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La transizione birmana

gennaio 29, 2014 • Mondo, z in evidenza

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“Greh Moo, secondo da sinistra con amici Karen”

di Francesca Lancini

Da icona dei diritti umani a politico imperturbabile, Aung San Suu Kyi continua a essere il perno intorno a cui ruotano le cronache sul Myanmar, o ex Birmania. Tuttavia, questo Paese nel cuore dell’Asia, adagiato con il suo Delta dell’Irrawaddy al centro dell’Oceano Indiano, non può essere raccontato e capito solo attraverso “The Lady”, come la chiamano i birmani. L’ ex colonia britannica resta uno dei luoghi del pianeta dove si concentra il maggior numero di etnie, lingue, religioni e culture. Nel periodo post-coloniale, fino ai nostri giorni, è stato martoriato da guerre fra il regime militare centrale, di etnia bamar o birmana, e gli autonomisti di varie popolazioni. Contro civili stremati dalla povertà sono stati commessi i più gravi abusi: uccisioni sommarie, sfollamenti, stupri, utilizzo di bambini soldato, riduzione ai lavori forzati per le grandi opere, disseminazione di mine anti-uomo. Le giunte militari al comando negli ultimi sessant’anni hanno impedito le relazioni con il mondo esterno e soprattutto con l’Occidente, che ha invece sposato la causa di Aung San Suu Kyi: portare la democrazia in modo pacifico. Tre anni fa, però, è arrivata l’apertura alle riforme. Suu Kyi è stata liberata da un lungo periodo di arresti domiciliari e il nuovo governo, abbandonate le uniformi, ha cominciato a dialogare per voce del suo nuovo presidente Thein Sein con gli Stati Uniti e con l’Unione Europea. “The Lady” ha compiuto viaggi diplomatici in tutto l’Ovest che conta e ha espresso la volontà di diventare il nuovo capo dello Stato. La transizione è finalmente in atto, ma a quale prezzo e con quali benefici?

Lo spiega, in modo dettagliato in questa intervista esclusiva a Caratteri Liberi, Saw Greh Moo, analista politico del Salween Institute nel Maryland. Figlio di una famiglia ordinaria Karen (la seconda più grande minoranza del Myanmar), fu costretto da bambino a lasciare il suo villaggio distrutto dall’esercito birmano. Dopo la giovinezza trascorsa nei campi profughi, nel 2004 ottiene una borsa di studio per il Canada dove si laurea in Scienze Politiche e Storia. Oggi Greh Moo è un uomo di 34 anni, col giovane volto da primo della classe, sopravvissuto alla guerra civile. “Come tanti”, dice. “La parte più difficile non è stata non avere abbastanza cibo o un posto dove dormire, ma la mancanza di libertà di movimento, di opportunità d’istruzione e di lavoro per diventare una persona indipendente”. Come per i ragazzi di ogni nazionalità, il vero dramma è stato non sapere cosa aspettarsi dal futuro e se qualche sogno si sarebbe mai realizzato. Da un anno vive negli Stati Uniti, dove ha sede il centro di studi birmani Salween, ma appena può torna a far visita ai suoi amici Karen al confine fra Myanmar e Thailandia. Non ha mai fatto parte della guerriglia Karen, ma conosce coetanei coinvolti nella lotta politica e armata. Inevitabile in questi territori, in cui il conflitto è la quotidianità. Anche se il governo sta trattando le tregue con i gruppi separatisti, si avanza sul filo del rasoio. Nel frattempo, come accade spesso nei momenti di passaggio, sono esplose nuove violenze di matrice razzista e fanatica contro i musulmani, cui Greh Moo ha dedicato un articolosul Democratic Voice of Burma, giornale di esuli birmani a Oslo. Il suo è un invito al pragmatismo e a una visone politica di lungo termine per porre fine alle violenze. Di seguito, lo studioso ci aiuta anche ad allargare l’obiettivo: l’ex Birmania è l’attuale terreno di contesa fra Usa e Cina, e la nuova frontiera del mercato asiatico. In molti potrebbero approfittare delle sue risorse e della sua vulnerabilità.

