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Crescete, moltiplicatevi & continuate a prostituirvi

novembre 19, 2013 • Politica, z in evidenza

 Il-Gattopardo-a-Cannes-2010

di Mara Stecchini

Manca l’aria. Un buio che oscura destra e sinistra senza distinzione. E’ una generazione orfana di valori ed ideali. C’è stato un tempo in cui l’Italia poggiava su solidi pilastri. Era l’epoca della Ricostruzione, quella dei grandi “valori morali” su cui edificare un Paese nuovo. (…) La nostra classe politica ed intellettuale sembra incapace di uno scatto, alla ricerca del solo Potere, corrotta nelle parole e nei comportamenti”.

Recita così l’incipit di presentazione del libro di Oliviero Beha, noto scrittore e giornalista fiorentino, “Crescete & prostituitevi” (anno 2005), sarcastico pamphlet che propone con con lucida efficacia una visione impietosa ma realistica della situazione socio-politica italiana dell’epoca. Parole quasi profetiche, soprattutto quelle del titolo, e del sottotitolo, in cui dipinge “l’Italia di Berlusconi e di una Sinistra in riparazione”, come “una Repubblica fondata sul denaro, che manda ai giovani un pessimo messaggio”. E a distanza di otto anni, ci ritroviamo ad annaspare nella stessa situazione di ristagno. Se non provvederemo a voltare decisamente ed urgentemente pagina.

In questi ultimi giorni abbiamo assistito, con una notevole dose di sbigottimento, ad uno spettacolo che non sappiamo se definire più penoso o più meritevole di indignazione, eppure, purtroppo, realistico: un pregiudicato con sentenza definitiva, in regime di arresti domiciliari, e sempre in attesa di essere affidato ai servizi sociali (il voto che dovrebbe decidere circa la sua decadenza da Senatore della Repubblica continua a slittare grazie ai sottili voli pindarici della più sofisticata giurisprudenza legislativa), procedendo con evidenza ad un’infrazione del regime a cui è sottoposto, sale sul palco pubblico di un’assemblea nazionale, e fonda, anzi, ri-fonda un Partito politico, tra gli applausi della folla inneggiante ed i sorrisi incantati dei suoi “lealisti”, nuovi – o vecchi? – compagni di fazione.

Difficile farsene una ragione. Cercare di capire come possa succedere in un Paese normale. Anche perché il concetto di “normalità” è comunque tra i più opinabili. Invece il concetto di “onestà” dovrebbe essere tra i più lineari e trasparenti: se vengo condannato e ritengo di esserlo stato ingiustamente, faccio comunque un passo indietro, ed impiego tutte le mie forze per dimostrare la mia innocenza ed estraneità ai fatti che mi vengono contestati, fino a quando ciò mi verrà riconosciuto e sarò completamente riabilitato. Invece…

Del resto, come tuonava Pierpaolo Pasolini dai suoi “Scritti corsari”, nell’ormai lontano 1975: “Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”, ed i fenomeni a cui siamo costretti ad assistere non possono che autorizzarci a dargli ancora ragione. Da qui la corruzione dilagante che si estende nella società, nelle nostre città, tra i nostri giovani, a cui evidentemente si sta rubando il futuro: fenomeni di baby-prostituzione tra minorenni, ninfe-bambine desolatamente inconsapevoli che inseguono il mito della ricchezza-a-tutti-i-costi, anche a costo della mercificazione del loro giovane corpo vissuta come uno squallido gioco; performances di cosiddetti “disturbatori” televisivi che, grazie alla notorietà in questo modo faticosamente conquistata, adescano giovani attratti dal miraggio di un distorta visibilità e di una somma di denaro.

Il trionfo dell’apparire, anziché dell’essere, un cortocircuito, appunto, (parafrasando Pasolini), tra l’onesta coscienza individuale ed una coerente identità collettiva. Senz’altro siamo cresciuti, ci siamo moltiplicati, ed abbiamo continuato a prostituirci. E questo con il concorso di tutto un estabilishment rassegnato ed impotente che ha accettato in nome di una banalizzazione della normalità.

C’era una volta – prosegue la presentazione di un altro famoso saggio di Oliviero Beha “I nuovi mostri”(2009) – chi si dava come compito quello di incalzare il potere e di controllarlo: un’élite culturale temuta ed ascoltata. C’erano una volta i “maestri”, i Pasolini, i Moravia, gli Sciascia, i Calvino, ma anche i Bobbio , i Galante Garrone, gelosi custodi del pensiero libero. E ora? L’Italia non potrebbe essere quella che è senza la complicità del sistema mediatico e grazie all’assenza degli intellettuali “una categoria più del portafogli che del pensiero”. A cominciare dai giornalisti”.

E ora? E’ veramente il caso di dirlo.

