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Chiamiamola “violenza maschile”

febbraio 7, 2014 • Cultura e Società, z in evidenza

 

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Opera del maestro Beppe Gallo

 

Riproponiamo un articolo che, dati gli ultimi episodi di violenza di ogni tipo, verbale, istituzionale, fisica da parte di  “troppi” uomini, e non meno il linguaggio dei media,tale riflessione risulta, purtroppo, molto attuale.

L’inferiorità della donna come stereotipo culturale – definizione del concetto di cultura.
Il concetto di cultura è fondamentale nell’indicare le tradizioni socialmente apprese ed acquisite, non solo per quel che concerne i modi di vivere, ma soprattutto il modo strutturato e reiterato di pensare, sentire e conseguentemente di agire.
Partendo dalla ricostruzione degli avvenimenti storici e sociali, possiamo arrivare a formulare un’idea di società che rompa lo schema dell’inferiorità femminile, e formulare leggi generali di sviluppo dei sistemi sociali.
Sir Edward Burnett Tylor, fondatore dell’antropologia accademica dei paesi anglofoni disse nel primo trattato di antropologia:

“La cultura intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’individuo come membro di una società. La condizione della cultura nelle varie società del genere umano, nella misura in cui può essere indagata sulla scorta di principi generali, è un argomento che si presta allo studio delle leggi del pensiero e dell’agire umani”.

Poiché l’antropologia con il termine “cultura” si riferisce alle “Mappe mentali” che i membri di una determinata società seguono per agire e parlare, che diventano regole condivise, è facile dedurne che tali regole sono costitutive di un certo tipo di codice comportamentale. Ne consegue che le azioni sono da considerare come “fenomeni sociali”, nel senso che i gruppi sociali e le relazioni di ognuno di essi con ogni altro sono aspetti della cultura. La famiglia per esempio è un gruppo sociale che segue e manifesta una particolare cultura sociale di vita familiare; la società è un gruppo di persone che condividono un habitat comune e dipendono una dall’altra per la sopravvivenza e il benessere.
La continuità del modo di vivere è definito come “trasmissione culturale”, intesa come esperienza di apprendimento grazie alla quale la generazione più anziana influenza quella più giovane nell’adottare forme tradizionali di pensiero, ciò avviene soprattutto attraverso l’uso di premi e punizioni, normalmente si tende a premiare la conformità al modello dominante. Però la riproduzione dei modelli culturali da una generazione all’altra non è mai completa, i vecchi modelli vengono sempre inficiati dai nuovi, da innovazioni consce o inconsce da parte degli individui.
Premesso che all’apparire dell’Homo sapiens, quello che era il legame tra l’evoluzione biologica subì un mutamento, si deve dedurre che per comprendere gli ultimi 100000 anni di evoluzione culturale, è necessaria una visione olistica dei processi culturali piuttosto che biologici, in quanto la selezione naturale e l’evoluzione organica sono fondamentali nella cultura ma, una volta che si sviluppò la capacità di acquisizione, molte differenze e somiglianze culturali si delinearono o scomparirono
indipendentemente dai mutamenti nei genotipi. Possiamo sostenere quindi che la cultura non è codificata nei geni, bensì nella mente. Infatti tutti gli antropologi
convengono che esiste una natura umana corrispondente all’eredità genetica
dell’Homo sapiens, ma dissente dai sociobiologi per quel che riguarda l’attribuzione di alcune pratiche culturali quali la guerra o la supremazia maschile, direttamente all’espressione della natura umana. Nonostante l’utilità per l’organismo di essere fornito di un programma di risposte comportamentali codificate nei geni,che è proprio della specie, in realtà il comportamento che presenta più vantaggi rispetto alla programmazione generica è il comportamento programmato, in quanto frutto dell’apprendimento.
La capacità di imparare è stata selezionata positivamente in molte specie animali più evolute, proprio perchè l’apprendimento è un metodo più flessibile e più rapido dell’evoluzione genetica di realizzare il successo riproduttivo. Tale apprendimento fa sì che il gruppo si adatti a nuove possibilità, o tragga vantaggi da esse, in una sola generazione, senza dover attendere l’apparizione e la diffusione di mutazioni genetiche.
Il processo effettivo con cui le innovazioni comportamentali si trasmettono da un individuo all’altro e vanno a far parte della cultura di un branco – indipendentemente dalla trasmissione genetica- è proprio quello dell’apprendimento.
Un fatto appurato è che le culture sono state pervase soprattutto dai valori maschili,ai quali quelli femminili, sono sempre stati subordinati.
L’antropologo maschio trovandosi ad analizzare la vita quotidiana di un gruppo, si è trovato però inevitabilmente a descrivere anche il ruolo della donna; indubbiamente con il sopraggiungere delle donne antropologhe nella ricerca, si è approdati a materiale culturale, frutto proprio delle donne antropologhe.
Vi è quindi un nesso che lega il significato, l’immagine della donna nel tempo,
rispetto alla sua creazione culturale.
E’ questo il punto da cui è necessario partire per invertire la rotta rispetto alla questione della violenza maschile che da sempre si abbatte sulle donne. Una violenza trasversale a tutte le classi sociali e culture. La stima delle donne uccise da uomini violenti, si aggira al centinaio all’anno; un dato che tende ad essere “stabile”, non in aumento, e non in diminuzione. Dovrebbe far riflettere il fatto che la modernità, il movimento femminista degli anni 70, tutto quello che viene definito “emancipazione femminile” nelle società occidentali, non abbiano modificato la cultura maschilista.
In realtà l’unica cosa che è cambiata, è il fatto che il focus sia più costante sugli omicidi e maltrattamenti.
E’ chiaro che si tratta di un problema strutturale, l’importante è non perdersi semplicemente nelle statistiche, che fanno pericolosamente distrarre l’opinione pubblica. Oppure pensare che le leggi – ovviamente importanti e fondamentali – siano sufficienti a combattere un fenomeno secolare. Queste devono essere affiancate da un radicale cambiamento culturale, nella scuola, nella famiglia, e nella società tutta, a partire dalle donne stesse.