Com’è cambiata la Birmania negli ultimi tre anni, dopo la liberazione di Aung San Suu Kyi e, in particolare, nel campo della libertà politica e dei diritti umani?

Gli spazi liberi d’espressione si sono estesi. Oggi ci sono più giornali e pubblicazioni a mezzo stampa in cui si possono esprimere opinioni e pensieri senza vincoli. I partiti politici possono esercitare le loro attività e partecipare alle elezioni con poche restrizioni o nessuna. E’ un buon segno e un enorme progresso rispetto a tre anni fa, quando Aung San Suu Kyi fu liberata. La situazione dei diritti umani, tuttavia, resta intricata. Si sono verificati meno scontri nelle aree rurali abitate dalle etnie di minoranza, ma gli abusi da parte dell’esercito birmano sono continuati con minore risonanza e attenzione a causa dell’hype sulle riforme nelle città. Decine di migliaia di civili nelle regioni etniche vengono tuttora cacciati dalle loro abitazioni in seguito ai combattimenti sporadici e alle offensive che i militari birmani conducono per espandere il loro controllo sui territori. L’esercito agisce ancora di sua iniziativa e ignora di frequente le indicazioni delle autorità civili quando sono in gioco i suoi interessi.

E la vita quotidiana delle persone come si è trasformata?

Per la gente ordinaria non è cambiato granché. Ci vorrà del tempo prima di vedere gli effetti delle riforme nella vita quotidiana, anche se c’è stato un miglioramento immediato nelle possibilità di movimento. Le restrizioni ai viaggi nelle aree rurali sono state tolte o allentate. E’ anche più facile ottenere un passaporto o un documento per andare all’estero. Dobbiamo riconoscere che centinaia di prigionieri politici sono stati rilasciati. Tuttavia, le cosiddette riforme sono decise o discusse dalle più alte cariche. E il personale degli uffici governativi ha la stessa mentalità di queste ultime. Sembra che l’attitudine dei vertici verso l’opposizione stia cambiando, ma non dobbiamo dimenticare che gli attuali leader sono gli stessi che facevano parte del precedente regime militare. Adesso indossano un’uniforme diversa, ma il 90 per cento degli attuali ministri è composto da ex generali.

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In questi tre anni Aung San Suu Kyi ha deluso le aspettative in una transizione reale verso la democrazia?

Suu Kyi, finora, non è riuscita a fare molto in Parlamento. Tanti civili e leader delle minoranze sono alterati, ma il contesto politico non l’ha favorita. E’ corretto dire che il governo ha preso il rischio di liberarla solo dopo essersi assicurato che lei potesse agire in modo limitato. Le sue mani di fatto sono legate, ma rimane una speranza per la maggioranza dei birmani. E’ rispettata e la sua ascendenza è calata di poco. Spero possa fare di più e meglio, ma bisogna attendere le prossime elezioni generali del 2015. Siano i recenti cambiamenti reali oppure no, per la maggioranza dei birmani il voto del prossimo anno sarà il test decisivo.

Come spiega il silenzio e la posizione morbida di Suu Kyi riguardo gravi questioni, tra cui gli assalti dei fondamentalisti buddisti contro i musulmani?

E’ un argomento sensibile. Suu Kyi pagherebbe un prezzo politico se volesse parlarne con franchezza. Gran parte del suo sostegno viene dai buddisti. Penso che sia stata costretta a comportarsi così. Ha sinceramente a cuore gli interessi di tutti, ma la politica ha sempre la meglio sulle intenzioni. Lei ora è un politico, probabilmente calcola e agisce di conseguenza. Ciò è abbastanza triste e deludente. Ma gli abitanti della Birmania hanno vissuto in una società chiusa per così tanti anni. Dovrà trascorrere del tempo prima che aprano gli occhi e la mente. Serve un processo educativo. Nonostante ciò, penso che Suu Kyi abbia ancora un’influenza e un’autorità morale, e possa essere una forza di cambiamento e liberazione per ognuno in Birmania. Non può restare per sempre muta sull’intolleranza religiosa e sugli scontri settari. Questo problema deve essere risolto in modo non violento e con ragionevolezza, altrimenti il Paese non sarà mai pacificato.

