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Invecchiamento demografico, “Il caso Italia”

febbraio 7, 2014 • Cultura e Società, z in evidenza

Vecchi

di Giovanna cambiano

Che l’invecchiamento della popolazione sia un fatto incontrovertibile, è certo, come è altrettanto certo che in Italia non sono stati adottati – contrariamente ad altri paesi – linee-guida e progetti per affrontare la questione dell’invecchiamento demografico. Adottando perlopiù soluzioni d’emergenza, lasciando sostanzialmente le famiglie in un totale stato di abbandono rispetto alla cura degli anziani. Costringendole peraltro a dilapidare stipendi e risparmi, in taluni casi causandone povertà, e penalizzando le donne, che sono coloro che principalmente si occupano della cura famigliare, questo inoltre aggrava notevolmente la loro situazione lavorativa o la permanenza nel mercato del lavoro.

L’italia infatti ha il più alto tasso di invecchiamento, a fronte della percentuale più bassa di anziani assistiti in strutture e a domicilio.

Guardare al di là dei confini nazionali aiuta a comprendere meglio i nodi del nostro Paese. Per questo motivo la rubrica “Domande all’Europa” della rivista “Welfare Oggi, diretta da Cristiano Gori, indaga come vengono affrontati nelle altre nazioni europee dilemmi e sfide oggi cruciali per la realtà italiana. Nell’ultimo numero della rivista si analizza a tal proposito la questione delle soluzioni abitative protette per anziani, confrontando le buone prassi internazionali con la realtà italiana.

Il trend europeo e la “domiciliarità globale”. La percentuale di persone over 65 che ricevono cure domiciliari di lungo termine traccia una chiara linea di separazione tra il Nord dell’Europa, con punte oltre il 20% della popolazione anziana in Danimarca, Olanda, Islanda e i Paesi nordici in generale sopra il 10% e l’area-sud, sotto la media europea del 7-8% nel 2009 con un dato italiano stimato intorno al 3% (dati della Conference on Healty and Dignified Ageingdi quell’anno).

In questo modo la Finlandia, mantenendo e potenziando i propri servizi di home care, attestati intorno al 10,7% di una popolazione anziana sempre in crescita, ha ridotto l’istituzionalizzazione degli anziani dal 6,2% del 1995 al 2,5% del 2010; meglio ha fatto la Danimarca che dal 1987 al 1996 ha ridotto i posti letto istituzionali da cinquantamila a trentaseimila unità portate poi nei dieci anni successivi, nel 2006 a ventiseimila unità a fronte di una residenzialità sociale passata a cinquantatremila unità il tutto mentre in Italia l’home care (1999-2009) passava dal 3 al 3,2% e i ricoveri in istituto dal 2,7 al 3%.
Una circoscritta sottoanalisi della realtà belga mostra un piccolo ma significativo dato sulle potenzialità di queste politiche di protezione territoriale: nella regione fiamminga, dove la funzione dei servizi di supporto domiciliare raggiunge quote del 30%, il ricorso a cure mediche è stimato intorno all’8%, contro un 17% dell’area Bruxelles dove l’
home care non supera il 13%.
Se dunque esiste in Europa un 
trend virtuoso da considerare come riferimento positivo per le necessarie politiche del futuro è quello dell’investimento sulla “domiciliarità globale”, un termine che nelle realtà evolute non comprende solo servizi, ma sostanziose politiche di housing socialee reti operative a forte integrazione di competenze.

Il “caso Italia”. Come è noto l’Italia è oggi il Paese europeo, insieme alla Germania con il più alto tasso di invecchiamento, il che equivale ad esserlo nel mondo, affiancati dal Giappone, l’unica nazione le cui proiezioni superano le nostre verso il 2050, anno che contemporaneamente coinciderà per il nostro Paese con una situazione demografica in cui la popolazione attiva raggiungerà l’equivalenza con la coorte dei pensionati e degli under 14 a carico delle famiglie, con una percentuale elevatissima di over 85 con tassi di invalidià e dipendenza stimati intorno al 40%.

In questo contesto non solo l’Italia è il Paese che nell’Europa dei 15 ha all’attivo una tra le percentuali più basse di anziani assistiti in istituzione e a domicilio, seguito solo da Spagna, Portogallo e Grecia, ma, quel che è peggio, non sembra al momento aver evidenziato per il futuro alcuna strategia nazionale in proposito, una di quelle linee-guida che la maggior parte dei Paesi europei sembra aver adottato da almeno un decennio.
I dati Istat più attuali documentano un 4,9% di diffusione dei servizi domiciliari contro una media europea arrivata al 13% nelle stime più recenti e un 3% di residenzialità istituzionale contro valori europei del 6-8%, a fronte di un trasferimento monetario diretto, attraverso le indennità di “accompagnamento” decisamente più alte dei partner europei, con un divario tutto nazionale tra un Nord più ricco di servizi con minore ricorso alle pensioni e un Sud poco servito e molto “accompagnato”.
Secondo Welfare Oggi, “ad una palese carenza di programmazione di medio e lungo termine si aggiunge una peculiare rigidità dei sistemi autorizzativi e di accreditamento che, pur con alcune variabili regionali, rende estremamente difficile la sperimentazione di nuovi modelli e l’adozione di politiche innovative per l’abitare protetto della popolazione senescente, per cui la presenza di supporti abitativi intermedi per l’
home care di cui si è evidenziata la grande importanza strategica, rimane un evento tuttora sporadico sul territorio”.
Nel decennio 1999-2009 la percentuale di persone anziane è passata in Italia dal 18 al 20,3% a fronte di un incremento dello 0,3% della recettività residenziale e una sostanziale stabilità di un
home care che per giunta soffre tuttora di una sostanziale latitanza di quella rete abitativa protetta che come si è evidenziato in precedenza rappresenta l’elemento chiave del successo delle migliori politiche territoriali europee.

L’importanza di programmare. “Prima che stanziamenti e moltiplicazioni acritiche di posti-letto, servono oggi linee programmatiche per il medio e lungo termine – conclude l’articolo -, adeguatamente preparati da una seria riflessione strategica, fondata su esperienze e good practices documentate; sperimentazioni validate di modelli innovativi; agevolate da una sostanziale de-burocratizzazione degli attuali assurgici criteri di accreditamento; sostegno all’housing sociale, riqualificato e premiato sulla base della reale cifra sociale della progettazione; decentramento amministrativo, restituendo agli Enti Locali quelle responsabilità autorizzative e di vigilanza che hanno fatto la fortuna dei sistemi più evoluti del Nord Europa”. 

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