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Addio Porcellum. Benvenuta Italia!

dicembre 5, 2013 • Politica, Uncategorized, z in evidenza

italia e porcellum

Un anno fa, un eterogeneo gruppo di insospettabili cittadini, elettori consapevoli, portavano dinanzi alla Corte Costituzionale il quesito di costituzionalità sulla legge elettorale Calderoli, nell’ indifferenza dei più. La Consulta ieri, contro ogni aspettativa, e probabilmente proprio per non essere tacciata di opacità e lentezza, non ha esitato a dichiarare – si legge dalla nota informativa –  l’illegittimità delle norme della legge n. 270/2005 relative all’assegnazione del premio di maggioranza, sia per la Camera che per il Senato,  “alla lista o alla coalizione di liste che abbiano ottenuto il maggior numero di voti e che non abbiano conseguito, almeno, alla Camera, 340 seggi e, al Senato, il 55% dei seggi assegnati a ciascuna Regione; nonché  “l’illegittimità costituzionale delle norme che stabiliscono la presentazione di liste elettorali “bloccate”, nella parte in cui non consentono all’elettore di esprimere una preferenza.” Cosa che potevamo ben immaginare considerando che di questa legge, tanto irragionevole, il suo autore ne diede la definizione di “porcata”.

Il Porcellum, voluto nel 2005 dall’Imperatore ora decaduto per frenare l’avanzata della sinistra, modificava radicalmente il sistema elettorale precedente, il cosiddetto Mattarellum, in vista delle elezioni politiche che si tennero nell’aprile del 2006 quando vinse Prodi con una maggioranza praticamente inesistente al Senato, tanto che dovette chiedere due volte la fiducia e alla seconda rassegnare le dimissioni dopo neanche due anni dall’investitura (ricordiamo caso Mastella). Quindi con questa stessa legge gli italiani furono  chiamati a recarsi alle urne per la seconda volta nell’aprile del 2008 quando il nuovo Governo del vecchio Presidente  pronto per tornare a Palazzo e  ci rimase grazie, all’aiuto di disonoranti onorevoli, come sappiamo, fino al dicembre 2012 quando fu costretto a dimettersi sotto pressione europea per lasciare la poltrona al successore tecnico tattico, Mario Monti. Altro governo dalle radici saldamente democratiche! Ed infine, per l’ultima volta, ne fruimmo alle elezioni del febbraio 2013 quando si determinò quella situazione di mancata vittoria netta da parte della sinistra e il conseguente incarico al Governo Letta – Alfano con la benedizione  di Berlusconi e del Presidente Giorgio Napolitano, la cui elezione fu funzionale alla vergognosa impasse della politica italiana. È sopravvissuta per otto anni e pare abbia goduto anche di ottima salute. E se dopo otto mesi al Senato non si è ancora mai votato neanche un ordine del giorno in merito, un motivo ci sarà. Ed è scontato ripetere che questa legge faceva comodo ai partiti, praticamente tutti, perché consentiva loro di nominare per cooptazione chi, i prediletti, dovesse essere inserito nelle famose liste ed entrare quindi tra le fila del parlamento.

Ad onor di cronaca, dobbiamo dire che il Partito Democratico si è aperto all’esperienza delle primarie già dal 2005 con L’Unione di Prodi, ma in realtà è stato ampiamente detto come questo metodo non assicuri affatto la necessaria democraticità nella scelta dei rappresentanti e anzi sveli sempre più il sistema della “macchina partito” quale centro di reclutamento per candidati alle elezioni per abbandonarsi alla rassegnazione della mediocrità di un partito che sceglie di limitare la propria funzione a quella di partecipare o di prepararsi sempre alle elezioni. Dunque è grazie ad un “gruppo di Don Chisciotte”, come dice l’avv. Claudio Tani, uno dei ricorrenti, e alla rapidità della Consulta se possiamo avere la certezza matematica di non dover andare alle urne, quando ci sarà fatta grazia di tornare, quantomeno con quella legge elettorale lì. Ma ora si dovrà capire cosa i nostri politici intendano fare.

