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Residenza ”virtuale” per i rifugiati a Torino. Scoppia la polemica

dicembre 30, 2013 • Politica, z in evidenza

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Dopo una battaglia durata sei anni, 1500 profughi vedono accolte le rivendicazioni per l’assegnazione di un domicilio legale. Senza non potevano accedere ai benefici dello status di rifugiato. Sei consiglieri d’opposizione si incatenano per contestare il provvedimento

 Residenza subito. Da mesi, queste due parole risuonavano di fronte alla sede del comune di Torino, in piazza Palazzo di città. Scandite da centinaia di profughi che – insieme ad attivisti dei centri sociali, dell’Arci e dell’associazionismo cittadino – chiedevano che agli oltre 1500 rifugiati presenti in città venisse assegnato un domicilio legale. Senza di quello non è possibile accedere ai centri per l’impiego, mandare i bambini all’asilo o perfino farsi assegnare un medico di famiglia: tutti benefici stabiliti, in teoria, dal riconoscimento dello status di rifugiato

E alla fine, residenza è stata. Con un gesto dal sapore simbolico, proprio mentre nei Cie di tutta Italia divampavano le proteste, lunedì scorso il Consiglio comunale ha voluto occuparsi della questione con l’ultimo provvedimento ufficiale del 2013. Una delibera presentata dal vicesindaco Elide Tisi, che ha proposto la creazione di un indirizzo “virtuale” (via della Casa comunale n. 3) da assegnare a tutti i rifugiati che vivono in città. E che ha incontrato forti resistenze da parte dell’opposizione, “disposta a tutto” pur di boicottare una misura che in Italia sarebbe stata prima nel suo genere, rischiando quindi di fare giurisprudenza per le pubbliche amministrazioni.

La seduta consiliare, tra le più infuocate dell’anno, si apre con centinaia di emendamenti presentati dai banchi del centrodestra. Quindi, approfittando di una pausa chiesta proprio dall’opposizione, sei consiglieri – Marrone e Ambrogio di Fratelli d’Italia, Ricca e Carbonero della Lega,  Liardo del Nuovo centrodestra, D’Amico di Progett’Azione – si incatenano al banco della presidenza. A riportare l’ordine ci pensa la vicepresidente Marta Levi: “Siamo in Sala rossa, non al bar. Siete espulsi, fuori dalle balle”. Tocca a Piero Fassino, a quel punto, lavorare a un compromesso: ma il testo finale del provvedimento, scritto dal Sindaco in persona,  non viene comunque votato da una larga parte dei consiglieri d’opposizione.

La delibera, alla fine, passa comunque. E insieme  alla residenza in via della Casa comunale 3, per tutti i rifugiati che dimostreranno di risiedere stabilmente sul territorio torinese, arriverà anche il documento di identità e l’inserimento i programmi di sostegno.  Non solo per quelli già presenti in città, ma anche per quanti arriveranno in futuro, in modo da “monitorare e regolare un fenomeno in costante espansione negli ultimi anni”, come dichiara soddisfatta il vicesindaco Tisi.

Si conclude così una battaglia iniziata ormai quattro anni fa, e portata avanti principalmente dal variegato universo culturale che fa capo al Comitato di solidarietà con i rifugiati.   “Tutto risale alle prime occupazioni, avvenute nel  2008/09” spiega Luca Centanni. “Molti rifugiati, per ragioni economiche oltre che burocratiche, non riuscivano a trovare una casa; una parte di loro ancora occupa gli stabili di Casa bianca, all’angolo tra corso Peschiera e via Revello”. Se a questi ultimi, poi, si sommano gli oltre 500 che a partire dallo scorso marzo si sono insediati nelle palazzine dell’ex villaggio olimpico (ex Moi), si ottiene il fatto che gran parte dei profughi presenti a Torino non avrebbe un tetto sulla testa se quegli edifici non fossero stati occupati. “È un circolo vizioso – continua Luca – perché anche per ottenere l’accesso alle liste d’attesa dell’agenzia per la casa c’è bisogno di una residenza”.

Proprio il diritto all’abitazione ha rappresentato uno dei nodi critici della bagarre: in consiglio comunale, l’opposizione ha più volte ipotizzato il rischio che proprio i cittadini torinesi potessero finire danneggiati dalla delibera. “Lo status di rifugiato è una corsia preferenziale per l’accesso ai servizi” ha accusato Maurizio Marrone dei Fratelli d’Italia. “I profughi, in quanto tali, finiranno per scavalcare tutti nelle graduatorie per la casa”.

 A guardare i fatti, però, la realtà appare diversa: “La battaglia per il diritto alla residenza – conclude Centanni – nasce proprio dal bisogno di accedere a tutta una serie di diritti di base, sanciti dalla legge e di fatto negati per anni a migliaia di profughi presenti in città”. Appena il 9 dicembre scorso, infatti, molti dei profughi presenti nei locali dell’ex Moi lamentavano il fatto di non poter accedere alle cure mediche, proprio mentre dovevano vivere in edifici non riscaldati, con la temperatura che  in città iniziava a precipitare sotto lo zero. Quegli stessi uomini, ora accolgono con soddisfazione la notizia del provvedimento: da gennaio, tra le altre cose, potranno avere una tessera sanitaria, accedere ai centri per l’impiego e accompagnare i bambini all’asilo. Per avere una casa, invece, checché ne dica l’opposizione, il percorso potrebbe essere più complesso: l’agenzia territoriale per la casa è un ente che fa capo alla Regione, dove è la Lega nord a sedere nei banchi di maggioranza. È a loro che il Comune dovrà chiedere di rivedere i criteri per l’assegnazione, in modo da evitare qualsiasi discriminazione, in un senso come nell’altro

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