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I Manga, cosa ci svelano del Giappone

novembre 26, 2013 • Cultura e Società, z in evidenza

 

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 di Francesca Lancini

Il manga non è qualcosa che i giapponesi scelgono. Fa parte del mondo in cui vivono. Io sono nato dentro la cultura dei manga e disegnarli per me è stata la cosa più naturale che potessi fare”. Lo sguardo di Yoichi Takahashi sembra ancora quello di quando era bambino. Mentre ci parla del suo fumetto “Capitan Tsubasa”, conosciuto in Italia nella versione animata televisiva (anime) “Holly e Benji”, i suoi occhi di cinquantenne s’illuminano di stupore. In una sua visita alla Rotonda della Besana di Milano per la mostra “200 anni dell’Arte Manga” tenutasi di recente, ripensa a tutte quelle immagini disegnate in trent’anni di serie, ma soprattutto a quelle che da ragazzino sfogliava nelle riviste per ragazzi. Erano gli anni del baby-boom a Tokyo, i favolosi Sessanta della rinascita economica dopo la disfatta bellica e la devastazione delle bombe atomiche. La pace, ritrovata, era scritta nella Costituzione come volontà di un’intera nazione. Era il momento di guardare avanti, al futuro in cui tutto pareva possibile.

Da allora il manga, o fumetto giapponese, diventa pervasivo e incisivo nella società, anche se le sue origini sono fatte risalire a molto tempo prima. Nella mostra sul suo bicentenario, considerata la più importante dedicata almeno in Europa a quest’arte popolare, il termine manga risalirebbe alle stampe del 1814 di Katsushika Hokusai, pittore e incisore noto per La Grande Onda.

Le influenze occidentali, tuttavia, sono importanti. Dopo la metà dell’Ottocento, quando il Giappone si apre all’esterno e si sviluppano il giornalismo satirico e il movimento per i diritti civili, il manga comincia a registrare l’istante della storia. In un’opera del disegnatore francese Georges Bigot, giunto nel Paese asiatico nel 1882, sui volti di una folla di giapponesi è raffigurata la meraviglia davanti al passaggio della prima autovettura. Negli anni Venti, la donna che inizia a lavorare, è rappresentata come una centralinista, mentre durante la Seconda Guerra Mondiale prevale il manga di propaganda “stermina anglo-americani”. Ma è soprattutto nel Dopoguerra che il Giappone inizia a trasformarsi nel cosiddetto “paradiso dei fumetti” con l’accelerazione dello sviluppo economico, tecnologico e urbanistico.

Il manga che conosciamo oggi è un medium post-moderno, cioè – spiega a east Toshio Miyake, ricercatore Marie Curie all’università Ca’ Foscari di Venezia – “un mezzo espressivo indipendente caratterizzato da uno sviluppo industriale, una diversificazione stilistico-estetica e un’evoluzione in senso transmediale e globalizzato senza eguali al mondo”. Si espande con i boom economici, si diversifica nei generi e nei pubblici rivolgendosi sempre più dai bambini agli adulti, e invade altri supporti mediatici, prima fra tutte la tv, ma anche i giochi e i videogiochi, il cinema, il design, i gadget. Secondo Miyake il manga contemporaneo emerge da “una cultura metropolitana moderna e cosmopolita simile a quella di altri Paesi industrializzati euro-americani” e dagli anni Settanta ben esprime il Giappone come “laboratorio socio-culturale del capitalismo avanzato, con stili di vita, gusti e soluzioni comunicative che hanno anticipato gli sviluppi di molte altre nazioni”.

Non bisogna, però, cadere nell’equivoco di considerare il manga uno specchio veristico del Giappone contemporaneo. “E’ pur sempre una visione estetizzata e immaginata”, sottolinea da Kobe Marco Pellitteri, autore del saggio “Il Drago e la Saetta” edito da Tunué. “Una forma di intrattenimento popolare di massa, ora più fantastico ora più realistico, ora più artistico ora più trascurabile”.

