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Carlo Maria Martini, l’uomo del dialogo tra le religioni

dicembre 3, 2013 • Cultura e Società, z in evidenza

 

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«La Chiesa è stanca, nell’Europa del benessere e in America. La nostra cultura è invecchiata, le nostre Chiese sono grandi, le nostre case religiose sono vuote e l’apparato burocratico della Chiesa lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi. Queste cose però esprimono quello che noi siamo oggi? (…) Il benessere pesa. Noi ci troviamo lì come il giovane ricco che triste se ne andò via quando Gesù lo chiamò per farlo diventare suo discepolo. Lo so che non possiamo lasciare tutto con facilità. Quanto meno però potremmo cercare uomini che siano liberi e più vicini al prossimo. Come lo sono stati il vescovo Romero e i martiri gesuiti di El Salvador. Dove sono da noi gli eroi a cui ispirarci? Per nessuna ragione dobbiamo limitarli con i vincoli dell’istituzione».

I pensieri sopra riportati sono stralciati da una intervista di Carlo Maria Martini, considerata come il suo testamento spirituale e pubblicata a poche ore dalla sua scomparsa, avvenuta il 31 agosto 2012 a Gallarate, dove aveva trascorso gli ultimi tre anni della sua vita.

 Al cardinale, arcivescovo di Milano, biblista, studioso gesuita, fra le figure di maggior rilievo nella Chiesa universale dei tempi moderni, è stato dedicato un seminario a Sassari dai GIPS, lo scorso 29 novembre. All’Aula Magna dell’Università il patrocinio della Fondazione Banco di Sardegna, ha contribuito a realizzare formazione e approfondimenti con le relazioni di esperti conoscitori del prelato, originario di Torino e delle popolari, ecumeniche tematiche da lui ispirate.

 Gli interventi sono stati preceduti e intervallati da alcuni brani tratti dai saggi di Martini. Letti dalla coppia di attori Sante Maurizi e Daniela Cossiga. L’attenzione del pubblico, accorso numeroso, è stata monopolizzata dal primo discorso di Padre Bartolomeo Sorge.

Il religioso della Compagnia di Gesù, ordinato sacerdote nel 1958, direttore di autorevoli testate, (dal 1973 diresse Civiltà Cattolica, periodico dei gesuiti), esponente di spicco della dottrina sociale, fu politologo di riferimento nell’area popolare democratica di matrice cristiana. Condivise per lunghi periodi, vicinanza e posizioni di pensiero con il confratello Martini, lui stesso gesuita.

Ciò che colpisce come summa, nell’esposizione lucida e coinvolgente del religioso di Rio Marina, classe 1929, è un linguaggio mite e semplice. Comune ai contenuti elaborati da una mente illuminata, quella di Martini, avvezza a presiedere cattedre autorevoli. Messaggi popolari e potenti che raggiungono cuori e cervelli di una platea eterogenea e vasta di soggetti, interconfessionali, credenti e non, di altre religioni, di vario credo politico.

L’aspetto emergente a conclusione dei lavori, sarà l’evolversi di un non astratto triangolo perfetto. Convergente nell’angolo più alto e mediatico, con la figura di Papa Bergoglio. Non è casuale la comune formazione gesuita dei tre religiosi: Sorge che presta la voce al pensiero e alle aspettative di Martini, trova una reale incarnazione nel nuovo corso avviato da Francesco I°. Questa semplificazione non realizza la conclusione di un percorso, avviato cinquanta anni or sono con l’avvio del Concilio Vaticano II°. Semmai cerca, con gravi e non responsabili ritardi della curia romana, di recuperare parte del tempo perduto.

Martini aveva un’ampiezza di vedute tale da guardare i problemi con gli occhi di Dio” – afferma Sorge – riprendendo la metafora del Cardinale Gianfranco Ravasi, epressa in una intervista rilasciata a radio vaticana: “lo sguardo di Martini era certamente tendenzialmente uno sguardo verso l’oltre, che cercava di individuare i percorsi futuri. In questo senso, si può dire veramente che la sua funzione fosse “profetica”, e profeta di per sé è colui che è ben piantato nella Storia e ne intuisce i movimenti, le tensioni.”.

Sorge segmenta la sua analisi in tre punti: – l’Uomo della Parola – l’Uomo del Concilio – l’Uomo dei nostri tempi. Nella disamina, alcuni passaggi sono fondamentali per cogliere la vasta portata di una pastorale extra confessionale. Impossibile da arginare nei recinti di una religione o di una singola conferenza episcopale. Eredità, perciò, ingombrante e invasiva per le gerarchie strutturali, vicine a Martini più nel rispetto della mitria cardinalizia e magari propense ad un sodale tacito patto di scuderia. Intrinseco a consistenti strati dei zucchetti rossi romani, all’indomani della chiamata nel 1979, alla guida (con sommo stupore dello stesso nominato) della più grande diocesi d’Europa, quella ambrosiana.

