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Esegesi del Jazz sardo, uno scrigno di primizie pregiate.

febbraio 10, 2014 • Cultura e Società, z in evidenza

 

CopertinaGlocalJazz

L’ultimo saggio di Claudio Loi completa una trilogia su una vera scuola di genere.

Ciò che dicevano certo mi interessava, ma dalla strada saliva una musica che mi attirava irresistibilmente alla finestra. Mi affacciai e, forse non fu così, ma nel ricordo mi pare di aver spenzolato pericolosamente con quasi tutto il corpo e di sicuro con tutta l’anima, sopra la strada dove alcuni soldati americani nel cerchio di luce di un fanale suonavano e ballavano a un ritmo che ascoltavo per la prima volta e che mi dava una quasi irresistibile voglia di muovermi, di dimenarmi, di saltare, di essere giovane di scendere giù per la strada, senza mamma, senza cugino, io con me stessa, con i miei quindici anni, con la mia sempre repressa voglia di vivere, voglia di vivere la vita mia e non solo quella degli altri, di fare chiasso, di rischiare…Non sapevo che cosa, ma rischiare…”

 

Le note di Maria Giacobbe tratte dal suo “A Cagliari con Glenn Miller” (un racconto inserito nel saggio raccolta di Pierpaolo Piludu “Cagliari, 1943 La guerra dentro casa”), narrano l’incontro casuale con Glenn Miller in “…quella Cagliari del ’44, come sul punto di svegliarsi…”.

L’affresco narrante è un appropriato incipit alle undici storie di Jazz racchiuse nell’ultimo libro scritto da Claudio Loi, Glocal Jazz, dato alle stampe la scorsa estate da Aipsa Edizioni.

Il ricco lavoro d’indagine e ricerca, propedeutica a nuovi stimoli di approfondimenti, rende l’autore un fine un esploratore, un esegeta del jazz isolano. Che sin dalla sua prima pubblicazione (L’isola dei dischi, Aipsa 2008), svela una recondita curiosità (quasi ossessiva, cita una collega della stampa isolana) per le migliori incisioni musicali “made in Sardinia”.

Nel prologo del libro che offre un piacevole benvenuto alla lettura, Francesco Forlani sintetizza al meglio l’idea: “A me verrebbe da dire che Claudio Loi, dove fiuta jazz, là sa ch’è la sua preda.”.

Lo stesso Loi introducendo i suoi lettori – viaggiatori, ha una nota quasi d’intimo affetto, simile a un padre per i suoi figli, per tutti i protagonisti visitati in questo suggestivo percorso.

Sull’originalità del titolo scelto ci avverte: “Glocal Jazz è sembrato perfetto nel rappresentare…

un prodotto allo stesso tempo globale e locale, periferico e centrale, fuori dagli schemi e al contempo figlio di tutte le razze”.

Come tutti i grandi viaggi, il libro è fortemente caratterizzato dagli incontri: le storie, i dialoghi con tanti personaggi che, secondo il loro vissuto, riescono a suonare molte corde emozionali, introspettive, diversamente mai svelate. Una comunità di testimoni eterogenei, spesso divergenti nei caratteri, dall’ impronta musicale più diversa, accomunati da un interplay

culturale di amore e passione per lo strumento. La loro musica contamina, l’essenza, la materia prima dell’isola, saldandosi ad essa con adesione granitica, elemento universale e imprescindibile.

I giovani crescono autonomamente nel solco armonico di chi li ha preceduti: così Francesco Saiu da Villacidro incontra nel Nord Europa Oscar Del Barba; Francesca Corrias formatasi in quel virtuoso vivaio dei seminari a Nuoro Jazz è già una conferma, Luca Aquino con la sua tromba, è allievo diletto del maestro Fresu.

Non possono mancare le discografie delle stelle isolane. Che, per situazioni talvolta paradossalmente idiosincratiche, brillano, con gli spazi dovuti, maggiore splendore e legittimo riconoscimento in diverse location internazionali: Filomena Campus e Franca Masu, alcuni casi da scuola.