In un sistema politico così corrotto, in cui si sono evidentemente persi di vista quei valori assoluti e denominatori comuni su cui si fonda qualsiasi convivenza civile tra persone diverse, ovvero le istanze più profonde di giustizia, libertà, cultura, onestà e speranza per il futuro, la leadership per anni al potere ha agito come potente corrosivo anche della sua interfaccia.

Il Popolo Democratico, che fin dalla sua fondazione, nel 2007, doveva unire con entusiasmo e partecipazione diretta il meglio della sua storia cattolica e comunista, è costituito oggi da un’identità frammentaria e multiforme capace di dilaniarsi e tradirsi su quasi tutto: dall’elezione del Presidente della Repubblica a quella dell’ultimo segretario provinciale.

Il PD ha fallito così tante volte nel suo intento progressista unificatore ed unificante, da trovarsi, nelle prossime “primarie” dell’8 dicembre, nell’assoluta necessità di esprimere un salvatore che sia in grado di riunificarlo. Impresa ardua, poiché, paradossalmente, l’unico partito non confezionato ad personam su base decisamente autocratica (come si ripropone oggi il redivivo “Forza Italia”, a differenza del “Pdl” di Angelino Alfano, che accarezza forse il sogno di una democrazia interna), si è frantumato in un’esasperazione di protagonismi intestini che puntualmente si confrontano con attacchi velenosi, oppure si è disperso nello scontento malumore dei Pentastellati, che hanno scelto la strada del disfattismo e del rifiuto di qualsiasi collaborazione. E deve diventare un partito personale in cui il carisma di un vero Capo sopravanzi le velleità dei vari “capetti di corrente” impegnati nelle loro asfittiche e ipertrofiche lotte intestine. Comprese le frecciate al vetriolo dei vecchi dinosauri sprofondati nel magma dell’Ideologia e di un’egemonia culturale pretesa e troppe volte supposta.

I quattro candidati alla corsa per la segreteria, rigorosamente in ordine decrescente come percentuale di preferenze, dopo il voto degli iscritti espresso nei circoli, vede Matteo Renzi in testa con il 46,7%, Gianni Cuperlo al 38,4%, Beppe Civati che sfiora il 10%, e Gianni Pittella che si ferma al 6% (fonte “Repubblica.it”, alla chiusura dei seggi).

La convenzione nazionale, il 24 novembre, in base alla definitiva redazione dei voti raccolti per ciascun candidato, sancirà i nomi dei tre candidati ammessi alle “primarie” dell’8 dicembre, su cui già oggi, come è evidente, non ci sono dubbi, nonostante il vociferare di presunti brogli, oltre allo scandalo, sedato con la chiusura dei nuovi tesseramenti, delle presunte tessere gonfiate, esempio di un malcostume evidentemente reiterato.

Per ciò che riguarda il vessillo ed i contenuti delle mozioni presentate da ciascun candidato, Renzi si presenta all’insegna di “Cambiare verso”, Cuperlo con “Per la rivoluzione della dignità”, e Civati con “Dalla delusione alla speranza”, che identificano in maniera quasi unanime l’aspetto di un cambiamento necessario per la rinascita del partito.

Le loro idee sono diverse sul futuro del partito, ma convergono sul no alle “larghe intese” e al Porcellum. Renzi, con la sua mozione (che è la più sintetica, composta di 18 cartelle), afferma di voler conquistare i voti dei grillini e dei delusi del Pdl, puntando su un PD autosufficiente e a vocazione maggioritaria – come piaceva a Walter Veltroni -, senza alleanze obbligatorie con altri soggetti politici, perché, “se non si ottengono i voti di coloro che non ci hanno votato nelle precedenti elezioni, si perde”.

Per il sindaco di Firenze, occorre aprire il PD all’esterno parlando non solo a chi c’è già. “Vogliamo cambiare verso, cambiando non solo il gruppo dirigente che ha prodotto questa sconfitta, ma anche le idee che non hanno funzionato, le scelte che hanno fallito, i metodi che ci hanno impedito di parlare a tutti”. Cuperlo dice esplicitamente di non condividere l’idea di un PD autosufficiente, pur puntando alla “creazione di una moderna democrazia dell’alternanza fondata su grandi partiti di tipo europeo.

Dobbiamo costruire il cambiamento non con le larghe intese come strategia, né con un neocentrismo esplicito e camuffato, e neppure con il sogno dell’autosufficienza. Bisogna costruire l’alternativa di un nuovo centrosinistra”.

Civati afferma di voler “ripensare il centrosinistra nel suo complesso”, oltre che auspicare un nuovo PD frutto della mescolanza con Sinistra, ecologia e libertà di Nichi Vendola, in modo da rafforzare la propria identità di sinistra.

Rispettivamente e sostanzialmente, la proposta un PD progressista e versatile dal volto ecumenico, un PD con una centralità parecchio nebulosa e ideologica, ma europeizzante, un PD forse più racchiuso e rivolto verso una sinistra più autoctona.

Ai posteri l’ardua sentenza.

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