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Dall’isola al centro del mondo, i luoghi comuni di Marcello Fois.

novembre 26, 2013 • Io Leggo

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di Luigi Coppola

I luoghi comuni sono il centro del nostro mondo: le frasi e gli spazi condivisi. Perché «dentro queste case che siamo, resta il peso di ciò che abbiamo detto ma anche di ciò che non abbiamo osato dire. Le parole di troppo e quelle mai pronunciate…”.

L’incipit, nella sinossi stampata dall’editore sulla quarta di copertina, distilla un condensato del romanzo, già denso e criptico, in un ambiente straordinariamente chiuso, rispetto ai precedenti lavori dell’autore.

L’importanza dei luoghi comuni”, 139 pagine scritte da Marcello Fois, per i caratteri di Einaudi, presente in libreria da poche settimane, è un unicum. Che segna una discontinuità, almeno nei contesti autoctoni, nella produzione dello scrittore barbaricino. Nato a Nuoro nel 1960, figlio unico in una famiglia matriarcale, ricca di presenze al femminile.

Il terzetto in rosa, protagonista nel romanzo, breve e intimista, è il punto focale nella trama. Che in questa tappa narrativa si affranca dalla saga tribale della famiglia Chironi, circoscritta negli ancestrali scenari etnici al cuore dell’isola. Per allontanarsi geograficamente in modo indefinito dai profumi del mirto e dalla calura festante nella Festa Manna del Redentore. Richiamati nell’ultima sua fatica, “Nel tempo di mezzo”, il romanzo finalista al premio Campiello e allo Strega 2012. Per approdare in una stanza chiusa di una casa disadorna e abbandonata, unico ambiente dell’intera vicenda. “Un dramma da camera” è stata una delle definizioni dei critici, conferita alla storia. Già rappresentata come estratto di un luogo più ampio che investe i protagonisti. Soggetti manichei che declinano aspetti diversi, confluenti nel luogo comune per definizione, nella narrativa di Fois: la famiglia.

Alessandra e Marinella sono le sorelle gemelle che si ritrovano a 48 anni nella casa paterna, alla morte del genitore che le ha abbandonate da 40 anni, quando, bambine, ne avevano otto.

Dai caratteri opposti, dalle differenti formazioni professionali (Marinella è astrofisica, Alessandra creatrice di eventi e p.r., con il telefonino squillante, estensione delle sue mani), le sorelle avviano un confronto serrato. Che, scorrendo all’indietro i ricordi della loro infanzia, riavvolge come un film il loro vissuto. Ricostruito con un approccio inizialmente guardingo, monta in un crescendo nebuloso denso di bugie e omissioni.

Dipanato con una cinica sequenza di rivelazioni, somministrate con una opportunistica scelta nei tempi, dalla vicina di casa, la terza protagonista. Pronta con la sua intima conoscenza di Ernesto (il padre, padrone di casa scomparso), a contrapporre sentimenti e debolezze delle due contendenti.

Le loro ragioni, i piccoli reciproci segreti di una vita privata, segnata da alterne emozioni (Alessandra è sposata e ha due figli, ma soprattutto un marito infedele, Marinella, nubile, non lavora, ha un amante non proprio segreto), sono arbitrate sullo sfondo dalla presenza, sbiadita e ingombrante, dei genitori.

Il padre Ernesto, reo di una ingiustificata assenza, pesante oltre un macigno, ha lasciato nella memoria di entrambe, nitido il ricordo di un suo racconto abituale durante la rasatura della barba. La casa vuota, abitata da cupi riverberi e sottili rumori, evoca antiche presenze: il quadro imponente che riempie una parete, ad un tratto riprende quel racconto nel loro comune immaginario. L’affresco ritrae flutti marini e scogli infranti che emergono. Visioni descritte nel narrare paterno tratto dal “Breve ragguaglio al novello vulcano apparso nel mare di Sciacca”, scritto per i Borboni dal fisico dell’epoca Domenico Scinà.

