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Media and politics, riflessione sul pluralismo

dicembre 16, 2013 • Politica, z in evidenza

democracy

di Vincenzo Vita

Comunque le si voglia giudicare le primarie del partito democratico sono un rilevante momento di mobilitazione, che va al di là di una semplice scadenza di routine di una parte. In un’Italia segnata dallo sprofondamento della politica e della sua autorevolezza, la vasta partecipazione ai gazebo è un fenomeno sociale. Che tocca, inevitabilmente, il rapporto con il sistema comunicativo. Nessun movimento attinente alla sfera pubblica, del resto, può sfuggire alla rappresentazione mediatica. Parliamo, ovviamente, degli strumenti classici e della rete, quest’ultima da tempo centrale nella formazione dell’opinione pubblica, nonché del clima generale, del proscenio dentro cui si svolge la “narrazione”. “La comunicazione politica è oggi un fenomeno pervasivo e continuo, anche perché le sue armi vengono utilizzate non solo in prossimità del voto….è il fenomeno detto della campagna permanente” (Grandi e Vaccari, 2013). Non solo. Siamo in presenza di campagne postmoderne, fondate su di una filosofia integrata che guarda all’insieme della varietà informativa. Comunque, la televisione generalista fa ancora la differenza: se è vero che il Censis scrisse che i quattro quinti di coloro che votano si fanno un’opinione attraverso la tv. In Italia il rapporto tra media e politica è stato viziato –come è tragicamente noto- dal berlusconismo e dal conflitto di interessi, tanto che un’ipotetica nascita di una terza repubblica esige almeno una normativa adeguata, volta a garantire indipendenza e pluralismo. Insomma, la legge del 2000 sulla par condicio va allargata –se è vero che le campagne durano sempre, e non abolita. E deve riguardare ormai anche le primarie di un partito o di una coalizione.

Tanto è vero che la stessa Autorità per le garanzie nelle comunicazioni nelle occasioni precedenti varò un indirizzo, assente –invece- nell’occasione recente. Dove, invece, serviva. Matteo Renzi ha vinto nettamente e il successo conseguito è fuori discussione. Tuttavia, ha goduto di un’esposizione mediatica di quasi un anno e mezzo. Sostenuto da tante strutture del Pd Gianni Cuperlo ha potuto –sia pure in misura assai minore- affacciarsi alla ribalta. Mentre Pippo Civati è stato in gran parte oscurato, come era successo anche al quarto –poi uscito dall’agone per regolamento- Gianni Pittella. Per Civati l’aggravante sta nel fatto che in qualsiasi competizione ridottasi a tre contendenti l’esclusione dalle news o dai talk o dai programmi di approfondimento è particolarmente grave. Vi sono stati, poi, i casi clamorosi di “Che tempo che fa” o di “Mezz’ora”. Bravo è stato il candidato escluso a non aprire polemiche e ad usare saggiamente l’ironia (come nella riproduzione in studio del confronto con Fabio Fazio), ma il problema rimane. Al di là dei nomi e delle contingenze. Le primarie esigono, per il valore che hanno assunto, una regolazione che oggi non c’è, e la cui assenza indubbiamente può sfalsare il risultato. E’ noto, infatti, che il ricordo mediatico è dirimente nella scelta di voto.

Bene ha fatto Sky a mettere in onda il confronto tra i tre aspiranti segretari con le giuste caratteristiche del rispetto del pluralismo. E’ l’esempio da seguire, immaginando un format riproducibile. Non si capisce perché la Rai non si sia mossa in quella direzione, tipica invece di un servizio pubblico.

Le primarie del Pd esigono una riflessione anche da tale angolo visuale e gli stessi partiti interessati farebbe bene a scrivere regole precise al riguardo nei propri statuti. Non si può fare gli americani (nelle competizioni in Usa contano i secondi di presenza e di esposizione) a metà, non prendendo la parte buona ed arata da anni di esperienza delle pratiche di “media and politics”. 

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