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Il teatro di Eduardo apre la trentaquattresima rassegna di prosa a Sassari.

dicembre 17, 2013 • Cultura e Società, z in evidenza

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Io scrivo per tutti, ricchi, poveri, operai, professionisti… tutti, tutti! Belli, brutti, cattivi, buoni, egoisti. Quando il sipario si apre sul primo atto d’una mia commedia, ogni spettatore deve potervi trovare una cosa che gli interessa”.

Con queste note di regia, Eduardo De Filippo descriveva il suo lavoro. Letto ancora da ragazzo e rimastogli impresso nel cuore, il regista Alessandro D’Alatri riuscì a sceneggiarne un adattamento in prosa, negli intervalli alla lavorazione di un altro progetto teatrale (“Tante belle cose”), assieme a Gianfelice Imparato.

L’attore napoletano insieme ai colleghi della compagnia La Pirandelliana e Diana OR.I.S. ha debuttato al Nuovo Teatro Comunale di Sassari (nel doppio turno del 14 e 15 dicembre, epilogo del tour sardo), inaugurando la trentaquattresima edizione della rassegna di prosa invernale allestita nell’isola da Cedac Sardegna.

Nel cast della commedia “Uomo e Galantuomo” figura Antonia Truppo, fresca vincitrice del Premio Ubu (gli oscar nazionali del teatro) come migliore attrice non protagonista.

In ribalta dieci attori che comprendono anche Giovanni Esposito, Valerio Santoro e Lia Zinno.

La soap fu scritta da un giovane Eduardo de Filippo per il fratellastro Vincenzo Scarpetta, e messa in scena nel 1924 con il titolo “Ho fatto il guaio? Riparerò!”. Riproposta nel 1933 dalla compagnia di Eduardo, “Teatro Umoristico I De Filippo”, con il titolo definitivo di “Uomo e galantuomo”, e inserita dall’autore nella “Cantata dei giorni pari” – rappresenta due universi speculari

Il mio legame con Eduardo si perde nell’infanzia: ancora bambino, di famiglia umile, ricordo che un giorno alla settimana, quando la televisione italiana era tutta un’altra cosa, veniva programmato il teatro. Tra le mie opere preferite c’erano quelle di Eduardo e per questo avevo il permesso di andare a letto più tardi del solito. Le ricordo in bianco e nero e, a differenza del teatro dal vero, con i primi piani degli attori. Tra tutti, per espressività e capacità interpretativa, mi colpiva l’intensità di Eduardo. Riusciva a divertirmi facendomi credere ai drammi che stava interpretando. Una vera magia.”

Le note di D’Alatri illuminano il realismo espresso nella prosa di Edoardo, capo stipite di una Scuola dove la vita umana narrata nell’animo partenopeo non svela lo spartiacque, forse inesistente, fra finzione e realtà, scena e vissuto sincero. Recepito, non sempre con facilità, dal diffidente interlocutore, lontano dalle dinamiche di una filosofia di vita universalmente considerata irripetibile.

Nella visione antesignana e futurista di Edoardo c’è proprio il Teatro, esaltato in questa commedia di altissimo valore, probabilmente la più divertente, scritta dall’autore partenopeo. Questa segna una svolta nella sua produzione, il passaggio dalla farsa al teatro di prosa. Nei tre atti vanno in scena le due classi principali del panorama Edoardiano, socialmente inavvicinabili, quanto accomunate inevitabilmente dalle passioni e debolezze proprie del genere umano. Per contrapporre, in un doppio gioco di scambi e specchi, la più vivace anima popolare degli anni Venti Europei e Italiani, Edoardo ricorre proprio al Teatro, riprodotto nella pièce con una compagnia di scalcagnati attori. Che attraverso il capo comico don Gennaro (Imparato), tenta di mettere in scena, in un contesto balneare e vacanziero, un testo drammatico come “Mala Nova” di Libero Bovio. Le vicende grottesche che evolvono in orbita ai quattro poveracci, in cerca del piatto in tavola, più dello sfoggio di presunte virtù attoriali, tessono una società dai mille rivoli, ilari e gravi, progenitrice della nostra era contemporanea.

Un meccanismo metateatrale, di “teatro nel teatro” che fonde più filoni e tendenze dei Classici (la commedia degli equivoci di Shakespeariana memoria o le genialità burlesche dagli influssi Goldoniani) con chiari riferimenti ai drammi realistici dai sapori Pirandelliani.

Opportunamente sciolti (anche la platea sassarese applaude a scena aperta) con coupes de théâtre che spaziano dal  vaudeville sino al teatro dell’assurdo di Beckett.

Il prolificare di piani narrativi tra vita e “arte”, fa il paio con il perbenismo della società, esercitato nelle situazioni più disparate della vita. Il ricorso alla “finta follia”, fil rouge della commedia è la metafora del genio umano. Che approda su un riparo di fortuna per garantirsi la sopravvivenza. Eccellente l’interpretazione di Imparato, interprete fedele nella cifra di Edoardo: gli attori in ribalta manifestano in più occasioni vulgate già note in “Miseria e Nobiltà”. Il tormentone della “buatta” (utensile assimilabile ad un pentolone per cucinare la pasta, quando c’è, per i disperati artisti), stratagemma logorroico per allontanare i nodi di evidente imbarazzo dalle personali responsabilità, è un pezzo di quella Scuola di vita e prosa sopra accennata. Ripresa con sapienti arrangiamenti in più popolari protagonisti recenti della ribalta partenopea: da Riccardo Pazzaglia, Luca De Filippo (il figlio), Massimo Troisi, Toni Servillo sino allo stesso, non ultimo, Alessandro Siani.

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Ovazione finale del pubblico sassarese, consistente nei numeri, ancora ridotto negli spazi immensi del nuovo impianto comunale, forte di una capienza (oltre 1300 posti) evidentemente sovra dimensionata rispetto alla congiuntura in atto e ai contenuti disponibili in Italia e nell’isola. Gli sforzi congiunti di operatori e istituzioni per confermare la presenza delle migliori compagnie nazionali a Sassari e nell’isola è un punto irrinunciabile che fa ben sperare. Il prossimo appuntamento a Sassari con la prosa è in programma nel nuovo anno.

Il 14 gennaio torna un veterano della ribalta: Paolo Poli con “Aquiloni”.

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