Lo stesso discorso vale per le continue tensioni nelle regioni delle minoranze etniche, dove lei è nato?

Sui conflitti fra esercito birmano e guerriglieri Suu Kyi è più franca. Se vogliamo vivere nello stesso Paese e godere tutti di maggiore benessere, abbiamo bisogno di leader onesti e coraggiosi che rimettano questa nazione sul corretto sentiero. Suu Kyi potrebbe essere la nostra migliore scommessa, ma non sono certo che le varie etnie possano contare su di lei. Come dicevo prima, lei ora si considera un politico e non più un difensore dei diritti umani. Ha più o meno taciuto su questioni che possono danneggiare la sua strategia politica e gli interessi del suo partito. E’ rimasta in silenzio difronte al movimento anti-musulmano e al conflitto in corso fra il governo e i Kachin nel nord. Dovrebbe anche sapere, però, che ha bisogno del supporto delle nazionalità etniche tanto quanto loro hanno bisogno di lei per raggiungere i rispettivi obiettivi.

Le persecuzioni contro i musulmani (soprattutto della popolazione Rohingya) si stanno espandendo dallo Stato meridionale di Arakan al resto del Paese. Chi è responsabile? Perché il monaco di Mandalay e leader estremista Wirathu è ancora libero di incitare alla violenza?

Le autorità dovrebbero caricarsi di gran parte delle responsabilità. Dovremmo riuscire a guardare i benefici di lungo termine per il Paese ed essere disposti a pagare il costo politico di breve termine. In molti modi, alcuni li conosciamo altri no, le autorità hanno reso possibili le persecuzioni contro i musulmani permettendo gli incitamenti a sfondo razziale. Non solo il governo non ha arrestato il monaco che ha spinto alla violenza razzista, ma ha anche manifestato pubblicamente rispetto nei suoi confronti. Il governo sembra appoggiare tacitamente le persecuzioni contro i Rohingya e le altre azioni in funzione anti-musulmana. D’altra parte, la maggioranza delle persone e dei monaci buddisti è pacifica e tollera le diversità di credo religioso. Coloro che stanno facendo una campagna contro i musulmani rappresentano una minoranza. Una delle misure immediate ed efficaci che devono essere prese per fermare le violenze è rispettare lo stato di diritto e punire severamente chi incita al razzismo, così da dare un messaggio forte e chiaro contro di esso. Per una soluzione a lungo termine, dove le diverse comunità religiose possano convivere in pace, deve essere promosso un processo educativo. Ma, a tal riguardo, il governo ha fatto ben poco. Forse, per questa ragione, il monaco Wirathu è ancora libero.

Il nazionalismo birmano è radicato. Aung San Suu Kyi, di etnia di maggioranza bamar, il suo partito (Lega Nazionale per la Democrazia) e i militari hanno la stessa idea di nazionalismo? Quali rischi comporta il concetto di identità nazionale nell’ex Birmania, Paese abitato da oltre cento etnie?

Il nazionalismo ha radici profonde nell’animo dei birmani. Di solito respingono le ingerenze straniere. Il governo e l’esercito sono molto diffidenti verso i poteri esterni. Non penso, però, che Aung San Suu Kyi, il governo e l’esercito siano accomunati dalla medesima concezione di nazionalismo. Ma tutti e tre, cosa molto pericolosa, confondono il nazionalismo con il buddismo. Spero solo che Suu Kyi riesca a smarcarsi dalla mentalità dei militari. La Birmania è un Paese multietnico. Non possiamo propagandare un nazionalismo che ci metta gli uni contro gli altri, ma insegnare l’educazione civica, il diritto alla cittadinanza e il multiculturalismo. Essendo un Paese con indentità, culture e lingue multiple bisogna imparare il valore della tolleranza. Un nazionalismo fuori controllo può avere conseguenze pessime e minare la creazione di un’Unione (federale, ndr.) birmana pacifica.

