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Generazione 94

dicembre 3, 2013 • Cultura e Società, z in evidenza

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di Francesca Lancini

La storia dei giovani che votarono per la prima volta nel 94 e non Hanno avuto altro che il berlusconismo.

Le spille non andavano più di moda dagli anni Ottanta e vederne indosso a un mio compagno di classe diciottenne mi sembrò singolare. Soprattutto perché fino al giorno prima vestiva come un metallaro e a volte anche come un rapper. In effetti, come la maggior parte di noi a quell’età, non aveva le idee chiare in tema di stile. Quel tondo e quella bandierina sulla giacca formale erano kitsch. Mi chiesi che cosa avesse determinato la sua metamorfosi in un tardo-yuppy e la risposta era quell’imprenditore raffigurato proprio sui pin e badge che sfoggiava orgoglioso. Insieme con volantini, cravatte e videocassette facevano parte del kit del militante di Forza Italia, il neopartito fondato da Silvio Berlusconi. Il suo entusiasmo era irritante, perché cercava di convertire chiunque a una causa che io non avrei mai capito da lì ai vent’anni successivi. Il fatto che suo padre lavorasse a Mediaset doveva aver giocato un ruolo importante. Pensai che in ventiquattro ore aveva cominciato a vestirsi da vecchio per colpa delle pressioni dei suoi genitori.

Anche dai miei vicini, nella periferia milanese, c’era un gran trambusto. Erano cattolici ortodossi, poco inclini al dialogo e alla compagnia, ma da qualche giorno stavano per strada ad accogliere ospiti ai quali distribuivano le spille coi colori della bandiera italiana, le rifiniture dorate e il volto del “Berlusca”. I figli maschi, in particolar modo, due ragazzi adolescenti.

Mio padre guardava e sospirava. In casa aleggiava ancora la passione politica di mio nonno (suo suocero), comunista e antifascista morto nel 1976, quando io avevo solo sei mesi. Anche mio padre era di sinistra, ma progressista, precisava. Era contento che il Muro fosse caduto, a differenza di alcuni parenti che riteneva ideologici e anacronistici.

Nella primavera del ’94 tutto era chiaro. Mentre si avvicinavano le prime elezioni della Seconda Repubblica, e le prime in cui io, i miei compagni di classe e i miei vicini avremmo votato, il Paese era spaccato fra destra e sinistra. O meglio, fra i fan di Berlusconi e gli altri. Le idee non avevano grande importanza, ma c’erano tanti slogan. Quelli della Lega Nord erano i più roboanti. La sinistra, invece, raccolta nel PDS, veniva guidata da un Achille Occhetto incolore, stanco e dai baffi alla Stalin.

Vent’anni dopo mi rendo conto che la partita si giocava sulle apparenze, soprattutto sulle immagini diffuse dalla televisione con ricadute pesanti nella quotidianità. Poco prima del voto, a metà marzo, l’insegnante di filosofia, ex sessantottina abile nello spiegarci Marx, ci chiese ad uno ad uno da che parte stessimo: destra o sinistra? Alcuni di noi risposero “sinistra” solo per non deluderla, ma erano gli indecisi. I forzisti difendevano agguerriti la loro ammirazione per l’uomo dal doppiopetto blu. Si ritenevano portatori del nuovo, mentre noi che ascoltavamo Guccini e De André eravamo sorpassati. Sui nostri gusti musicali non avevano torto. Non mi sentivo attaccata, perché dopo un breve interesse per i cantautori ero divenuta a tutti gli effetti esterofila. La musica italiana non mi avrebbe più attratto.

Dopo anni di dirette dal Palazzo di Giustizia di Milano, era cominciata l’era dei talk show. Il ricordo più immediato di Massimo D’Alema, succeduto alla guida del PDS, è al salotto serale di Costanzo. Gli veniva riservato il preambolo, ovvero un’intervista in solitaria prima dell’arrivo degli altri vip. Lui, ritenuto dal vulgo “intelligentissimo”, giocava con le telecamere, istrionico e arguto. Il balletto politico con Berlusconi, fatto di battute e contro-battute, sarebbe durato anni.

Nei Novanta, tuttavia, si era ancora abbastanza grezzi o grunge da andare in manifestazione. Un rito irrinunciabile per chi era idealista.

A una di queste dimostrazioni studentesche, nella Galleria Vittorio Emanuele accanto al Duomo milanese, ci piovvero sulla testa dei fogli con un estratto dal Mein Kampf di Adolf Hitler. “Li hanno lanciati i leghisti”, si sentiva gridare. Dire che rimanemmo interdetti è poco. A prescindere da ciò che stava accadendo, tutti noi ragazzini di sinistra eravamo certi che la Lega Nord fosse un movimento razzista. Nei vent’anni successivi chiunque da Milano e provincia si fosse trasferito al centro o al sud d’Italia sarebbe stato deriso per l’accento nordico. Un piccolo dazio da pagare, seppure incolpevoli, per quella vergogna.

