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La Transavanguardia di Francesco Clemente in Mostra a Palermo

febbraio 5, 2014 • Arte e Poesia

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di Dario Cataldo

Un artista a 360 gradi, pittore, scrittore di poesie, giramondo, affascinato da culture diverse e lontane. Stiamo parlando di Francesco Clemente, per la prima volta protagonista della personale esposta a Palermo, presso i locali del prestigioso e settecentesco Palazzo Sant’Elia. Nato a Napoli il 23 Marzo del 1952, comincia presto a dedicarsi alla pittura, coinvolto dalla conoscenza di esponenti di spicco della scena degli anni settanta quali: Cy Twombly, Joseph Beuys e Alighiero Boetti. Intraprende numerosi viaggi, spesso in Asia, entrando in contatto con la cultura afghana e indiana, ma anche tanto Sud America e Giamaica. È però nel 1980 che il suo nome comincia a circolare tra i capofila della nascente corrente della Transavanguardia italiana, grazie al teorico Achille Bonito Oliva – tra l’alto curatore della personale esposta a Palermo.

Con la Biennale di Venezia dello stesso anno, la consacrazione a New York, che gli vale la collaborazione con Andy Wharol, Kenny Scharf e Keith Haring. Battezzata da Bonito Oliva, la Transavanguardia si pone come elemento di rottura con la Pittura Concettuale di quegli anni, enfatizzata dalla ricerca dell’eccesso attraverso il primato delle idee, a discapito dell’estetica. Il pensiero che oltrepassa la manualità e il piacere di dipingere. È per tale motivo che i transavanguardisti catechizzano un ritorno al gesto di impugnare un pennello e dipingere su una tela, dando risalto ai colori, dando risalto alla genuinità delle intenzioni.

In merito afferma Achille Bonito Oliva: La transavanguardia ha risposto in termini contestuali alla catastrofe generalizzata della storia e della cultura, aprendosi verso una posizione di superamento del puro materialismo di tecniche e nuovi materiali e approdando al recupero dell’inattualità della pittura, intesa come capacità di restituire al processo creativo il carattere di un intenso erotismo, lo spessore di un’immagine che non si priva del piacere della rappresentazione e della narrazione”.

In esposizione fino al 2 Marzo 2014, sessanta opere su tela che delineano l’evoluzione artistica di Clemente, attraverso un vocabolario simbolico e visivo che spazia dalla tradizione orientale a quella classica occidentale, dalle immagini televisive sino al cinema e alla cultura popolare – di cui l’amico e collaboratore Andy Warhol è stato un precursore. Tra i dipinti esposti, un ruolo di primo piano è delegato alla sacralità, all’importanza del sacro nella vita dell’uomo – anche quando è inconsapevole. Trasversale e aperto alla profonda visione escatologica, Francesco Clemente non accentua o declina una piuttosto che l’altra religione, lasciando la porta aperta a qualunque esperienza mistica che possa toccare le corse dell’anima.

Dalla spiritualità cattolica è testimone il trittico “Crown” del 1988, il quale rimanda alla figura di Gesù Cristo, della sua corona di spine durante il calvario della Passione. Nel trittico, come in altre tele, il filo conduttore rimanda ad un tema ricorrente: l’opposizione tra due principi, ora il cielo e la terra, ora il bene e il male, ora la vita e la morte ed infine il corpo e l’anima. Non solo tradizione cristiana, ma anche tanto induismo, buddismo e tradizione zen in “Afternoon Raga” del 1997, in cui la tecnica dell’acquarello rende l’idea dell’immediatezza, della pragmaticità con la quale è possibile accedere alle sfere più intime e profonde del sacro.

Suggestiva è intraprendente è la dimensione che il pittore campano attribuisce all’autoritratto, in cui finalmente, privo di costrutti e sovrastrutture, il soggetto è messo a nudo, con la maschera deposta in nome della naturalezza, della rinascita a vita nuova, attraverso molteplici forme e mutevoli identità. Ecco che la metamorfosi comincia il suo corso, superando i confini e i paletti dell’Io, per esplodere in una profonda armonia con il tutto. Tale consapevolezza è frutto della relatività culturale che in Clemente non assume l’accezione negativa di compartimento isolato tra una visione del mondo in conflitto con un’altra.

Come una membrana, il pittore napoletano si lascia oltrepassare da religioni, tradizioni popolari, rituali e cerimonie differenti tra loro, accomunate dal comune denominatore antropologico che alimenta l’arte. Ecco che dunque la religiosità indiana è accostabile – con Clemente – a quella occidentale piuttosto che a quella sud-americana perché medesima è la percezione che l’uomo “tout court” ha del sacro. Da tale presupposto, il mondo interiore, retrospettiva di quello materiale, assume una notevole valenza, una consapevole importanza frutto del risalto che può godere attraverso un’arte pura, che rifugge da concetti e idee che non siano il mero atto del disegno. Come un sapiente alchimista, Francesco Clemente fa dialogare il passato con il futuro, idiomi e stili distanti geograficamente e accomunati artisticamente. Osservando le tele esposte presso i locali di Palazzo Sant’Elia a Palermo, una piacevole perdita dell’orientamento conduce lo spettatore verso la direzione dell’inesplorato, di sentieri mai battuti prima. Una mente aperta al servizio dell’arte: questo è Francesco Clemente.

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