Il fenomeno della violenza maschile, svalutata nella sua gravità per quel che concerne il “soggetto primario” bersaglio di violenza, cioè la donna, è da considerarsi “onnicomprendente”, in quanto investe in modo diretto i minori che assistono (o che vivono un “humus” culturale fatto di tensioni) ad episodi di violenza da parte del padre nei confronti della madre. Il danno olistico provocato nella psiche e nella personalità dei bambini, è molto importante e devastante, contrariamente a quanto comunemente si pensi, anche quando questi non sono direttamente oggetto di tale violenza.

In poche parole, la classica frase che spesso le donne vittime di violenza pronunciano: “con me è violento ma in fondo è un buon padre”, è quanto mai rivelatrice di quanto la vittima, cioè la donna che subisce violenze, entri in una zona grigia del vissuto quotidiano, dove non percepisce la gravità, il pericolo, e gli effetti destrutturanti sulla vita sua e dei figli. La patologia, diventa normalità.
Per meglio comprendere cosa si intende per violenza o maltrattamento, è certamente utile fare riferimento alla definizione della Convenzione di Istambul del 11 maggio 2011:
“ I bambini sono vittime della violenza domestica, è da considerarsi maltrattamento, tutto ciò che impedisce il benessere del bambino, abbandono, malnutrizione, negligenza, percosse con mani od oggetti. Altresì la “violenza psicologica” di svalutazione, insulto, isolamento dalle relazioni parentali ed amicali, minacce di botte, di abbandono, di uccisione, violenza sessuale, e “violenza economica” esplicata come sfruttamento economico impedimento alle risorse economiche, far indebitare ecc.”

E’ di tale violenza che il bambino/a fa esperienza diretta o percependone gli effetti, non è solo il fatto di vedere la violenza, sentire i rumori delle percosse, grida, insulti e minacce. Anche il sapere o constatarne gli effetti (per esempio vedendo gli oggetti distrutti), è uno stato d’animo di dolore e di paura, dove si percepisce la disperazione, l’angoscia e lo stato perenne di terrore in cui questi soggetti vivono in famiglie a conflittualità continua.

Secondo i dati Istat del 2006 sono state 690 mila in Italia le donne che hanno subito
violenze ripetute da partner e avevano figli al momento della violenza. Il 62,4% ha
dichiarato che i figli hanno assistito ad uno o più episodi di violenza. Nel 19,6% dei
casi i figli vi hanno assistito raramente, nel 20,2% a volte, nel 22,6% spesso. Le donne che hanno subito violenza ripetutamente dal partner e avevano figli hanno anche dichiarato che nel 15,7% dei casi i figli hanno subito violenza dal padre: raramente, nel 5,6%, a volte nel 4,9%, spesso nel 5,2%.

oltre a danneggiare la donna psicologicamente o fisicamente, anche fino all’omicidio, come purtroppo le cronache dicono, danneggia i bambini, ma soprattutto crea una spirale di patologia da cui è difficile uscire a livello sociale, perchè i bambini vittime di questo fenomeno, hanno altissime probabilità di diventare adulti problematici.
Nei casi di violenza, alcune sfere dello sviluppo risultano compromesse, sono bambini che provano la “pena di vivere”, spesso non sono riconosciuti nella loro sofferenza, in primis dai genitori, spesso accade anche che da adulti si sentano dire “sei esagerato” quando parlano della sofferenza vissuta. Infatti è riscontrato che i genitori maltrattanti neghino il maltrattamento, disconoscendo così la sofferenza dei figli, alimentando in tal modo sintomi di grave frustrazione, rabbia, disistima.
Molte madri picchiate, quando sono interrogate sulla possibile percezione che di tutto questo possono avere i figli, rispondono che i bambini dormono in un’altra stanza o che comunque dormono o non sono presenti o non sentono o non capiscono.
Le conseguenze a lungo termine, cioè sulla formazione dell’individuo che sarà adulto sono: paura, colpa, bassa autostima, depressione, distacco emotivo, disturbi d’ansia, aggressività, passività, somatizzazioni, dipendenza, sintomi dissociativi, abuso di sostanze, difficoltà genitoriali, trascuratezza, violenza fisica, psicologica e sessuale a danno di figli e partner. L’educazione affettiva di questi minori in generale è impregnata di stereotipi di genere, connotati da svalutazione della figura materna e da disprezzo verso le donne, ma i problemi riguardano ambedue i sessi, in eventuali processi di identificazione nel padre o nella madre.
Si rilevano inoltre alcuni casi di Resilienza, cioè di trasformazione (da parte dell’individuo vittima di violenza) e di ricostruzione in base a risorse mentali proprie che vengono messe in atto per uscire dallo stato di sofferenza. E’ evidente che anche l’aspetto giuridico ha molta importanza, in particolare per quel che concerne l’affido condiviso che nei casi di separazione odierni va per la maggiore, ma che in realtà si rivela dannoso, perchè non tutela il minore dal genitore violento.
In ogni caso vi è ancora una sottovalutazione del fenomeno della violenza maschile, percepito ancora a livello sociale come un “non problema”, perchè nell’immaginario collettivo la donna è ancora vista come una “preda”, uno stereotipo sessuale (si veda il fenomeno della pubblicità), un “corpo”. Il cambiamento deve avvenire prima di tutto nell’aspetto culturale, perchè non v’è dubbio che altrimenti il fenomeno si
auto alimenterà in una spirale infinita.

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