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Quello che cercano di dire gli svizzeri

febbraio 13, 2014 • z editoriale, z in evidenza

Svizzera-bandiera-sui-monti

 

L’esito del referendum svizzero che chiede ( peraltro a strettissima maggioranza, il 50,3%) il ripristino di quote di ingresso per gli stranieri (per tutti, anche per gli europei) è stato quasi unanimemente criticato nel resto d’Europa, tranne che dalle formazioni della destra populista (in particolare si è distinta la francese Marine Le Pen, con una dichiarazione politicamente abile e tutt’altro che da sottovalutare).

Al di là delle prediche moralistiche, colpisce il generale atteggiamento di sorpresa di tanti commentatori, che preferiscono soffermarsi sull’inguaribile egoismo degli svizzeri piuttosto che sulle ragioni che hanno dato ali (e voti) a quell’egoismo medesimo.
Ovviamente ha pesato il fatto che la percentuale di lavoratori stranieri in Svizzera è assai più elevata che nel resto d’Europa (quasi il 26% ).

Ed è significativo che la maggior parte di tali stranieri siano non solo europei, ma secolari vicini di casa (soprattutto italiani e francesi): a dimostrazione del fatto che la difficoltà di innescare e sostenere virtuosi processi di integrazione non dipende tanto dalle “diversità” (etniche, religiose, culturali, linguistiche) ma addirittura dalla semplice condizione di “estraneità”.

A conferma della scomoda convinzione che per favorire l’integrazione non si può contare sulla sua presunta e spontanea “naturalezza etico-civile”, oltretutto indotta dal solito mitico “mercato”, ma che occorre invece una assidua e inevitabilmente costosa gestione del fenomeno, sotto tutti i punti di vista ( giuridici, economici, sociali, culturali) e per di più dai due lati dello stesso , sia dalla parte di chi emigra sia da quella di chi accoglie.
Ma ci sono altri due aspetti che emergono dal quell’imbarazzante e sgradevole risultato referendario.
Il primo è che sempre, nella storia, le situazioni di forte crisi economica e sociale, generano non più solidarietà, ma al contrario più diffidenza ed egoismo particolaristico tanto negli individui quanto nelle classi sociali e nelle altre articolazioni collettive della società.
Sul tema del lavoro poi è evidente che, in tempo di crisi generalizzata, l’afflusso di manodopera disposta ad accettare peggiori condizioni salariali, normative e persino di brutale sfruttamento personale, non può che innescare reazioni ostili da parte dei lavoratori “indigeni”. Certo, se partiti progressisti e sindacati si battessero con forza e convinzione per parificare quelle inique condizioni, verrebbe meno l’interesse dei datori di lavoro ad attrarre una manodopera sottopagata e necessariamente docile ai ricatti cui è sottoposta, proprio a partire dalla sua condizione “straniera”. Ma ciò significherebbe regolare la famosa e provvidenziale spontaneità del mercato e delle sue leggi della domanda e dell’offerta e nulla appare oggi più ostico al diffuso senso comune dei governanti.
Il secondo è che, con quel voto, si conferma il fatto che ai popoli dell’Europa, schiacciati da politiche di austerità e crescenti tagli dei servizi sociali, sono di fatto negate le opportunità di partecipazione politica a quelle medesime decisioni. Ne deriva quindi il crescente astensionismo elettorale e il successo di liste di protesta sempre più radicali e inclini a cercare soluzioni anti istituzionali rispetto a quelle dominanti in Europa. Dove poi è possibile esprimersi con un referendum, quella protesta emerge sempre più veemente.

Al massimo disciplinamento sociale che le politiche ultraliberiste impongono nella sfera economica e (sempre più spesso) anche dell’ordine pubblico e della non- partecipazione democratica, si contrappone un diffuso rifiuto della politica, ovvero il consenso a posizioni demagogiche e fatalmente inclini alle retoriche nazionaliste e xenofobe.
E’ uno scenario già visto e conosciuto negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, ma la storia del passato sembra non interessare più di tanto classi dirigenti autoreferenziali e votate all’effimera eternità del solo presente.

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