Era la storia di un’isola comparsa al largo della Sicilia in seguito a un terremoto . La crostra terrestre si era crepata come un tozzo di pane secco spezzato da due mani gigantesche. Il mare aveva cominciato a ribollire. Così, con una spinta dal basso, l’isola era comparsa. Dove prima c’era solo la distesa orizzontale dell’acqua ora campeggiava la terra emersa. Un’isola costituita da due monti identici, come i due seni appuntiti di un’enorme sirena che nuotasse sul dorso…Prima di proseguire Ernesto aveva teso la pelle della mascella avvicinandosi allo specchio per saggiare il grado della rasatura. Alessandra e Marinella lo ascoltavano rapite…Potevano immaginare lo stupore dei naviganti, pescatori, o capitani di corvetta, o semplici mozzi, se mai ci fossero trovati in quel tratto di mare ribollente nel momento esatto in cui l’isola era comparsa dal nulla degli abissi. Roccia lucida, corazza di pachiderma, predatore galleggiante.”

Ho preferito stralciare questa antropologica pagina 104 del libro per apprezzare meglio i richiami alla radice natia dell’autore, dalla quale, non può prescindere la sua narrativa. La critica ha spesso colto un rapporto complesso fra Fois che vive a Bologna e la sua Sardegna.

Probabilmente il suo legame e l’amore declinato “da fuori”, come per molti che per motivi vari vivono la medesima esperienza (il distacco dai luoghi natali e dalla famiglia di origine) è semplicemente più esposto. Adito alle sofferenze di un nervo scoperto, poco protetto per non pochi intellettuali, chiamati a esprimersi in luoghi diversi dai propri natali.

A conforto di questo convincimento chiudo queste riflessioni con l’epilogo dell’intervento, firmato dallo stesso Fois e pubblicato dal Sole 24 Ore lo scorso 20 novembre, a poche ore dal passaggio distruttivo e assassino del ciclone Cleopatra sull’isola:

Il corso terribile della Natura diventa devastante quando si accompagna all’ignoranza diffusa, alla disonestà degli amministratori, alla pessima memoria di chi si illude di poter mutare la propria precarietà con progetti di piccolo cabotaggio. La nostra terra ha milioni di anni, noi, con la nostra infinita presunzione, non rappresentiamo che un milionesimo di milionesimo di secondo, meno di un istante. Pretenderemo una risposta alle strazianti domande che pongono le vittime di questa ennesima tragedia annunciata? O continueremo a maledire la la “malasorte”?”.

 

Ho incontrato Marcelllo Fois in un paio di occasioni, entrambe vissute insieme agli studenti sardi. In particolare, ricordo una bellissima mattina novembrina del 2007 a Sassari, presso la scuola media Pasquale Tola. Lo scrittore incontra i ragazzi, redattori del giornale d’istituto: “Lucignolo”. Non una conferenza ma tanti preziosi consigli a tanti figli come in una grande affiatata famiglia. L’incoraggiamento a non avere paura nel crescere, nell’eventuale distacco dalla terra natia, ad essere forti con la risorsa dei genitori. Ed ancora sui grandi paradossi della complicata antropologia sarda, vissuta in più lingue. Quel codice misto fra italiano e sardo, “porcheddino”, caro ad “Antoneddu”. Nome prescelto per Marcello, scampato a prematura morte. Così battezzato dalla mamma per evitare lo spreco di un’alta “pesatura” e lasciare la speranza alla vita, con quello in uso presso una prelibata pasticceria cagliaritana. Piccoli inediti scoop – rivelò di essere aspirante medico a Nuoro, appena diciannovenne: superato l’esame d’anatomia, “folgorato” dal libro di Salvatore Satta (“Il giorno del giudizio”) rinunciò l’avviata carriera medica per abbracciare quella più faticosa e gratificante della scrittura –

per raccomandare ai ragazzi un segreto nella vita: raggiungere qualsiasi obiettivo grazie alle difficoltà.

Questo libro come tutta la sua narrativa ne testimonia l’ennesimo migliore luogo comune.

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