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Rita Levi Montalcini, a un anno dalla scomparsa

dicembre 30, 2013 • Cultura e Società, z in evidenza

Rita-Levi-Montalcini

Un anno fa, il 30 dicembre 2012, si spegneva nella sua casa di Roma una grande donna, una scienziata dalla sensibilità straordinaria. Difficile dimenticare il senso di stupore attonito che poteva coglierci di fronte al breve annuncio diffuso dal notiziario: “Si è spenta oggi pomeriggio, all’età di centotrè anni, Rita Levi Montalcini…”.

Una notizia semplice nella sua ineluttabilità, ma quasi incomprensibile nella sua sostanza.

La stessa tempra da pilastro solido di cui era costituita la sua personalità, il nucleo inossidabile su cui era basata la sua esperienza di vita, che le aveva fatto dire, all’età di cento anni: “Fate del mio corpo ciò che volete, io sono la mia mente”, rendeva quasi impossibile la comprensione di quell’evento in fondo così semplice, così “banalmente umano” come la sua morte, poiché fatalmente lo trascendeva.

Così come era difficile comprendere lo spegnersi di quel corpo minuto, da scricciolo tenero consumato dagli anni, tra le braccia della sua fidata assistente, poiché ciò che nella sua vita aveva scoperto, aveva cercato di capire e trasmettere agli altri prima come donna e poi come scienziata, andava e va certamente oltre i limiti di un’umana esistenza.

La scoperta del fattore di accrescimento delle cellule nervose, e la ricerca dei meccanismi che, per contrasto, provocano invece la morte di intere popolazioni nervose nelle fasi iniziali del loro sviluppo, fulcro della ricerca scientifica su cui ha basato la sua attività di neurobiologa, si riscontra in parallelo, di fronte agli occhi di chi questo elemento voglia vederlo ed abbia la sensibilità per intuirlo, nella sua stessa vita di donna.

La stessa motivazione espressa dagli Accademici di Stoccolma all’atto di conferirle il premio Nobel per la Medicina nel 1986, secondo cui la scoperta dell’Ngf (Nerve Growth Factor) è un “esempio affascinante di come un osservatore acuto possa estrarre ipotesi valide da un apparente caos”, costituisce un messaggio nei confronti di tutte le donne e gli uomini che cerchino un profondo significato rispetto al loro “stare al mondo”.

Tornando indietro con la mente a quell’epoca, sembra di vederla, costretta forse negli abiti austeri di inizio secolo, camminare sotto i portici di Corso Vittorio, raggiungere l’abitazione di Corso Re Umberto, dove era nata e viveva con la famiglia, nella Torino di allora, tardo ottocentesca e sabauda, una Torino che non esiste più, se non per certe atmosfere che riesce a rievocare di tanto in tanto e solo di fronte ad uno sguardo attento, divenuta com’è ora crocevia culturale e snodo verso i potenti miraggi provenienti dal Nord Europa.

Era cresciuta – secondo le parole che lei stessa riferiva – in un mondo vittoriano, nel quale dominava la figura maschile e la donna aveva poche possibilità, cosa di cui aveva risentito, poiché sapeva che le capacità mentali maschili e femminili erano le stesse, e l’uomo e la donna hanno uguali possibilità intellettuali, soltanto diverso approccio. Questo costituiva, oltre che socialmente, anche psicologicamente un grosso ostacolo per lei, considerato lo sviscerato amore che nutriva nei confronti del padre e del fratello Gino, le due figure maschili della sua famiglia, poiché proprio con queste figure, peraltro tanto amate, doveva fatalmente confrontarsi.

Primo grosso ostacolo per lei, infatti, iscriversi alla Facoltà di Medicina dell’Ateneo torinese contro la volontà del padre, ingegnere e matematico dal carattere volitivo, da cui aveva ereditato certamente l’abitudine a sottovalutare gli ostacoli, appoggiata nella sua decisione dalla madre pittrice e dall’adorata sorella gemella Paola.

Poi gli anni di guerra, le persecuzioni razziali di cui poteva essere bersaglio la sua famiglia, essendo di religione ebraica sefardita, la costituzione, nel 1939, quando il regime fascista la espulse dall’Università, di un piccolo laboratorio nella casa di Corso Re Umberto, le peregrinazioni prima in Belgio, poi da sfollata nella stessa Firenze, poco prima della Liberazione. Qui aveva prestato la sua opera come medico curando i rifugiati scappati dal Nord, a contatto diretto con la sofferenza fisica indicibile ed il pericolo di contagio durante le epidemie, rendendosi conto della propria incapacità, per la sua profonda sensibilità in una tempra altresì così forte, di assumere il necessario distacco dal paziente. Da qui la decisione di dedicarsi completamente alla ricerca.

Problematiche enormi, insomma, quelle che si trovò ad affrontare nei vari periodi della sua vita, anche per la personalità più granitica, senza contare la necessità, subentrata successivamente a causa della cronica mancanza di fondi, di emigrare negli Stati Uniti per poter proseguire le sue ricerche.

Obiettivo principale, nei suoi primi studi insieme al Professor Giuseppe Levi (padre di Natalia Ginzburg, istologo di fama), fu quello di comprendere il ruolo dei fattori genetici ed ambientali nella differenziazione dei centri nervosi.

Ecco che qui ci imbattiamo nel nucleo più profondo, nel filo conduttore della sua traiettoria di scienziata e nello stesso tempo di donna così tenace, carismatica, indomita e brillante nella sua ricerca: la scoperta del “Nerve Growth Factor” andava contro l’ipotesi allora dominante nel mondo scientifico che il sistema nervoso fosse statico e rigidamente programmato dai geni. Evidentemente, invece, esisteva quel “qualcosa in più” che permetteva fondamentalmente al cervello di espandersi, di crescere, di perfezionarsi. Nel suo laboratorio di Saint Luis scoprì quel potente “quid” che, paragonabile ad un prezioso elisir di crescita, permetteva l’espansione delle fibre nervose: bastava iniettare una quantità infinitesimale di Nfg all’interno di una provetta contenente alcune cellule nervose ed attendere ventiquattr’ore, per poter osservare come iniziava a svilupparsi un alone talmente ricco di propaggini simili ai raggi di un sole. Altri tipi di molecole simili a quella sarebbero state scoperte in seguito, ma gli esperimenti portati avanti in quel laboratorio negli anni ’50, costituirono una pietra miliare per la comprensione del processo per cui un essere vivente nasce da due singole cellule, denominate gameti, riuscendo a diventare una sofisticata architettura composta da moltissimi tessuti diversi. Sono proprio i fattori di crescita a costituire la “mappatura” di ciascun segmento di un organismo, ed a fornire “possibilità” al suo perfetto funzionamento.

Soltanto lei è riuscita a focalizzare come scienziata questi fondamentali concetti – e questo le è valso il premio Nobel per la Medicina nel 1986 – perché prima di tutto come donna è riuscita con il suo coraggio, il suo amore per il prossimo, la sua propensione a vedere in ogni persona il proprio lato migliore, la sua determinazione a trasformare “ogni avversità in opportunità”, a capire qual è – psicologicamente – il vero “fattore di accrescimento” della mente umana, e della vita umana.

Tributiamo un grazie a questa nostra grande scienziata vissuta in un corpo di “piccola” donna, sperando che questo grande messaggio venga raccolto da tutte le donne, gli uomini, ed i giovani i quali non vogliono che una realtà predefinita ed imposta inibisca la loro “capacità di inventare il mondo e distrugga il fascino dell’Ignoto”.

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