Nella lunga traversata, le tappe sono scandite dai confronti che l’autore ha con una squadra di protagonisti. Undici artisti che mettono in campo tanta umanità oltre il talento.

Così Guido Carro, Bruno Massidda, Gianni Olla (che ricorda l’approdo cagliaritano di Don Cherry nella primavera del 1976), illuminano la storia e la crescita artistica della stessa isola.

La presenza di Paolo Fresu “domina” (un eufemismo, considerata la caratura internazionale del trombettista berchiddese, vasta quanto la sua garbata e profonda modestia) la scena.

La sua testimonianza e la presenza in gran parte della produzione menzionata nella seconda parte del testo (le 216 sfumature di Jazz in Sardegna) ricongiungono il lettore al penultimo viaggio dello stesso Loi, Sardinia Hot Jazz (Aipsa 2011).

Per questa eccezionale raccolta di memoria (insieme a Sardinia Jazz, Aipsa 2010, Loi completa una ideale trilogia sulla Sardegna attraversata dal Jazz), ricordando l’amico Melis in occasione del diciottesimo anniversario della sua scomparsa, Paolo Fresu mi testimoniava per una intervista pubblicata sul Corriere del Turritano Sardegna (ottobre 2012):

 

<<Credo che oggi i nostri giovani musicisti non abbiamo bisogno solo di esempi ma anche di concretezza. Sappiamo bene che è un momento molto difficile. Non solo perché non è facile vivere di musica ma soprattutto perché i ragazzi sentono di non avere fiducia e aiuto da parte della società. Essere creativi significa vedere positivamente il mondo e questo non solo oggi non accade ma nessuno, soprattutto in Italia, fa niente per infondere nei giovani quella energia che è necessaria per fare della evanescenza dell’arte una concretezza. In grado di trasferire le idee e l’espressione verso un’architettura capace di costruire grandi progetti mettendo pietra su pietra.
Marcello Melis basava il suo trasporto per la musica sul concetto della scoperta e della successiva verifica. Oggi è difficile scoprire e ancor più difficile verificare la propria postazione. Difficile scoprire perché mancano gli strumenti per l’indagine e difficile verificare perché pochi sono in grado di individuare una latitudine che non è solo geografica ma mentale e societaria.
Il patrimonio non solo le idee ma anche la possibilità di metterle in pratica. Il seme deve essere buono ma la terra che lo accoglie deve essere fertile e porosa. Affinché possa accogliere la giusta quantità di acqua…E’ vero anche che nascono fiori stupendi dal granito ma sono pochi e fanno fatica. Marcello Melis era uno di questi.>>

 

Come già ricordato il fiuto di Claudio Loi è ampio e meticoloso. Nello scrutare ogni sentiero battuto dalle sonorità diffuse del Glocal Jazz, sono precisi i richiami ad una rassegna stampa di rango. Puntuali emergono i contributi della pattuglia di recensori by MUSICA JAZZ: Aldo Gianolio, Alceste Ayroldi e altri critici come Eugenio Mirti.

 

Concludiamo questo scorcio panoramico proprio con l’autore che ci ha concesso questa esclusiva:

Caro Loi le sue esplorazioni nelle viscere antropologiche della musica sarda, i primi passi nella genesi di un Jazz made in Sardinia ricordano l’epica dei diari dei grandi viaggiatori romanzieri sull’isola. Cosa l’ha spinta a intraprendere questo straordinario viaggio di ricerca, partendo dall’interno dell’isola, e dove pensa la condurrà in suo immaginario futuro?

