorare nella polizia di stato.
Smettetela, vi hanno risarcito non avete alcun diritto di pretendere che queste persone paghino ulteriormente. Hanno pagato in maniera congrua. Risarcito? Come dissi in quel momento del riconoscimento da parte dello stato, delle responsabilità palesi ed evidenti, ancor prima delle decisioni finali della cassazione, di quei dipendenti uccisori di un ragazzo, era lo stato che stava prendendo il testimone del proseguio di una corsa ad ostacoli che avrebbe dovuto condurre lui fin dall’inizio, o meglio avrebbero dovuto condurre suoi dipendenti. Un testimone quello passato allo stato che si chiama penale, e noi in questo non c’entriamo niente. E tutto è andato liscio fino a giovedì scorso prima del question time.
Non era questa la risposta che mi aspettavo e che ci aspettavamo, dopo le scuse sincere a Federico, da noi molto apprezzate, giunte direttamente dal capo della polizia Dott. Manganelli, proprio qui a Ferrara, nel settembre 2011, prima ancora che la cassazione si pronunciasse sull’esito definitivo di questa disgustosa storia se non fosse illuminata e impreziosita dall’immagine di un bambino innocente, perché a 18 anni non si può essere considerati adulti e se stava male quella mattina il soccorso, perché così fu definito da funzionari dello stato, di quei 4 individui, ritenuti dai giudici menzogneri, assume una gravità nel loro comportamento ancora peggiore e inqualificabile. Un incontro dicevo, quello con il capo della polizia, da cui ne uscii colpito fortemente per la sua grande umanità e per le parole che ci disse. Fu un incontro che mi lasciò speranza, e l’ho portata sempre con me. Giovedì quella speranza si è un pochino sbiadita, ma non è sparita.
Oggi siamo a chiedere ancora con più forza e determinazione, senza odio e senza astio, nemici anche questi del rispetto della vita e della dignità umana, che quelle persone vengano licenziate perché, attraverso le parole dei giudici, hanno disonorato, discreditato e disatteso al loro giuramento, violando quanto di più prezioso esista nell’essenza del concetto di polizia: “proteggere la vita”.
Non credo poi che potrebbero dare fastidio ai poliziotti onesti anche le altre nostre due richieste. Ovvero che si faccia in modo di identificare chi ha una divisa addosso come già avviene in un qualunque altro paese civile ed anche l’introduzione del reato di tortura, come tra l’altro ci viene chiesto da decenni a livello europeo, di un’immagine troppe volte negativa della nostra polizia che in questi anni è prepotentemente balzata all’attenzione pubblica per i tanti casi non meno gravi rispetto a quello di Federico, e anche loro alla ricerca di verità e di giustizia,
Cose normali e semplici se spiegate ai bambini, ma così non sembra a livello politico.
La politica se fatta bene e con onestà, fuori da ogni interesse, e solo per l’interesse dello Stato come tale, è cosa preziosa, e potrebbe ovviare a certi palesi arretramenti della giustizia, a prescindere dal suo colore. Modificando e facendo delle leggi che non arrechino dolore e sofferenza a tantissime famiglie, come la fini-giovanardi, che qualche giorno fa è stata ritenuta incostituzionale.
“Via la divisa” non deve essere vista come un qualcosa contro le forze dell’ordine, come qualche ipocrita borghese dall’alto del suo: “a me non accadrà mai perché io sono bravo e buono”, ma un incentivo di miglioramento a spronare chi abbia l’onere e l’onore di vestirla di fare sempre il proprio dovere ricordandosi di essere al servizio dei propri cittadini, al servizio del proprio stato. E che che durante l’esercizio delle loro funzioni, quella persona lì davanti a loro, pur se meritevole dell’arresto, del fermo, del controllo o quant’altro, è protetta comunque dalla legge, che non significa buonismo, perché la legge giustifica quando il caso, l’uso della forza, ma non ammette la violenza gratuita e fuori da ogni regola.
Le troppe impunità e i corporativismi accentuati, non fanno altro che contribuire ad allontanare la fiducia dei cittadini. Le stesse forze dell’ordine dovrebbero trovare la forza e la dignità di isolare e di pretendere l’allontanamento di chi attenti, con simili atti, alla loro immagine.
Quanti casi, e qui presenti ci sono in rappresentanza alcune famiglie, a cui non può che andare il mio e il vostro commosso forte abbraccio, testimoni e vittime di altre sofferenze, di altre ingiustizie, anche datate di decenni fa, alla ricerca di una cosa normale: “verità e giustizia”. Di una cosa normale che dovrebbe essere garantita a tutti, quando coinvolti, attraverso la presenza dello stato, quello con la S maiuscola, controllore dei suoi dipendenti.
Orgogliosi insieme a Federico di Voi tutti in questo percorso, anche delle istituzioni, ma soprattutto di alcune persone delle istituzioni incontrate in questi anni. Lo Stato non può esimersi di essere autorevolmente sempre il garante insostituibile della sacralità della vita del suo popolo.
Cerchiamo di crescere insieme, istituzioni e cittadini, e di cominciare a pensare fattivamente nel concreto, senza perdere il minimo di tempo, al futuro dei nostri figli iniziando con tanto amore e tanto affetto, facendo una cosa semplice, tassello su tassello e lo ribadisco: “ognuno il proprio dovere”. Questo in ogni nostra azione quotidiana, e magari quando ci sentissimo stanchi, lasciandoci accarezzare, traendone energia pura e cristallina, dallo sguardo e dal respiro dei nostri bimbi.
Bimbi di noi tutti,
che un giorno cresceranno e vorranno tornare sempre a casa da chi li aspetta.

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