Suu Kyi vuole diventare presidente del Myanmar dopo essere riuscita a riformare la Costituzione che glielo impedisce perché sposata a uno straniero (lo studioso britannico Michael Aris morto nel 1999). Un obiettivo egoistico o per il bene del Paese?

Il fatto che Suu Kyi esprima onestamente il suo desiderio di diventare Presidente è positivo. Di sicuro se lo merita dopo tutto quello che ha sacrificato e dato per la lotta politica. Tuttavia, bisogna occuparsi delle questioni della popolazione con un fine più alto di questo. La Costituzione andrebbe riformata non solo per consentire a una persona di diventare Presidente, ma anche per rendere il Paese più democratico, più rappresentativo e più federale. Di certo bisognerebbe allargare lo sguardo. Mi preoccupa che lei si concentri su una particolare clausa, perché ci sono articoli più importanti che meritano attenzione. Ad esempio, la Costituzione parla molto poco di una più ampia autonomia per le minoranze etniche, ovvero di una questione che causa instabilità politica da decenni. Purtroppo, anche la comunità internazionale sta trascurando dei problemi importanti e reali concedendo troppa priorità ai bisogni di Suu Kyi.

Molte aziende straniere (statunitensi, cinesi, norvegesi, ecc.) stanno inviando i loro uomini d’affari in Myanmar per avviare nuovi business. C’è il rischio che il suo Paese divenga l’ennesimo teatro di una globalizzazione fuori controllo?

La Birmania è l’ultima frontiera del mercato asiatico in cui ognuno vuole avere un punto d’appoggio. Le sue immense e ancora non sfruttate risorse naturali, soprattutto di petrolio e gas naturale, la rendono molto attraente per gli investitori stranieri e per le aziende che vogliono fare profitti all’estero. La Birmania sarà il nuovo terreno di battaglia nella competizione fra aziende straniere in Asia. Ma la storia dimostra che solo pochi Paesi in via di sviluppo sono in grado di far fronte alla forza della globalizzazione quando aprono le loro porte. La Birmania non farà eccezione. In realtà è da anni che le aziende straniere, con legami stretti con il precedente regime militare, sfruttano le risorse. Per esempio, quelle dei Paesi vicini, cinesi, tailandesi, sudcoreane, singaporeane e malesi, hanno estratto petrolio, gas e altre materie prime senza alcun rispetto per le comunità locali. Ora che la diga è aperta la competizione aumenterà e la caccia diventerà più aggressiva.

Intanto, con l’arrivo di altre aziende, i prezzi delle terre e delle proprietà sono saliti alle stelle. Di conseguenza sono aumentate le confische illegali di terreni da parte dei cronies del governo (imprenditori legati a chi comanda, ndr.) e dei gruppi d’affari dei militari. Nelle aree rurali e nelle regioni etniche intere comunità sono state sfollate per lasciare il posto alle “Zone Economiche Speciali”, alle attività minerarie e ad altri progetti di estrazione.

E’ vero che Suu Kyi ha buone relazioni con i cronies birmani?

Non so dire con certezza quanto siano estese. Si sa che si sta rivolgendo a loro e che accetta volentieri i loro contributi e il loro supporto “filantropico”. In passato era solita condannarli e prendere le distanze da loro, ma da quando è stata liberata pare corteggiare chiunque possa sostenere la sua agenda politica. Non mi sorprende perché ai politici servono sostenitori con tasche profonde per sopravvivere finanziariamente.

Parliamo ora della lotta del suo popolo, i Karen. Qual è lo stato del conflitto contro il governo centrale?

