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Quale futuro per la Siria?

febbraio 4, 2014 • Mondo, z in evidenza

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Ali Haidar, ministro della Riconciliazione Nazionale in Siria, nei giorni precedenti la Conferenza di Ginevra ha dichiarato: “Non aspettatevi niente da Ginevra 2. Né Ginevra 2, né Ginevra 3, né Ginevra 10 risolveranno la crisi siriana. La soluzione è iniziata, e proseguirà, con il trionfo militare dello stato”. Alcuni osservatori internazionali temono invece che la Siria si frammenti in più staterelli rivali. Che fine farà la Siria? Forse esaminarne la storia geopolitica può darci qualche indicazione.

Prima che l’accordo Sykes-Picot del 1916 dividesse il Medio Oriente in una serie di bizzarri stati-nazione, il nome Siria era usato da mercanti, politici e guerrieri per indicare la striscia di terra delimitata a nord dalle montagne del Tauro, a ovest dal Mediterraneo, a sud dalla penisola del Sinai e a est dal deserto. La regione era talora definita anche con il nome di ‘Levante’. Gli Arabi, che seguivano le rotte carovaniere che dal Mediterraneo raggiungevano il centro dell’Asia, la chiamavano ‘Bilad al-Sham’, cioè la “Terra a sinistra” – intendendo a sinistra rispetto alla La Mecca, nel procedere verso est.

Che la si guardi da Oriente o da Occidente, da nord o da sud, la Siria si trova in posizione sfavorevole, circondata da potenze più forti. Le terre fertili a nord, bagnate dal Mar di Marmara e a cavallo tra Asia Minore ed Europa; la Valle del Nilo a sud e le terre tra il Tigri e l’Eufrate a est hanno da sempre ospitato popolazioni più ricche e coese.L’espansionismo delle varie potenze che controllarono queste terre attraversò inevitabilmente la Siria, causando spargimenti di sangue, miscugli di popoli e di religioni e intensi traffici commerciali. Soltanto due volte nella storia pre-moderna la Siria fu indipendente e sovrana: dal 301 al 141 a.C., sotto la dinastia ellenistica dei Seleucidi, la cui capitale era Antiochia (l’attuale città turca di Antakya) e dal 661 al 749 d.C., durante il califfato Omayyade, la cui capitale era Damasco. La Siria fu spesso divisa o sottomessa dai suoi vicini, perché troppo debole, frammentata e geograficamente vulnerabile per difendersi. Tale è il destino di una terra di confine.

Alla Siria manca un elemento geografico forte, coesivo, che concentri le attività e gli interessi della popolazione. Per essere forte la Siria deve avere non solo una costa per commerciare via mare, ma anche un entroterra coeso per produrre cibo e risorse di varia natura e far da cuscinetto protettivo al cuore delle attività commerciali. Sia la conformazione geografica del territorio, sia il miscuglio di sette minoritarie che lo abitano hanno impedito il realizzarsi di tale condizione (vedi mappa a lato).

La costa della Siria e del Libano (che è sempre stato parte della Grande Siria), lunga e sottilissima, lascia subito il posto a montagne e altipiani. In questa striscia di terra vivono numerose minoranze, tra cui Alauiti, Cristiani e Drusi, sempre timorose di essere schiacciate da qualche altro gruppo più forte, sempre pronte ad allearsi con chiunque potesse essere utile alla loro sopravvivenza.

Oltre le montagne dell’Anti-Libano, il fiume Barada scorre verso est e dà origine a un’oasi nel deserto, dove sorge Damasco.Circondata e protetta da due catene montuose e dal deserto, Damasco è una città-fortezza, per questo è la capitale del paese. Ma per poter esercitare la propria autorità sulla regione deve poter utilizzare e controllare il corridoio attraverso le montagne per raggiungere l’antica costa fenicia del Mediterraneo, che ora appartiene al Libano, e il lungo corridoio verso nord che la collega ad Aleppo attraverso le steppe e le città di Homs, Hama e Idlib.

Le terre a nord di Damasco accolgono una popolazione relativamente omogenea rispetto a quella della costa, che è composta di minoranze. Aleppo si trova lungo l’arco della Mezzaluna Fertile, corridoio commerciale naturale tra l’Anatolia, il Mediterraneo e Damasco (tratteggiato nella mappa accanto al titolo). Aleppo ha talora approfittato della sua lontananza da Damasco per rivendicare più autonomia, ma rimane il centro economico fondamentale cui Damasco, indipendentemente dal regime al potere, non può rinunciare. A est di Damasco inizia il deserto, pressoché disabitato, che la separa dalla Mesopotamia e che nel corso dei secoli è stato attraversato da formazioni nomadi diverse – dalle carovane mercantili alle tribù beduine ai jihadisti di oggi.