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La stessa Corte Costituzionale  ha invitato il Parlamento “a approvare nuove leggi elettorali, secondo le proprie scelte politiche, nel rispetto dei principi costituzionali”; e certo, la cosa più razionale e di onestà intellettuale sarebbe quella di accordarsi  – e al più presto – su una legge elettorale che garantisca delle condizioni accettabili per un rinnovo imminente. Ma razionalità e onestà non si confanno al nostro contesto. Così i nostri diversamente legittimi eletti, un minuto dopo il brusco risveglio, erano già partiti nella corsa, solita, del “l’avevo detto io per primo che andava cambiata!” e sembrano ora volersi impantanare nuovamente nel teatrino, solito, del dibattito all’ italiana iniziando a formulare tutte le combinazioni possibili di riforma.

La scena in questo momento la occupa certamente tutta il futuro segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi. Il sindaco di Firenze starebbe concordando con Enrico Letta una riforma costituzionale che abolisca il Senato della Repubblica secondo le procedure parlamentari consuete ed una riforma elettorale che preveda il doppio turno per garantire un effettivo bipolarismo dando la possibilità ai cittadini di scegliere il futuro Capo del Governo. Il premier Enrico Letta già mercoledì 11 dicembre potrebbe inserire questi punti nel programma con cui si presenterà alle Camere per chiedere la fiducia. E potrà farlo grazie anche al fatto che si intende usare la prepotenza dei voti in più alla Camera per assicurare la prossima legge elettorale; dopotutto oltre che Renzi anche il Presidente Pietro Grasso,  giustamente in questo caso, sembrano determinati nel voler superare lo stallo al Senato. Ma aldilà dei dubbi sulle possibilità che Alfano possa aderire a siffatta proposta e quindi, aldilà del fatto che questa azione possa minare la stabilità del Governo o meno,  è legittimo domandarsi come  possano realisticamente pensare di portare avanti delle riforme che possano dirsi serie, e sono le uniche che ci servano, da delegittimati. È un ossimoro nei fatti.

Quali saranno ora le parole di responsabilità che dovranno usare per dire agli Italiani “vi preghiamo ancora di attendere, la legge elettorale arriverà al più presto” mentre a breve si profilano altre finanziarie lacrime e sangue per il nostro Paese.  Il richiamo di Olli Rehn è rivelatore della morsa nella quale stiamo morendo per strangolamento. Ed è ridicolo assistere oggi alle critiche di chi per primo si prostrò a quelle politiche di recessione e povertà. Non possiamo credere che ora l’Italia, d’emblèe, abbia la capacità di superare l’inettitudine di quella stessa classe politica che ha portato sin da subito ad accettare in maniera incondizionata i diktat della Troika. Saranno passati due anni ma dovremmo ricordarcelo ancora tutti bene l’episodio della letterina della Commissione UE all’Italia che fu motivo della fine dell’ultimo governo Berlusconi e della nascita delle larghe intese prima a sostegno del Governo Monti e poi di quello Letta-Alfano; larghe intese la cui ragion d’essere sono l’attuazione di quelle politiche di austerity prescritte proprio in quella letterina perché altrimenti nessuno ci avrebbe messo la faccia e i voti! Altro che responsabilità! L’avere decretato, la Consulta, la loro illegittimità è se vogliamo quasi una formalità certo necessaria. Si erano delegittimati da soli più e più volte negli ultimi anni. Prova ne è il fatto che il maggior partito sia quello degli astenuti.

Dil fatto è che è sempre mancata alla nostra compagine di governo una reale propria strategia. L’agenda dell’apolitica italiana è stata praticamente scritta, giornalmente, da parti terze alla politica; una volta Confindustria, un’altra  Marchionne, una volta l’Europa un’altra le lobby, una volta i giudici della Corte Costituzionale un’altra quelli della Corte di Cassazione; una volta il Comitato dei Saggi un’altra questa emergenza e un’altra ancora quell’ affare. Per questo motivo c’è chi non vuole rimanere abbagliato già dai primi chiarori nel buio che si lasciano intravedere! Per questo stesso motivo c’è la possibilità che Renzi, con la partita che si sta giocando, risulti il prossimo segretario del PD a farsi divorare dal partito più democratico che c’è.

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