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L’America sul Pacifico con la Cina la sfida del XXI secolo

novembre 29, 2013 • Politica, z in evidenza

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Liquidare prima possibile le vecchie beghe europee e mediorientali. Ieri l’Iran, prima o poi la Palestina. Gli Stati Uniti volano con gli enormi B-52 sulla zona di ‘identificazione per la difesa aerea’, lo spazio creato unilateralmente dalla Cina sulle isole Senkaku-Diaoyu contese dal Giappone

Stramba partita di provocazioni tra Cina e Stati Uniti, tutte preavvertite e tutte accompagnate da cortesi inchini come impongono le buone maniere. Ed ecco che volare con dei B-52 sulla zona di “identificazione per la difesa aerea” cinese, per gli Stati Uniti non è peccato. Intanto perché la violazione dello spazio aereo cinese -ammettendo di volerla accettare come tale- era stata annunciata dallo stesso segretario alla Difesa di Washington, Chuck Hagel. Cose strambe, si diceva. Esercitazioni congiunte Usa-Giappone questa settimana. Ma la Cina sta litigando col Giappone proprio sul controllo di quelle isole sorvolate dai B52. Eppure la Cina si limita a dire, “guardate che ce ne eravamo accorti”, affermando di aver monitorato il volo di almeno due bombardieri sopra quello che Pechino considera già il proprio spazio aereo. Il Pentagono, da parte sua ha poi fatto sapere che quei bombardieri erano disarmati. Una provocazione piccola piccola, un’azione dimostrativa per ricordare alla Cina che l’America non sarà forse più lo sbirro del mondo, ma resta assai determinata a difendere i suoi obiettivi strategici. Come, ad esempio, il controllo del Pacifico.

L’incasso dell’accordo di Ginevra con Teheran ha dato fiato alla politica estera dell’amministrazione Obama, anche se non tutto è certo risulto su quel fronte. La seconda partita di Ginevra sulla Siria, e l’ostilità dichiarato alla pacificazione con l’Iran da parte di Israele ed Arabia Saudita. Secondo fonti giornalistiche statunitensi l’accordo con Teheran è stato frutto di ben più lunghe e complesse trattative rispetto a Ginevra, con il mancato attacco alla Siria di Assad come dimostrazione di buona volontà. Gli Stati Uniti sembra dunque vogliano davvero depotenziare la loro presenza in Medio Oriente. Scaricare un’area estremamente difficile da gestire e sempre meno influente per il bisogni energetici statunitense. I sostenitori di questa tesi, leggono in questa chiave il mancato pagamento all’Egitto del miliardo per le sue forze armate. Analoga lettura di delega prima dell’abbandono per la Libia, lasciata in mano a britannici e francesi. Più Francia per Libia e Mali, più Gran Bretagna per la Siria. Vecchie “competenze” coloniali. Il problema imprevisto dagli strateghi di Washington è il sostanziale fallimento dei due bracci armati dell’Impero d’Occidente nel rissoso Mediterraneo.

Ed ecco che il trasloco statunitense dall’Atlantico al Pacifico diventa problematico. Un po’ per ciò che -abbiamo appena visto- si lascia alle spalle in un Mediterraneo tutt’altro che normalizzato, un po’ per le novità che sta scoprendo sul fron te orientale. Il Giappone resta un mercato fondamentale per gli Stati Uniti, così come la Sud Corea, contraltare tecnologico statunitense e mercato molto recettivo. Sul fronte del mercato energetico, le riserve di shale gas, i gas da scisti che rappresentano la nuova frontiera delle riserve energetiche mondiale, si stima che enormi giacimenti siano proprio a largo delle isole contese tra Cina e Giappone e lungo tutta l’area della costa del continente asiatico. Insomma, non soltanto l’Oceano Pacifico è più grande, ha potenzialità di sviluppo infinite, ma ha anche le sue consistenti e preziose fonti di energia alternative a quelle sempre rissose del Medio Oriente arabo. Problema da affrontare subito rispetto a questa nuova frontiera Usa, “pivot to Asia” è stata anche chiamata, controbilanciare l’ascesa della Cina in Estremo Oriente. Nonostante alcune stranezze al summit Asia-Pacific Economic Cooperation e sull’intesa di libero scambio Asia-America.

Anche le alleanze del XXI secolo si muovono dunque -come da storia antica- sulle nuove rotte degli scambi commerciali. Il libero scambio Asia-America a cui lavorano gli Stati Uniti, insieme al libero scambio America-Europa. Sul fronte della rivale Russia, che punta a legare a sé l’Unione Europea in quell’area naturale di scambio che è Eurasia. I dubbi anche interni sul fronte statunitense non sono pochi. Puntare tutto sul Pacifico guardando unicamente all’aspetto economico, è scommessa saggia? Per molti analisti, nell’area del Pacifico il “soft power” cinese, il suo potere di orientale di attrazione, sarebbe molto più elevato di quello occidentale statunitense. Per giunta abituato -quello Usa- ad esibire spersso a sproposito il suo “strong power”. Vedi il volo dei B52 da cui siamo partiti. Intanto, la Cina corre al riarmo, ma questo è tema di un altro reportage. Restando al fronte economico della nuova Frontiera Usa, abbiamo trattative per allargare la Trans-Pacific Partnership coinvolgendo oltre a Giappone e Vietnam, anche Brunei, Cile, Nuova Zelanda e Singapore. Un’area di scambi di 800 milioni di persone, un terzo degli scambi globali e il 40% dell’economia mondiale.

 

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