La demografia di queste terre è stata altalenante ed è sempre dipesa dalla potenza di turno (vedasi mappa a lato). I Cristiani, prevalentemente Ortodossi orientali, furono maggioranza durante il periodo bizantino. Quando la Siria fu conquistata dai Musulmani, gli Sciiti diventarono maggioranza. Nei secoli successivi si avvicendarono varie monarchie sunnite provenienti dalla Mesopotamia, dalla Valle del Nilo e dall’Asia Minore e perciò i Sunniti divennero e rimasero maggioranza. I Sunniti sono concentrati nel Deserto Arabico e nella striscia di terra che collega Damasco ad Aleppo, mentre la costa è popolata di minoranze religiose che hanno sempre cercato l’aiuto di potenze lontane per contrastare l’influenza sunnita dell’entroterra.

I Francesi ebbero forti legami coloniali con il Levante e furono abilissimi nel manipolare le minoranze, ma la loro strategia ebbe serie conseguenze che persistono tuttora. In Libano la Francia appoggiava i Cristiani Maroniti, che da Beirut riuscirono a dominare il commercio marittimo a scapito dei mercanti sunniti di Damasco. La Francia sosteneva anche i Nusairi, che abitavano la costa siriana. Nel periodo del loro Mandato (1923-1943) i Francesi li rinominarono Alauiti, concessero loro relativa autonomia e li arruolarono nell’esercito coloniale. Quando il Mandato francese terminò, c’erano tutti gli elementi per scatenare disordini settari, che culminarono nel colpo di stato – senza spargimento di sangue – orchestrato da Hafiz al Assad nel 1970. Ebbe così inizio il dominio degli Alauiti sulla Siria. Ora che in Siria l’equilibrio settario tende verso l’Iran e i suoi alleati, l’attuale politica francese consiste nel sostenere i Sunniti, insieme all’Arabia Saudita, contro il regime alauita che la Francia stessa ha contribuito a formare.

La minoranza alauita probabilmente non sarà rovesciata nel prossimo futuro. Le forze alauite resistono nella capitale e stanno pian piano riguadagnando terreno anche nelle periferie. I miliziani libanesi di Hezbollah contribuiscono alla causa alauita difendendo la strada che dalla costa libanese porta a Damasco attraverso la valle della Beqa’a e la strada che porta alla costa siriana – controllata dagli Alauiti – attraverso la valle del fiume Oronte. Finché gli Alauiti e gli Sciiti controlleranno Damasco e anche Beirut, la regione compresa fra la costa e Damasco stessa non potrà cadere in mano ai ribelli sunniti. Infatti i ribelli si sono rivolti a nord, verso Aleppo. Ora Assad sta concentrando le forze – e le mosse diplomatiche – per arrivare a una tregua in quella zona, durante la quale poter far giungere rinforzi per la riconquista della città.

Nel nord-est della Siria frattanto le forze curde cercano di rafforzare la propria autonomia, ma il regime alauita è relativamente tranquillo, sapendo che il separatismo curdo minaccia più la Turchia che Damasco.

I destini di Libano e Siria rimangono profondamente intrecciati. A metà del XIX secolo una sanguinosa guerra civile, che inizialmente aveva contrapposto Drusi e Maroniti lungo la costa montuosa, si estese rapidamente dal Monte Libano a Damasco. Oggi il movimento avviene al contrario: la guerra civile siriana sta propagandosi in Libano. Gli Alauiti continuano a guadagnare terreno in Siria, aiutati dall’Iran e dagli Hezbollah, mentre un oscuro connubio tra jihadisti sunniti e governo saudita sta diventando sempre più influente in Libano, il che alimenta le ostilità tra Sciiti e Sunniti e tiene alta la tensione a Beirut.

L’orrore della guerra civile costringe l’Occidente a dimostrare di star facendo qualche cosa di costruttivo, ma l’interesse di Washington resta centrato sul mantenimento e avanzamento dei negoziati con l’Iran, principale sostenitore di Assad, e questa trattativa rafforza di riflesso la posizione di quest’ultimo.

Poiché Egitto e Turchia sono concentrati sui problemi interni, Arabia Saudita e Iran rimangono le uniche potenze regionali in grado di influenzare direttamente il panorama politico siriano. L’Iran – che condivide con la Russia l’interesse a mantenere rapporti con il regime alauita e a fare in modo che quest’ultimo mantenga il suo accesso al Mediterraneo – continua ad avere un ruolo attivo nel conflitto, mentre il deserto tra Siria e Mesopotamia è costellato da milizie sunnite che sperano di sconfiggere i loro rivali grazie all’aiuto dei Sauditi. La guerra civile continua. Nessuna fazione in conflitto è in grado di sovrastare l’avversario sul campo ed entrambe hanno alle spalle sostenitori pronti ad alimentare le ostilità fino al limite estremo. Gli appelli al cessate il fuoco continueranno a non essere rispettati, la guerra si allargherà e si intensificherà anche in Libano. La Siria non si frammenterà in una serie di staterelli settari, né si riunificherà sotto un leader politico scelto a tavolino in una conferenza a Ginevra.

L’imperativo di mantenere Damasco come centro nevralgico tra costa ed entroterra – indipendentemente dal regime al potere – fungerà da collante, benché precario, fra le fazioni in questa terra di confine, quando saranno allo stremo delle forze. 

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