Passarono vent’anni.

Finite le scuole superiori, noi elettori del ’94 ci iscrivemmo in tanti all’università, con l’idea che avremmo trovato una collocazione nel mondo. Nascevano nuove facoltà, come quella di Comunicazione tanto bistrattata, ma che un neodiplomato considerava un’opportunità per aprire la mente. Io stessa ripetevo di voler essere “open minded”. “La multidisciplinarietà non serve. Meglio specializzarsi in un’unica cosa”, dicevano i critici. Partivamo, quindi, ancora in pochi, per l’Erasmus alla scoperta dell’Europa, ma soprattutto della nostra identità fuori dal nucleo famigliare, uno dei più protettivi e opprimenti del Vecchio Continente. I coetanei rimasti, consapevoli di non essere coraggiosi, ci accusavano di essere andati via solo per divertirci. I genitori, quando rientravamo dal nostro anno di studi, ci accoglievano di nuovo in casa con una tale rigidità che alcuni di noi si sentivano disorientati e depressi. Altri vincitori della borsa di studio dell’Unione Europea, i più temerari e maturi forse, non tornarono più. L’Erasmus favorì la cosiddetta “fuga dei cervelli”: come si poteva rinunciare alle opportunità di lavoro, ma anche di relazione offerte da altri luoghi? Non era lecito scegliere di essere felici e indipendenti a vent’anni?

Chi rincasava, invece, non aveva colto del tutto i segnali della decadenza italiana. Avrebbe percorso il tunnel degli stage e dei contratti a progetto applicati selvaggiamente dai datori di lavoro. Ci aspettavano anni a preparare caffè, stampare fotocopie, pulire scaffali, sistemare archivi e attaccare francobolli, senza imparare nulla. Il problema non era svolgere quelle mansioni, ma non essere stati impiegati per quello scopo. A far male era l’illusione. Confusi e tristi, oscillavamo tra le pressioni della famiglia che ci spingeva a mantenere o cercare un posto “sicuro”, seppure mortificante, e le nostre aspirazioni. Stipati in centinaia di sale d’attesa, saremmo andati incontro all’ennesima perdita di tempo. Nei colloqui si veniva scelti perché meritevoli solo se si capitava davanti a un intervistatore onesto. In vari settori l’invio di cv era una farsa, quanto la successiva convocazione per la selezione. Quando saremmo riusciti a entrare in uno studio o ufficio per le nostre capacità, vi avremmo trovato una maggioranza di persone assunte perché “conoscenti di”.

Così, all’inizio del nuovo Millennio, il mobbing divenne una parola d’uso comune. I teenager del ’94 erano adesso trentenni che lottavano per l’autonomia. Qualcuno falliva e restava intrappolato nel nido dei genitori ormai anziani. Altri saltavano come insetti invisibili da una postazione all’altra.

Nel frattempo in politica non cambiava nulla. Nella sostanza s’intende, ma non solo. Un rituale senza fine di volti, discorsi, scandali. Tutti i partiti si fondevano nello stallo. La deriva del qualunquismo era a un passo.

Il resto è storia recente, quasi cronaca.

Alle porte del 2014, il 30 per cento degli italiani non vota e probabilmente fra questi ultimi ci sono anche gli ex ragazzi del ’94. A destra emergono replicanti degli yuppy. A sinistra prevalgono sentimenti diffidenti e distruttivi. In uno spazio non ben definito irrompono i populismi alla Grillo. Per un momento pensiamo che i tre candidati alle primarie del PD siano meglio di tutto quello a cui abbiamo assistito negli ultimi vent’anni. Un istante dopo, però, s’insinua il dubbio che i nuovi politici siano un ennesimo abbaglio. Renzi – anche lui della generazione ’94 – vuole rottamare, ma ha idee e stile conservatori. C’è il rischio che, non smettendo di lamentarsi, i suoi coetanei diventino vittimisti, un po’ come gli ex sessantottini che consegnandoci questo Paese non vogliono riconoscere le loro responsabilità. La psicologia sociale insegna che le vittime di oggi saranno i manipolatori di domani. Per i G94 è arrivato il momento di costruire, nonostante le difficoltà; in altre parole di diventare adulti a tutti gli effetti.

Ormai, non importa più se chi doveva farci da maestro, ci ha definiti “bamboccioni”. Quand’era premier, Mario Monti ci ha dato addirittura per “perduti”. Un direttore di un giornale, per cui lavoravo, insultava i giovani redattori chiamandoli “cadaveri”. Un altro, anch’esso con la sindrome di Peter Pan, prometteva che in futuro avremmo avuto delle mansioni più gratificanti. Bastava avere pazienza.

Probabilmente aveva ragione, sempre che questo signore sessantenne si fosse accorto il prima possibile che era suo compito premiare i meritevoli e sempre che a noi, sulla soglia dei quaranta, attenda una lunga vita. 

 

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