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“Corpi di Reato”, mostra itinerante che denuncia la Mafia

febbraio 11, 2014 • Mafie, z in evidenza

 

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Casa del boss mafioso Gaetano Badalamenti

di Dario Cataldo

Quanto è cambiato il territorio italiano, il suo patrimonio artistico e culturale dopo la pressante infiltrazione mafiosa nel tessuto locale e nazionale? Dalla massiccia ingerenza, palpabile e tangibile, sino alla mimetica audacia che ha reso irriconoscibile il volto di una ramificata organizzazione criminale, la Mafia ha cambiato il paesaggio, da nord a sud dell’Italia. “Corpi di Reato” è un tentativo per attribuire dei connotati a qualcosa che apparentemente indeterminato, continua a raccogliere frutti illeciti.

Tommaso Bonaventura e Alessandro Imbriaco, sono artefici e promotori di scatti che fotografano contesti chiave delle attività mafiose, sottolineando come sia mutato il contesto, dopo l’influenza criminale. Il Grin, l’organizzazione che raggruppa i photoeditors che lavorano in ambito editoriale e che ogni anno premia il miglior progetto fotografico, ha riconosciuto l’innovazione e la valenza simbolica del progetto, assegnandogli un premio con la seguente motivazione: “Corpi di reato è un tentativo di dare visibilità ai fenomeni mafiosi attraverso la fotografia: un’indagine sul territorio volta a mostrare i segni e le ferite dell’azione criminale in Italia, un viaggio che percorre il Paese nella costante ricerca di elementi, storie e frammenti”.

Dopo aver fatto tappa in diversi centri della Penisola come Milano e Roma, adesso tocca a Trento ospitare l’ambizioso progetto che unisce cronaca e ricerca, ricordi e speranze. Lo Strumento fotografico è un ottimo strumento d’investigazione, capace di restituire una visione della realtà, quanto più verosimile possibile. Da nord a sud, i due fotografi indagano sulle vicende che hanno legato popolo e territorio, attraverso archivi storici, parenti delle vittime o semplici emozioni suscitate dal ricordo.

Un lavoro meticoloso e lungo, in cui Corleone, Palermo, Cinisi, Milano, Napoli o la Brianza sono il filo conduttore di un discorso univoco: il territorio come scenario di devastazione e deturpazione. Immagini e narrazione, conducono lo spettatore in un viaggio tra passato e presente, legando paesaggi fisicamente distanti, ma mai così vicini. La valle dello Jato, presso il comune di San Giuseppe Jato, in provincia di Palermo, roccaforte della famiglia Brusca, da cui proviene Giovanni, legato alle strage di Capaci; la casa di Gaetano Badalamenti – artefice dell’eccidio di Giuseppe Impastato nel 1978 – donata al Centro Impastato dal 2010; la Collina di Pizzo Sella a Palermo, più conosciuta come “la collina del disonore”, per via di quelle 170 ville costruite negli anni Settanta da una ditta di costruzioni affine alla famiglia del boss Michele Greco e che una sentenza del 2001 ha giudicato abusive, ordinandone la confisca; Corleone, che vide i natali di Totò Riina e Bernardo Provenzano, alla testa della famiglia dei corleonesi, artefice del sacco di Palermo e della scalata al potere nella famosa trattativa tra Stato e Mafia; la discarica abusiva di Desio, in Brianza, nota per il traffico di rifiuti scoperta dalla procura di Monza, un’area di 30.000 mq i cui acquirenti erano legati al clan calabrese Iamonte-Moscato; il Castello Mediceo, a Napoli, acquistato nel 1980 dal boss Raffaele Cutolo, che di lì a breve diventerà la sua residenza privata e il cuore della nascente organizzazione camorrista.

Dopo la confisca nel 1991, dal 2003 è sede del Parco Nazionale del Vesuvio; i Regi Lagni a Caserta, un fitto reticolo di canali artificiali che da Napoli si estendono sino a Caserta, costruiti dai Borboni nel diciassettesimo secolo e destinati all’irrigazione, divenuti serbatoio di acque inquinate grazie alla connivenza tra camorra e amministrazione pubblica. Affermano Bonaventura e Imbriaco: “Le immagini legano con il medesimo filo visivo la stagione cruenta di vent’anni fa alla zona grigia dove la criminalità organizzata prospera oggi; il confronto con giornalisti, magistrati e con associazioni antimafia come Libera è stato di grande aiuto nell’analisi di questi fenomeni, nell’individuare le priorità e le aree di indagine necessarie allo sviluppo del nostro lavoro”.

Negli scatti dei due fotografi, nessuna vena retorica, nessuna personale didascalia, quasi a volere annullare il loro punto di vista a favore della storia dietro ogni immagine. Eloquenti, più di tanti fiumi d’inchiostro sprecati, le istantanee incluse in “Corpi di reato” racchiudono un reportage della memoria, spesso taciuta, altre volte riemersa perché utile alla propaganda elettorale di qualche fazione politica. Poche, pochissime volte – come in questo caso – utilizzata per costruire una seria alternativa alle logiche criminali.

Il sangue delle tante vittime uccise nel periodo stragista è un debito ancora aperto, che soltanto dal basso può essere sanato, a partire dalle iniziative popolari, scisse da retoriche manifestazioni di facciata della classe dirigente.

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