Detto la “nona arte”, il manga è stato considerato per decenni un mezzo espressivo inferiore e infantile dai paladini della “cultura alta”. Eppure, in un percorso in cui si è arrivati a rappresentare ogni ambito della vita (manga di nicchia) ci sono autori di immenso valore come Osamu Tezuka, chiamato “dio dei manga” (1928-1989), e il pensatore, regista, disegnatore Hayao Miyazaki, classe 1941 e premio Oscar nel 2003 per il film d’animazione “La città incantata”. Non è il mezzo in sé che può avere un valore artistico, ma la singola opera. Eppure il supervisore della mostra milanese Osamu Takeuchi, esperto di manga contemporaneo, ci tiene a evidenziare che il fumetto giapponese ha “la capacità di descrivere l’intero spettro delle emozioni e dei valori, di raccontare il pensiero umano, o ancora di spiegare in maniera semplice la storia e i meccanismi sui quali si basa il funzionamento della società”.

Takahashi è d’accordo: nei suoi campioni Holly e Benji, che hanno conquistato il pubblico nostrano fin dagli anni Ottanta e reso popolare il calcio nel suo Paese (solo dopo “Capitan Tsubasa” è stata fondata la nazionale calcistica giapponese), il sentimento più forte è il gambarimasu, che significa “mettercela tutta per realizzare un sogno”. “E proprio questa tenacia avete visto nei giapponesi colpiti dal maremoto e dal disastro nucleare dell’11 marzo 2011”, aggiunge Takahashi dopo essersi raccolto a mani congiunte in un interminabile silenzio.

Viene da chiedersi se esistano già manga che richiamino questo tragico evento, ma lo studioso Pellitteri dice: “Sta nascendo un filone narrativo in questo senso, ma serve ancora del tempo fisiologico affinché i giapponesi comincino a metabolizzare questo trauma collettivo. Si consideri che si parlò di bomba atomica solo negli anni Settanta, venticinque anni dopo il conflitto mondiale”.

I riflessi della stagnazione economica che dura dagli anni Novanta sono invece molto presenti e stanno condizionando l’intera industria fumettistica, in cui lavorano migliaia di persone e sono stampate milioni di copie l’anno. Il professore Takeuchi è preoccupato: “Fino al 2000 c’erano tanti manga artistici e critici, ma in seguito tutti gli editori hanno dovuto fare i conti con i guadagni. I manga sono diventati sempre più commerciali e d’impatto. Se un manga non vende bene non è ristampato, cosa che fa ridurre lo spirito critico delle opere”. Nel Giappone che cerca di risollevarsi e che spera nelle promesse fin troppo ottimistiche del suo neo-premier Shinzo Abe, i manga sono sempre meno quei racconti affascinanti della nostra infanzia, ma prodotti di divertimento “estremo”. Da una parte proliferano premi, fiere e studi universitari specializzati (manga gaku), ma dall’altra le autorità diffondono un’idea promozionale di “Cool Japan” in cui si esaltano in modo stereotipato i manga e altri ambiti locali come la moda e la cucina. Anche la professione di manga-ka, disegnatore di manga, è mutata. I professionisti noti sarebbero circa 4mila, ma molti altri sono costretti a mantenere un secondo impiego per sopravvivere. Inoltre, in un mondo che cambia velocemente, devono continuamente adattare tecnica e temi, ma pochi ci riescono.

O, forse, il segreto per essere un bravo manga-ka è conservare lo sguardo di un fanciullo. Disse nel 2005 al Guardian in una delle sue rare interviste Miyazaki, che da cinquant’anni narra storie di bambini e che è considerato il più grande fumettista vivente: “Penso che le anime dei bambini ereditino la memoria storica delle generazioni precedenti. E’ solo quando crescono e hanno esperienza quotidiana del mondo che questa memoria si inabissa sempre di più. Sento che devo fare un film per raggiungere quel livello profondo. Se ci riuscissi morirei felice”.

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