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Non è solo un paradosso: la tv in Italia ha bisogno di una vera rivoluzione, non ci sono dubbi

gennaio 2, 2014 • Cinema e Dintorni, z in evidenza

Italo_Moscati

di Italo Moscati

Ogni anno, nell’ambito di una rubrica che apprezzo “La televisione-In numeri”, il Corriere della Sera pubblica un bilancio quantitativo delle trasmissioni dei giorni che stanno scadendo.
La rubrica non è firmata, ma si capisce che è governata da Aldo Grasso, il quale governa lo spazio della critica tv da tanto tempo; troppo?
Non so dire. Siamo nella voga della rottamazione , però io credo che si possa dare ancora fiducia a una persona competente, specie se il lavoro quotidiano lo migliora e non lo mette in pantofole, rischio che c’è.
Grasso non è amato, specie da chi critica com’è ovvio, ma non è neanche odiato. La permanenza ne ha fatto un intoccabile. Un intoccabile dilagante. Un giornale invidioso pubblicò anni fa la somma dei suoi guadagni: una montagna, che però costa fatica e studio; capita anche in Italia i guadagni siano meritati.


Tuttavia, Grasso conferma una tendenza del Corriere: conserva a lungo i suoi critici; in passato, venivano cambiati solo se morivano. Adesso sono in vigore tra gli altri Franco Cordelli per il teatro, Paolo Mereghetti per il cinema, tutte persone che conosco e spesso apprezzo (non sempre), e lo stesso Grasso, i quali-credo- permangono grazie alla stima e alla pazienza dei lettori.
Torno alla rubrica del bilancio in numeri a cui mi riferisco, che si giova della puntuale collaborazione di Massimo Scaglione, uno studioso serio, un prof della Università cattolica di Roma. Il suo apporto è fondamentale con i numeri.


In questo caso, nella sintesi, viene detto che la Rai è leader assoluto del 2013, grazie al calcio. Non c’è da meravigliarsi. Accadde, è accaduto, accadrà, specie se il calcio e lo sport in genere reggeranno la baracca che non è una baracca ma è vuol essere una industria culturale, con pregi e difetti.
Nella rubrica, si osserva che la Rai nel 2012 aveva realizzato grandi ascolti con “La più bella del mondo” di Roberto Benigni e “Rock Economy” con Adriano Celentano. E tra i successi del 2013 vengono indicati la serie in due puntate dedicata ad Adriano Olivetti e le dodici puntate di “Tale e quale”.
Infine, viene precisato che tutti i primi posti sono occupati da Rai1, mentre Mediaset arriva ottava con “Gianni Morandi Live in Arena” e con “Italia’s Got Talent. La top-ten si chiude con il bel risultato di un’altra fiction Rai, “Una grande famiglia 2″.


Bene, benissimo. Le top-ten sono utili, indispensabili, aiutano a capire il rapporto tra flussi del pubblico e flussi della pubblicità.
Che aggiungere? Una piccola preoccupazione. La televisione, anzi le tv sono sminuzzate tra numeri, dati, risse nei talk (in calo), polemiche generiche o mirate o sceneggiate (in calo), proteste per la qualità dei programmi (in calo); e tra abitudinarierà (in aumento), rassegnazione (in aumento), qualunquismo sulla qualità (in aumento), sconforto (in aumento).
Come concludere? I numeri e i dati creano una sorta di fortificazione molto munita che circonda le reazioni, gli spettatori, gli autori. La fortificazione non brilla; al suo interno domina uno strano malessere, qualcosa di profondo e cocente che nessuno analizza nè in superficie nè in profondità.
Un malessere che avvelena sottilimente le aziende, dopo l’avvelenamento quotidiano e paziente della offerta (le idee, i programmi) e della domanda (sbandata, fedele per disperazione).
Sarebbe bello leggere non solo numeri e classifiche ma leggere o sentire analisi sugli ultimi vent’anni di tv in Itala.
Nel 2014, la Rai compirà 60 anni, auguri.

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C’era una volta la Rai della tv pedagogica; quella della neo-televisione e della riforma (1975 e anni seguenti); poi quella della concorrenza con le tv private, che hanno vinto su formule e contenuti; infine quella di adesso, scolpita nella targhe degli ascolti e delle classifiche.
Vi pare, ci pare sufficiente? Non lo è : per capire non solo la Rai ma soprattutto il mare televisivo che galleggia tra gli schermi opachi (i vari tipi di schermi) e i nostri occhi (i vari tipi di occhi opachi, ivi compresi quelli dei critici permanenti).
Il malessere dopo gli anni del vecchio benessere ormai sorpassato, ma ereditato, dalla sessantenne mamma e nonna Rai, con le sorelle acquisite tutte intorno al freddo lacrimoso focolare in cui il disinteresse e la ironia ultra leggera bruciano i nostri pensieri.