Gli occhi di Dio non sono quelli del diritto canonico” – una delle citazioni di Martini, ricordata dal coetaneo Sorge che ne esalta il suo essere Uomo Libero. “Nessuna istituzione, anche ecclesiale, può essere assoluta” eancora: “…non puoi rendere Dio cattolico. Perché Dio è anche dei Musulmani e dei Buddisti, rispettando i diversi”.

Su questi concetti semplici ma di una portata rivoluzionaria, rispetto a troppe posizioni conservative del potere ecclesiastico, si comprende il trasversale consenso riscontrato, sul crepuscolo del Novecento, da Carlo Maria Martini. Promotore di quella “Cattedra dei noncredenti” dalle profonde radici bibliche. Un aspetto profetico esercitato con una “parola viva”, calamita per i “pensanti”. Prioritari per l’esegeta, rispetto al reiterato spartiacque fra credenti e non credenti. Martini fu la prima voce autorevole nella Chiesa a derubricare il potere temporale e politico di questa, ad invocarne al suo interno una maggiore collegialità episcopale: affrontò con forza il ruolo della donna nella società e nella Chiesa. Si affrancò chiaramente dalla visione della Chiesa come mediatrice fra l’etica, la morale e la classe politica. Liberando quest’ultima, per la prima volta, dal pensiero dominante del “partito unico dei cattolici”. Innovazioni futuriste gli auspici invocati, rivisti come “sogni” con pacata rassegnazione una decina di anni dopo, dallo stesso Martini.

Senza dimenticare, con le letture dei suoi brani che riecheggiano con austera enfasi nell’aula, la cura e lo sguardo di comprensione e accoglienza, rivolto ai divorziati (l’annosa questione sulla dispensa dai sacramenti per i separati, è in evidenza nell’agenda di Papa Bergoglio) e agli omosessuali.

Puntuale il percorso biografico sviluppato da mons. Pietro Meloni, vescovo emerito di Nuoro, collega di Martini e suo collaboratore in più iniziative comuni. Partecipe in vari ritiri con l’arcivescovo di Milano, anche nell’isola, a Cala Ginepro nel nuorese, per la pratica degli esercizi spirituali.

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Arduo e complicato circoscrivere l’azione di Martini, senza il rischio d’incorrere in facili strumentalizzazioni. L’enorme bibliografia testimonia questa possibilità ma soprattutto la grande spiritualità dell’Uomo ecumenico.

Il suo ritiro a Gerusalemme, dal 2002 al 2007, ove riprese gli studi biblici, (a 75 anni ha ritradotto il papiro Bodmer, uno dei più antichi manoscritti biblici disponibili), è stato caratterizzato da una intensa preghiera per la pace. Alcuni media e critici lo hanno letto come un esilio volontario.

I due relatori del convegno sassarese hanno fatto entrambi riferimento alla grande penetrazione del suo pensiero anche in quei contesti sociali opposti al popolo delle parrocchie e ai credenti in genere, anche durante l’esperienza italiana del terrorismo. Sorge ha sottolineato gli incontri settimanali milanesi della parola, nella cattedrale gremita di giovani, seduti anche in terra pur di ascoltarlo.

Meloni, testimone oculare ai suoi funerali, ricorda l’enorme partecipazione internazionale, ecclesiastica (cinquanta porporati e milleduecento sacerdoti), ma soprattutto popolare nelle piazze antistanti il duomo.Era presente anche l’ex brigatista Sergio Segio che conobbe Martini negli “anni di piombo”. Nella serata sassarese non è approfondito questo delicatissimo ruolo assunto dal vescovo ambrosiano. E’ utile ricordare che nel 1983, il vescovo ambrosiano fu scelto come interlocutore dai militanti di Prima Linea in una “conferenza di organizzazione” con molti imputati del maxiprocesso, che si tenne nel carcere Le Vallette di Torino. I brigatisti reclusi decisero di consegnare a Martini le armi ancora in possesso dei loro militanti rimasti liberi.

Il 13 giugno  1984 uno sconosciuto si presentò nell’arcivescovado di Milano al segretario di Martini e lasciò sul tavolo tre borse contenenti le ultime armi della banda eversiva. Nell’idea di Segio “quel gesto generoso di Martini sicuramente accelerò la fine della lotta armata e contribuì a dare speranza e un nuovo progetto a migliaia di giovani incarcerati”. Chiudiamo con la chiosa di Sorge: Martini e Papa Francesco non si sono conosciuti, oggi sappiamo che il suo pensiero, i suoi sogni erano profezie.Ragionevolmente l’auspicio di tutti i “pensanti “ è che si possano realizzare.

 

 

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