L’esercito governativo sostiene che l’attuale forza dei guerriglieri Karen non sia formidabile come un tempo. I Karen sono caduti più volte nell’ultimo decennio. La faziosità e la rivalità fra vari gruppi interni ha prodotto divisioni, rotture, diminuzione delle risorse e cambiamenti nel supporto popolare. Ma i problemi sul piano militare non significano che siano mutati i desideri o i principali obiettivi della loro lotta politica. Le nostre richieste sono sempre le stesse: federalismo, autonomia più ampia e uguaglianza. La guerriglia Karen continua a controllare larghi appezzamenti con risorse sufficienti alla sua sopravvivenza e l’Unione Nazionale Karen gode ancora di sostegno popolare, è rispettata e vista come un’organizzazione politica legittima e rappresentativa del popolo Karen.

Oltre ad analista politico, lei è considerato un attivista. Di che tipo? Giustifica la guerra?

La lotta armata non è mai stata la prima scelta per il popolo Karen nel tentativo di raggiungere una più ampia autonomia. I Karen hanno sempre sperato e richiesto di risolvere i problemi politici con mezzi politici. Ma gli ex regimi militari, repressivi e brutali, hanno reso impossibile adottare la lotta non violenta. L’esercito birmano ha perseguitato e ucciso. Decine di migliaia di Karen sono state sradicate dai loro villaggi e hanno assistito alla distruzione delle loro comunità. I Karen hanno il diritto, quindi, di difendersi con le armi.

Sia l’esercito birmano che la guerriglia Karen utilizzano i bambini soldato. Cosa si può fare per impedire questi arruolamenti? Finirà mai, inoltre, il dramma dei lavori forzati?

L’uso dei bambini soldato è sempre contro le leggi e i principi fondamentali dei diritti umani. Dovrebbe essere bandito completamente.

Tutto dipende da come procederanno le riforme. Solamente una reale democrazia può migliorare la situazione del lavoro minorile e forzato. Se l’esercito continua a prendere le decisioni e a esercitare un potere insindacabile, mentre perdurano i conflitti fra militari birmani e gruppi etnici armati, non possiamo fidarci completamente. Il presidente Thein Sein ha promesso molte cose da quando ha ricevuto l’incarico tre anni fa, ma veramente poco è stato mantenuto. L’esercito continua a usare di tanto in tanto i contadini come portatori e per costruire strade. Migliaia di bambini sono ancora costrette a lavorare a causa delle ristrettezze economiche.

Quale importanza geopolitica ha oggi il Myanmar?

Notevole. La sua collocazione strategica è cruciale. Confinando con l’India a ovest, con la Cina a nord e con i Paesi dell’ASEAN a sud, è una porta d’ingresso per alcuni poteri emergenti e per i più grandi mercati mondiali. La Cina è un alleato tradizionale e il principale protettore economico e politico da decenni. Ha procurato alla Birmania quasi tutto quello di cui aveva bisogno, dal supporto finanziario e dagli investimenti stranieri ai rifornimenti militari e a una copertura diplomatica. Ma la Birmania ha stabilito e mantiene buone relazioni con l’India e i Paesi del Sud Est Asiatico per bilanciare l’influenza cinese. Da quando l’ex regime militare ha ceduto il potere nel 2011, il nuovo governo dagli abiti civili, presieduto da Thein Sein, ha spinto per migliorare i rapporti con l’Occidente, in particolare Stati Uniti e Unione Europea. E con successo. L’Occidente ha tolto quasi tutte le sanzioni economiche. Normali relazioni sono state ripristinate. Gli USA hanno inviato un ambasciatore. Le aziende occidentali, come dicevamo, sono accorse per avviare nuovi affari. E tutti, USA, Unione Europea, Cina e ASEAN, hanno un ruolo importante nel favorire le riforme.

