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Il mercato unico e la moneta unica, hanno favorito l’economia tedesca?

novembre 22, 2013 • Politica, z in evidenza

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di Giovanna Cambiano

L’apertura di un’indagine da parte della Commissione Europea sull’eccessivo surplus della bilancia commerciale tedesca rivela la crescente preoccupazione degli altri stati riguardo il ruolo della Germania nel continente. Il mercato unico e la moneta unica hanno favorito l’economia tedesca, orientata all’ export, danneggiando invece alcuni paesi vicini. Anche se difficilmente l’indagine avrà effetti nel breve periodo, è segno che l’Unione Europea si sta interrogando sulle proprie basi economiche.

Secondo Eurostat il surplus commerciale tedesco risale agli anni ’90; mano a mano che è aumentato, sono aumentate anche le critiche alla Germania, specialmente da quando l’Europa è in crisi economica. Mentre alle economie in difficoltà viene fatta pressione perché diminuiscano i consumi e accrescano la competitività delle loro esportazioni attraverso riforme del mercato del lavoro decisamente impopolari, la Germania è accusata di non fare la sua parte per equilibrare l’eurozona.

Le esportazioni tedesche sono sempre più verso paesi che non fanno parte dell’UE. Dal 2007, infatti, il surplus nei confronti dell’eurozona e dell’Unione Europea è diminuito: è passato dal 6,2% del PIL nel 2007 al 3,1% del PIL nel 2012 per quanto riguarda l’UE (linea arancione nel, edè precipitato dal 3,9% all’1,6% del PIL per quanto riguarda l’eurozona. I dati riguardanti le importazioni hanno un andazzo simile, e provano che la Germania ha fatto ben poco per aumentare la domanda interna e importare di più.

Lo strumento più efficace per contenere il surplus commerciale della Germania sarebbe quello di reintrodurre il marco. Anche se una frangia relativamente importante degli elettori tedeschi – ostili ai piani di salvataggio europei − sostiene che la Germania dovrebbe abbandonare l’eurozona, i leader tedeschi vogliono evitarlo. Esser parte di un’unione monetaria con paesi in difficoltà permette infatti alla Germania di avere una moneta relativamente più debole di quella che avrebbe se fosse fuori dall’eurozona. E la moneta comune impedisce a paesi come l’Italia o la Spagna di avere una politica monetaria indipendente, che consentirebbe loro di svalutare la moneta per essere più competitivi, come succedeva in passato.

È improbabile che si possano adottare misure per ridurre il surplus commerciale tedesco in modo da favorire le economie in difficoltà nell’eurozona. Le esportazioni dei paesi mediterranei sono in difficoltà perché il loro settore industriale è debole da lungo tempo e per molte ragioni, compresa la rigidità del mercato del lavoro e infrastrutture di trasporto carenti. La competitività tedesca è legata a fattori come la specificità dei beni prodotti, la loro qualità e l’ottima logistica. Perché i paesi mediterranei possano conquistare una quota del mercato della Germania non basta semplicemente ridurre il costo del lavoro.

Nel decennio scorso la Germania ha contenuto i salari, in parte per effetto delle politiche adottate dal governo dell’ex cancelliere Gerhard Schroeder, in parte per l’accordo che sindacati e imprenditori hanno stretto per far fronte ai problemi economici degli inizi del 2000. Ora i pasi dell’UE stanno facendo pressioni sulla Germania perché favorisca un aumento dei salari e della domanda interna. Probabilmente Berlino adotterà una legge per introdurre il salario minimo, ma i suoi effetti sulle esportazioni saranno limitati, e non andranno che marginalmente a beneficio dei paesi mediterranei. Provocheranno invece qualche trasferimento di imprese tedesche nell’Europa dell’Est, in paesi come la Polonia o la Repubblica Ceca, che sono già integrati nella catena produttiva e logistica delle imprese tedesche.

A parte l’intervento sul salario minimo, la Germania ha un margine di manovra piuttosto ridotto per influenzare i salari nel settore privato. I sindacati sono molto attenti a non danneggiare la competitività delle industrie. Berlino potrebbe aumentare la spesa pubblica, ma l’opinione pubblica è contraria all’aumento di spesa, dopo anni in cui il paese si è fatto promotore dell’austerità e sono in vigore leggi che contengono rigidamente la spesa. Nel lungo periodo il governo farà investimenti consistenti nelle infrastrutture di trasporto e nel campo dell’energia, ma si tratta di spese che difficilmente potranno aiutare le economie dell’eurozona in difficoltà. Saranno probabilmente i paesi da cui la Germania già importa molto – la Cina, la Francia o l’Olanda – a beneficiarne. Il consumo di beni prodotti in Grecia o Portogallo resterebbe comunque limitato.

La scarsa domanda interna tedesca si spiega anche con un fattore demografico: la popolazione è in calo ed è sempre più vecchia. La parte più consistente della popolazione tedesca ha tra i 40 e i 60 anni, una fascia d’età in cui solitamente si risparmia in preparazione del pensionamento e si sono già fatti gli investimenti più significativi.

Preservare l’eurozona e il mercato comune europeo fa parte della strategia tedesca. Ecco perché Berlino, dopo aver dichiarato che non avrebbe salvato i paesi in crisi, lo ha fatto molte volte negli ultimi anni. È perciò prevedibile che cercherà di adottare misure per ridurre il proprio surplus commerciale, ma non aspettiamoci grandi risultati per i pasi mediterranei in crisi. 

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