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C’era una volta in Sicilia, si celebrano a Palermo i 50 anni del Gattopardo

dicembre 18, 2013 • Politica, z in evidenza

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di Dario Cataldo

Era il 1963 quando Luchino Visconti regalava una pellicola che avrebbe fatto il giro del mondo, decretandone un successo internazionale, di cui ancora oggi si parla. Sono trascorsi cinquant’anni da quando è stato prodotto ”Il Gattopardo”, film entrato di diritto nella storia della cinematografia. Tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, fotografa magistralmente uno squarcio di storia del meridione, all’indomani dello sbarco di Garibaldi a Marsala. Premiato con la Palma d’Oro alla sedicesima edizione del Festival di Cannes, il lungometraggio rivive nelle sale di Palazzo dei Normanni a Palermo, presso la Sala Duca di Montalto. Una Mostra multimediale quella inaugurata il 6 dicembre scorso, che si concluderà il 9 Febbraio del 2014; ideata e concepita come un viaggio all’interno della costruzione del film – mai scisso dalle dinamiche romanzesche lampedusiane – la rappresentazione offre ai visitatori una immersione sensoriale nel contesto gattopardiano.

Dalle rassegne fotografiche, alle lettere, interviste e costumi di scena, fino a tre documentari trasmessi al centro della sala, un ricco itinerario che celebra l’epopea del romanzo all’interno del film viscontiano. Burt Lancaster, Claudia Cardinale, Alain Delon, Paolo Stoppa, un giovanissimo Giuliano Gemma e Goffredo Lombardo, sono alcune delle personalità di spicco di un cast stellare, a testimonianza del fermento del cinema italiano nel periodo d’oro, una vera e propria epoca forse irripetibile. La storia è nota: sullo sfondo delle terre siciliane, la malinconica fine dell’aristocrazia nobiliare di matrice borbonica, che cede il passo alla rampante e nascente borghesia di umili origini, arricchitasi in fretta. Nel celebre dialogo tra Tancredi e lo zio, Don Fabrizio di Salina, la sinossi di tutta l’opera: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi […] e dopo sarà diverso, ma peggiore”. Un concetto, una frase che il popolo siciliano conosce bene, alla perfezione. Con una storia plurimillenaria alle spalle e dominazioni straniere sempre nuove, la Sicilia è stato il porto di mare dei potenti, la pedina di scambio nelle diplomatiche relazioni tra stati, la merce da baratto nello scacchiere del Vecchio Continente. In tutto questo, nella girandola del potere, qualcuno si è ricordato del popolo siculo? Reietto ed emarginato, è stato depredato delle sue ricchezze, delle sue bellezze, in cambio di consensi effimeri, logiche faziose e dominanti.

Nelle alternate dominazioni, una cosa non è stata sottratta, vero marchio di fabbrica della sicilianità: lo spirito di adattamento, di trarre il meglio da situazioni mutevoli e repentine. Nel romanzo di Tomasi di Lampedusa prima e nella pellicola di Visconti dopo, la lente d’ingrandimento è posta proprio in tale capacità di adattabilità, prerogativa di un popolo. Ancora oggi, guardando alle vicissitudini che vessano l’antica Trinacria, una certezza all’orizzonte: la duttilità, la versatilità di una cultura, frutto di influenze culturali differenti, che fanno della Sicilia un esempio di sincretismo culturale, un caleidoscopio di emozioni che solo respirando a pieni polmoni da questa terra può essere percepito. Nel “Gattopardo” i sontuosi ed eleganti ambienti aristocratici cedono il posto alla gretta speculazione frutto della mediocrità, della meschinità.

Nel cambiamento per non cambiare, un grido d’allarme, alimentato dalle spinte sociali: non è detto che la rivoluzione sia sinonimo di miglioria. In realtà, quella consumata all’interno delle trame narrative è la mancata rivoluzione, l’ennesimo treno perso per modernizzare una zona del territorio italiano, il Mezzogiorno, croce e delizia dei discorsi in politichese. Dopo cinquantanni dalla nascita della pellicola viscontiana, quanta attualità rintracciamo in logiche ottocentesce? Cambiano i governi e passano le legislature ma in concreto, quando occorre tirare le fila del discorso, al di là del qualunquismo stucchevole, cosa è cambiato?

Da una sommaria analisi sociale, si potrebbe azzardare il parallelismo tra il Meridione gattopardiano e l’Italia odierna. Da una vecchia aristocrazia al potere che decade, una nuova borghesia dirigenziale che ascende; Nel mezzo? Gli italiani! Due codici, due messaggi, due canali comunicativi che continuano a non incontrarsi, che anzi continuano a scontrarsi. Da un lato il panegirico delle ricette politiche, oramai indistinguibili dall’una e dall’altra fazione partitica – alzi la mano chi nota differenze tra quanto si dice a destra e quanto a sinistra; dall’altra la capacità di adattabilità del popolo italiano, che chiede di essere dotato di strumenti idonei a superare il precario periodo storico. Nel momento in cui i due poli troveranno una convergenza, forse una svolta sarà possibile. Come però insegna il romanzo lampedusiano, “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

Con buona pace dei secessionisti dell’ultima ora, le logiche siciliane non sono poi così diverse da quelle dell’Italia intera. Nel frattempo, nel corso dei festeggiamenti dei cinquantanni del capolavoro di Luchino Visconti, una serie di eventi a Palermo che aiutano a riflettere sulla Storia e l’attualità sconcertante di un’epoca mai tramontata. Proprio dalla Sicilia, dalla terra del Gattopardo, una lezione per la nuova classe dirigenziale: o si decide realmente di optare per il cambiamento concreto, sociale e culturale, oppure a distanza di anni, saremo ancora qui a sentire riecheggiare la celebre frase gattopardiana, perché comoda ai potenti di turno.

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