. Vorrei spiegare meglio il malessere che tocca non soltanto la Rai ma tutto il sistema televisivo italiano.
Un corsa, non posso fare altro, a causa dello spazio di un post come questo, forse troppo ambizioso ma non presentuoso.
Una corsa di impressioni mescolate agli spunti che vengono offerti dalla tastiera sempre più dilatata dei nostri telecomandi. Dalle reti generaliste, le reti nate e impaludate nel digitale terrestre, alle reti satellitare, al cuneo Sky che continua a macinare i suoi giorni in correzioni e iniziative dovute alla ferrea necessità di incremenatare la via lattea dei suoi abbonati.
Sky scivola via tra la concorrenza, velocemente, sagacemente, nonostante i difetti piccoli e grandi di cui sappiamo.

Dal cielo “sky” arriva un messaggio chiaro. La informazione continua, l’intrattenimento attento al cinema (molte festidiose repliche però), la consapevole e abile tessitura fra spot pubblicitari e sigle redazionali, l’efficacia delle rapide regie e delle musiche; l’ attenzione all’arte e alla cultura con ritmo narrativo sono qualità che alternano abitudinarietà e gioco di sorprese, a rimpiattino, con il pubblico.
Il digitale terrestre, di cui spesso siamo scontenti per rozzezza tecnica e inutilità di molti canali, va a caccia di tartufi e in questa epoca però sono pochi, pochini, pochissimi. E’ solo possibile dire che la somma della moltiplicazione dei pani e pesci tv, non fa un bel effetto. Anzi, è spesso irritante la offerta predisposta, in una confusione che non può non esserci, secondo le regole di ammissioni alla messa in onda e agli affitti. I canali sono molti anche su Sky, ma corrispondono a una impostazione in qualche modo organizzata e comunque meno contraddistinta di contraddizioni,compromessi, cadute, inutilità generica.

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Il digitale non aiuta a digerire l’abbondanza e la superfluità. Non è avvenuto quel che era promesso: il numero di più canali in sequenza può garantire possibilità e varietà ma sfido chiunque a dire che il salto complessivo nella qualità sia avvenuto. Può darsi addirittura , ma ne sono sicuro, che si siano fatti dei passi indietro.
Avremo modo di approfondire questi giudizi, frutto di una lunga osservazione che mi è capitato di fare, e che possono essere sbagliati, confrontiamoci: penso che l’abbondanza superflua, e la scarsa fantasia nonchè progettazione,favorisca la eterogeneità delle scelte e dei giudizi
I canali principali, tre contro tre. Rai1, Rai2, Ra3: da anni si barcamenano, conservano primati di ascolti e sono meno preoccupati dalla gara negli ascoli (che vincono complessivamente). Canale 5, Rete 6, Italia 1 resistono nel tentativo concorrenziali, vanno a corrrente alternata, hanno un loro pubblico, più giovane, ma non tale da impedire un’attenzione stabile, in crescita, del pubblico meno giovane.


I canali principali sono angosciati dai deficit, aumento dei costi e delle quote per i diritti da acquisire e dalla pubblicità in calo; stentano a rinnovarsi, più che in lotta sembrano alleati per forza di cose a proteggersu vicendevolmente. Le cose, la situazione “devono”restare come sono.
I cambiamenti che hanno caratterizzato la 7- terzo oggetto nella corsa delle lumache- si sono imposti per qualche tempo poi si sono ridotti, perdendo presenza ed efficacia
La 7 non è più il frutto di idea di un canale alternativo in tutti i sensi ma di un adattamento nei dubbi e nelle lacerazioni della politica.
Ed ecco che, da questo rapido schema (sempre discutibile) una domanda nasce e s’impone. Ancora una volta,la questione è politica, come accade in modo tipico in un Paese in cui , come diceva Ennio Flaiano, “nulla è più stabile del provvisorio”.


Il “provvisorio”- la situazione appena indicata- è alla base di un malessere che è alla base di una delusione crescente. ll malessere è dovuta a televisioni (un’unica televisione ormai) che sono il risultato di un tanti anni di un deterioramento in cammino.
Dal 1975, data della riforma della Rai, ad oggi, sono quarant’anni. Quarant’anni di mani della politica, o meglio dei partiti, sulla tv. Ricordate il film di Francesco Rosi “Le mani sulla città”, tra fine anni 50 e inizio 60? Così. Mi spiegherò, in modo storico, non velleitario, con il senno del poi. 

 da – Tvblog.it

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