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2013, le stragi della vergogna

gennaio 2, 2014 • Politica, z in evidenza

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di Giovanna Cambiano

Bruxelles non ha fatto nulla per cambiare le sue politiche di asilo. Infatti il provvedimento europeo siglato nel 2003 che regola le procedure di richiesta di asilo e del riconoscimento dello status di rifugiato è rimasto tale e quale a prima. In sostanza, secondo il provvedimento, i rifugiati devono chiedere asilo nel primo Stato membro dell’Unione europea in cui mettono piede. Questo significa che i Paesi più periferici come Spagna, Malta, Italia, Grecia, ma anche la Bulgaria, devono letteralmente sobbarcarsi la maggior parte delle richieste di asilo, a fronte di una tutela spropositata di Paesi più continentali come Germania, Belgio o Paesi Bassi.

Esisterebbe tuttavia un’iniziativa che però assomiglia ad una presa per i fondelli, poiché relega il problema a Stati come la Turchia, cioé l’Ue darà ai cittadini turchi la possibilità di accedere in Europa senza aver bisogno del visto, realizzando così un loro vecchio desiderio; in cambio Ankara dovrà riammettere tutti i richiedenti asilo che Bruxelles ha respinto…A rimetterci però saranno proprio i rifugiati poiché Ankara non ha un vero e proprio sistema di asilo e sebbene abbia firmato la Convenzione di Ginevra che tutela i rifugiati, la Turchia onora i suoi impegni solo con i profughi provenienti dall’Europa.

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“Il 2013 nel mondo dell’immigrazione italiana si chiude con il peso di due vergogne: i 366 morti nel tratto di mare Mediterraneo di fronte a Lampedusa e i 7 lavoratori cinesi morti nella fabbrica di Prato”. Il Pontificio Consiglio  dei Migranti e Itineranti e Cor Unum in un documento richiamano la comunità cristiana e la società a ”un nuovo impegno di carità e giustizia sul dramma delle migrazioni forzate”.

“Lampedusa con i suoi morti ricorda il dramma delle guerre alle porte dell’Europa, dimenticate, tollerate se non talora anche alimentate dagli armamenti, ma anche l’incapacità dell’Italia e dell’Europa di leggere e gestire  un nuovo fenomeno di mobilità.
“Un momento importante per passare dalle parole ai fatti nella comune politica migratoria, salvando la qualità della democrazia europea dagli assalti estremisti. – scivono – L’augurio   è che il 2014 veda passi concreti nella gestione delle migrazioni in Italia e in Europa, con l’attenzione alla forte mobilità dei giovani, al dramma delle famiglie rifugiate, alla partecipazione dei migranti alla vita sociale e politica”. “Ogni forma di esclusione, di privazione dei diritti – concludono – indebolisce la costruzione di una città dell’uomo e la sicurezza sociale e produce

Le notizie che stanno allarmando l’opinione pubblica sulle condizioni dei Cie sono ben note all’Unione delle Camere Penali che, con il proprio Osservatorio carcere, ha portato a termine un ciclo di visite di tutti i Cie d’Italia quando di essi quasi nessuno parlava. Le immagini raccapriccianti degli ‘internati’ di Ponte Galeria a Roma, con le bocche cucite in segno di protesta, cosi’ come quelle assurde e degradanti degli immigrati ‘disinfettati’ nel Centro di Prima Accoglienza di Lampedusa, rendono la questione della tutela dei diritti fondamentali degli immigrati di drammatica attualità. Cosi’ l’Unione Camere Penali, che sulla questione ha da tempo evidenziato l’assurdita’ di “questa che, anche se non viene definita tale, e’ una vera e propria detenzione, per di piu’ d’incerta durata, non potendosi sapere prima se si protrarra’ per pochi giorni o parecchi mesi, cosa che determina nel ‘trattenuto’ un perenne stato di aspettativa e delusione alla lunga massacrante. A cio’ si aggiunga che le motivazioni del trattenimento in un Cie appaiono al ‘trattenuto’ incomprensibili, ed in effetti tali sono, sia perche’ la dichiarata esigenza di identificazione e’ chiaramente pretestuosa, trattandosi di persone note, sia perche’ la misura viene applicata in modo spesso casuale ed appare dettata piu’ dall’intento di trasmettere un demagogico messaggio di severitaà in tema di immigrazione che da reali esigenza di sicurezza”.

Chi “come noi e’ entrato sia nelle carceri che nei Cie- sottolineano i penalisti- sa che in questi ultimi l’equilibrio psicologico dei ristretti e’ molto piu’ instabile, per le ragioni di cui sopra, e non stupisce che si verifichino iniziative di protesta autolesiva. L’unica misura che risulta adeguata per ricondurre i Cie allo standard di un paese civile e’, semplicemente, la loro chiusura. Ciò che si deve evitare e’ che l’ondata emozionale che si registra in questi giorni si riduca ad un lavacro delle coscienze in periodo natalizio senza che ad essa poi corrispondano precisi, urgenti e concreti atti legislativi”. 

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