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La crisi giovanile e la gestione dell’incertezza

dicembre 17, 2013 • Cultura e Società, z in evidenza

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 La cultura giovanile oggi in Italia mette in evidenza un elevato livello di consumismo non solo riscontrabile a livello materiale, ma anche intellettuale. Le diverse ideologie dominanti, facilmente veicolabili e immediatamente fruibili anche grazie allo sviluppo dei media tecnologici ed allo strapotere dei loro messaggi, si succedono con facilità, fondendosi e confondendosi nell’immaginario giovanile anche per una certa tendenza costituzionale tipica dell’età ad evitare la disgiuntiva decisionale dell’ “aut-aut”, cui si preferisce la condiscendenza dell’ “et-et”. In questo clima non sempre ci si rende conto della necessità di imparare a decidere. Al massimo si cerca di valutare che cosa si può ottenere prima e che cosa dopo, muovendosi più nella logica della dimensione temporale che in quella di un’autentica selezione di obiettivi e contenuti. I nostri giovani finiscono per regolarsi ed orientarsi più per categorie di tipo emotivo che per una sostanziale razionalità, capace di esaminare alternative ed operare delle scelte congruenti con il proprio progetto esistenziale.

In questo modo le responsabilità vengono allontanate e rimandate ad ipotetici tempi migliori. Ciò comporta un brusco crepuscolo della propria soffusa onnipotenza (tipico dell’età adolescenziale e corrispondente ad una forma di egocentrismo, una sorta di “pensiero magico”, che consiste nel sopravvalutare la forza e il potere del pensiero, senza tener conto della complessa articolazione della realtà, e sottovalutando invece le difficoltà che si incontrano quando si cerca di realizzare un progetto), con l’insorgenza di una possibile forma di depressione, che assume tinte drammatiche non più all’inizio della crisi adolescenziale, ma verso la presunta fase finale, che infatti spesso non arriva.

Emblematica a tal proposito l’attribuzione della cosiddetta “sindrome da Peter Pan” – perlopiù ai giovanotti – poco propensi a crescere anche quando si trovino in età avanzata.

Nella logica in cui si è vissuto fino a quel momento, il giovane immagina di poter entrare nel mondo professionale (e di conseguenza nella vita) come in un enorme supermercato in cui scegliere ciò che preferisce, contando sull”atteggiamento di adulti disposti a riconoscere meriti e competenze. Il nostro giovane “indeciso” ha sognato un successo facile e sperimenta invece una delusione cocente: l’impatto deludente è così forte da portare a crisi depressive, e spingere talvolta ad esperienze negative, poiché evidentemente la sicurezza personale, al giorno d’oggi, viene data nei giovani come uno scontato prerequisito (e questo da parte dei cosiddetti “adulti”, che evidentemente hanno a loro volta scarsa dimestichezza con una avvenuta assunzione di responsabilità), mentre in realtà è un obiettivo da raggiungere.

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E’ utile ricordare, a questo punto, l’effetto deleterio e fortemente destabilizzante di quello che è, secondo gli studi di pragmatica della comunicazione, l’incapacità – che può diventare impossibilità – di scelta: la nascita del cosiddetto “doppio legame” psicologico.

Esso si crea quando si riceve un messaggio paradossale, che non è solo un’ingiunzione contraddittoria (la quale perlomeno rende possibile una scelta logica), ma addirittura un’intimazione che nega se stessa, e che mette in moto una serie autoperpetuantesi. Questo processo crea dissociazione e sembra coinvolgere leggi fondamentali dell’esistenza: bisogna saper scegliere ed avere aperta la possibilità di scegliere.

Nella società odierna, macrocosmo relazionale e sociale di quello che è un microcosmo emotivo strettamente personale, la proposta esistenziale basata sul consumismo imperante che propone un modello di vita costantemente al di sopra delle reali possibilità per spingere all’acquisto compulsivo, ha portato ad una sempre maggiore dissociazione tra gli oggetti di “soddisfacimento” e le nostre reali necessità, creando una drammatica confusione tra quello che è l’oggetto (da acquistare e consumare) ed il soggetto, ovvero la persona-in-quanto-tale, con i suoi reali bisogni, necessità, emozioni, pulsioni, ma anche fragilità.

In questo consiste, purtroppo, il deleterio “messaggio paradossale” lanciato dalla nostra società, labirinto nel quale il mondo giovanile sembra annaspare senza apparente via d’uscita, intrappolato come è in una rete intessuta e regolata dall’esterno, nella quale gli ideali e la relativa speranza di conquistarli appaiono categorie ormai divenute inesistenti.

Da ciò nasce la sensazione che ai giovani sia stato “rubato il futuro”, l’incapacità da parte loro di rivendicare un proprio percorso ed una propria identità, la diffusa apatia che sembra cristallizzarli e relegarli in un ambito sempre più opaco. E di conseguenza la sempre minore possibilità di trovare lavoro, confermata dai dati sempre più allarmanti circa la percentuale di disoccupazione giovanile o di dispersione scolastica, nonché di giovani che un lavoro nemmeno lo cercano “perché tanto non si trova”.

Tutto ciò nasce a causa di un cortocircuito emotivo che coinvolge prima di tutto la sfera intima, e che blocca il libero fluire delle emozioni a livello personale in un ambito di “attaccamento sicuro” con le figure parentali più prossime, dove il soggetto sperimenta una situazione di contiguità e di “prossimità nei confronti di un’altra persona, chiaramente identificata, ritenuta in grado di affrontare il mondo in modo adeguato” (John Bowlby – “Una base sicura”). Processo altresì sperimentato in sede di “setting” analitico, secondo i criteri postulati da Carl Rogers e dalla psicologia umanistica americana operante nel campo dell’orientamento scolastico e lavorativo, per cui lo stato di autenticità e di congruenza del terapeuta, la sua capacità di comunicazione empatica, di accettazione incondizionata e atteggiamento non giudicante nei confronti del soggetto che ha di fronte, porterebbero ad un successo nel conseguimento dell’itinerario decisionale più adatto, efficace e produttivo.

In altre parole, la comprensione del desiderio di rinnovamento, della capacità di inventiva, del bisogno di “mettersi in gioco” tipici dell’età giovanile (a tal proposito ricordiamo l’eloquentissimo testo di D.W.Winnicott “Gioco e realtà”), devono essere maggiormente compresi e trovare spazio e considerazione anche da parte degli adulti.

In questo senso dovrebbe operare, per quanto riguarda quello spazio più vasto che si allarga all’ambito sociale e lo investe, anche la politica, offrendoci la possibilità di un vero rinnovamento, di nuove proposte, di diversi strumenti atti a fornirci ed a garantirci la possibilità di ritornare a sperare in un futuro migliore.

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