Dopo tanti anni di ascolti, letture e frequentazioni ho sentito il bisogno di raccogliere e fissare tutte queste immagini e la cosa più semplice è stata quella di provare a immagazzinare tutto nelle pagine di un libro. Le prime mosse sono avvenute intorno al 2007 e 2008, anni fantastici per il jazz in Sardegna che sono culminati nei famosi 50 concerti di Fresu del 2011. Adesso la situazione si è stabilizzata e – forse la crisi – assistiamo a una fase di grande sofferenza. Ciò non toglie che il jazz in Sardegna abbia segnato in modo indelebile la cultura e l’immaginario dell’isola creando anche presupposti di sviluppo economico in zone storicamente depresse e fuori dai soliti circuiti. Dopo una prima fase di catalogazione (Sardinia Jazz), che riassume e fotografa la scena sarda nella sua complessità e nelle sue instabili stratificazioni sono passato a riflessioni più ampie, monografie, interviste, saggi critici (Sardinia Hot Jazz e Glocal Jazz). Ma, come dice Joe Strummer, il futuro è ancora tutto da scrivere.”.

Il suo ultimo libro ( Glocal Jazz. 11 storie e 216 sfumature di jazz in Sardegna ) ci rappresenta l’alternarsi delle generazioni di tanti musicisti sardi. Molti nomi, poco noti al mainstream che hanno talvolta amplificato la popolarità di tanti colleghi continentali, italiani e stranieri. Questo enorme potenziale talentuoso continua a produrre frutti importanti. Come potrebbe, secondo lei, contribuire a ricadute importanti anche per la Sardegna e per i suoi stessi musicisti?

La domanda che mi sono posto in questi anni è stata quella di capire quali possano essere state le motivazioni storiche e umane che hanno portato il jazz in Sardegna ad essere quel grande fenomeno di massa così come oggi lo conosciamo. Ho cercato quindi di volgere lo sguardo al passato e mi sono trovato di fronte a realtà musicali (e umane) inaspettate. Pochi ricordano oggi i fratelli Pisano (se non per ilcôtépiù leggero legato alla lunga militanza alla RAI), il grande Carlo Pes, Carlo Sanjust per non parlare dei tanti musicisti minori che hanno cercato di diffondere il verbo della musica afroamericana. Alcuni di questi personaggi rivivono nelle pagine dei miei libri attraverso le loro parole o attraverso testimonianze indirette e appare uno scenario commovente, forse ingenuo e un po’ naif ma di grande impatto emotivo. Questa grande eredità è stata fortunatamente ripresa dalle lucide menti della cultura locale scaturite dalle energie creative del post sessantotto (tra tutti Alberto Rodriguez e Marcello Melis) per arrivare ai nostri giorni laddove il jazz è sentimento popolare, cultura di massa, economia e risorsa culturale di enorme fascino e spessore.”

 L’ultima domanda: è possibile definire oggi il Jazz in una citazione circoscritta, scevra da tante connotazioni, spesso di altra natura?

 “Il jazz è per sua natura un prodotto culturale disomogeneo. Nasce dalla commistione di generi e culture, si lacera e si modifica nel tempo, cambia continuamente pelle e identità. Anche in Sardegna assistiamo a una molteplice esposizione di modi e stili (non sempre coerenti) frutto di lunghe sperimentazioni e ricerche. Per diversi anni il jazz locale ha sentito la necessità di fare i conti con le radici della cultura locale (sembra quasi un passaggio obbligato) con risultati talvolta esaltanti e grandi riconoscimenti popolari sia di critica che di pubblico. Oggi questa tendenza sembra essere arrivata a un punto di non ritorno e, giustamente, i musicisti volgono lo sguardo in lontananza alla ricerca di nuovi linguaggi e nuovi stimoli. È una dialettica insita in questa musica con tutto quello che comporta: emozioni, nevrosi, gioia, dolore, pensiero razionale e istinti primari in lista d’attesa. Oggi la musica è un grande libro aperto dove si possono ritrovare le grandi emozioni del passato e le suggestioni della cultura del nostro tempo: dall’elettronica alla musica contemporanea, dalla cultura digitale alla fascinazione perenne delle cose reali.”

 

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