Ma…

Preoccupa la velocità con cui l’Ovest sta trattando con il nuovo governo birmano senza che prima sia adeguatamente e prudentemente riassestata la situazione. Ad esempio, gli USA e l’UE hanno rimosso quasi tutte le sanzioni commerciali e sono arrivati con milioni di dollari nel Paese per supportare il nuovo governo e il processo riformatore. Alcuni membri UE si sono impegnati nella cooperazione alla sicurezza offrendo il loro addestramento alla polizia e alle forze di sicurezza birmane. Gli USA stanno addirittura pensando di collaborare con l’esercito, lasciando interdetti molti attivisti politici e gruppi di difesa dei diritti umani. Questi ultimi pensano che stiano agendo in modo avventato. Già nel 2012 Washington ha invitato i militari al Cobra Gold Exercise (Esercitazioni del Cobra d’Oro che si tengono in Thailandia, ndr.) fra soldati statunitensi e dei maggiori alleati sud-est-asiatici.

E’ già accaduto, del resto, in altri contesti.

I birmani forse adesso godono di maggiore libertà e pace, ma i militari stanno ancora conducendo delle guerre contro i gruppi etnici che al momento respingono le condizioni di cessate il fuoco imposte dal governo. Ed è colpa dell’esercito se l’attuale assetto costituzionale non è democratico. Oltretutto, la comunità internazionale non capisce pienamente la complessità e le dinamiche dei conflitti politici in Birmania. Li leggono in termini di democrazia, diritti umani e povertà, vedendo solo una parte dei problemi. La comunità internazionale deve trattare con tutti gli attori in gioco, tra cui i gruppi etnici che chiedono più autonomia.

La Birmania, sbocco sull’Oceano Indiano al centro dell’Asia, è diventata il nuovo terreno di contesa fra USA e Cina?

Sì. Con la nuova politica estera dell’amministrazione Obama, detta “Pivot to Asia” (perno asiatico, ndr.), la Birmania sarà un importante spazio di disputa. Le migliori relazioni che Washington ha stretto con il governo birmano e il sostegno alle riforme fanno parte di una più ampia politica di contenimento dell’influenza cinese in Asia e nel Pacifico. Per questa ragione il Giappone, primario alleato asiatico degli USA, ha versato decine di milioni di dollari in aiuti economici alla Birmania. Ma Pechino non si lascerà portare via il suo cliente tradizionale sotto il naso.

La domanda “da un milione di dollari” su Suu Kyi: girano da tanto tempo voci che The Lady come anche il Dalai Lama abbia avuto stretti legami con le intelligence occidentali, in particolare britanniche e statunitensi. Potrebbe aver collaborato con loro per cambiare uno specifico assetto geopolitico?

Onestamente non ne ho idea. Potrebbe essere vero, ma è difficile da verificare se non si ha accesso alla rete interna di Suu Kyi. So solo che ha avuto rapporti molto stretti e buoni con tanti governi occidentali durante la sua lotta politica e per la democrazia.

Nel frattempo com’è cambiata la situazione dei profughi birmani e delle varie etnie in Thailandia?

Le cose sono cambiate molto già da sei o sette anni. Decine di migliaia di rifugiati sono state trasferite in Paesi terzi, ma altre decine di migliaia sono ancora lì perché il flusso (dalla Birmania in Thailandia, ndr.) non si è mai fermato. Per quanto riguarda i Karen, però, è stato firmato il cessate il fuoco e gli arrivi sono quasi terminati. Tuttavia, non è il momento per gli espatriati di tornare indietro. La tregua è molto traballante e ci sono vari problemi logistici, economici, di sicurezza e di opportunità lavorative che ostacolerebbero un rientro sicuro e regolare in Birmania.

E lei tornerà al suo villaggio?

Spero di rientrare in Birmania e vivere lì un giorno, ma non sono sicuro che la mia vita sarà quella di una volta. Non vedo il mio villaggio da quando lo lasciai nel 1988. Di fatto ho trascorso gran parte della mia infanzia, della mia adolescenza e della mia vita adulta fuori dalla Birmania, di cui almeno la metà nei campi profughi. Al tempo stesso sento che non sarò mai a casa né in USA né in Canada, perché la Birmania e lo Stato Karen sono sempre nel mio cuore, nonostante la loro brutta storia e il mio difficile periodo di quando ero bambino.

Vedi anche: http://caratteriliberi.eu/2013/11/08/mondo/aung-san-su-kyi-una-politica-non-una-santa-2/

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