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Sicilia, infranto il sogno di Palermo a Capitale Europea della Cultura nel 2019

novembre 19, 2013 • Cultura e Società, z in evidenza

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di Dario cataldo

Delusione dal retrogusto di sconfitta: è questo lo stato d’animo dopo l’esclusione di Palermo dalla shortlist delle papabili città candidate per l’ambito evento. Perugia-Assisi, Cagliari, Matera, Ravenna, Siena e Lecce sono i sei comuni italiani scelti dalla giuria europea presieduta da Steve Green per continuare nel sogno. Purtroppo, tra queste, non è contemplato il capoluogo siciliano. La speranza per un riscatto culturale troppo spesso nascosto dalle dinamiche criminali, ha dovuto cedere il passo al rammarico per quello che poteva essere e non è stato.

Al di là delle dichiarazioni di facciata, un messaggio dal primo cittadino, Leoluca Orlando: “Così come avevamo annunciato, il nostro impegno per realizzare i progetti legati a Palermo 2019 resta invariato anche dopo l’esclusione dalla lista delle città che proseguono il cammino per essere nominate Capitale Europea della Cultura 2019.

Questo percorso cominciato tanto tempo fa ha visto la partecipazione attiva di centinaia di cittadini, comitati, associazioni che insieme hanno elaborato un progetto per lo sviluppo di Palermo. Quel percorso continuerà con quei cittadini e con tutti coloro che immaginano e vogliono realizzare una Palermo diversa, migliore e più vivibile”. Certo, i propositi per continuare nella strada del rinnovamento culturali non cessano con la mancata candidatura.

Resta il presupposto che l’economia isolana avrebbe beneficiato e non poco della nomina. Investimenti da 323 milioni di euro, incentivi e sponsor, avrebbero potuto contribuire a risanare un bilancio economico da film dell’orrore, con commissariamenti e gestioni fallimentari disseminate per tutto il territorio regionale. Il popolo siciliano è però abituato a rimboccarsi le maniche; è abituato ai tanti detrattori che usano il pretesto del crimine organizzato per colpire i sani principi alla base della tradizione sicula.

L’antica Trinacria, crogiolo di razze ed etnie, è un bacino culturale talmente ricco da non temere confronti. Semmai, l’incuria del tempo, il degrado dei siti archeologici e artistici, quelli sono il vero anello debole che ha contribuito all’esclusione. Investire per cambiare la rotta è un processo doveroso per la storia e per la dignità dei siciliani, i quali spesso, ancora oggi, sono bistrattati e considerati alla stregua di relitti sociali.

La rivoluzione culturale dovrebbe innanzitutto partire dai locali, cercando di sfatare i cliché che alimentano le malelingue. Le logiche clientelari, il voto di scambio, l’omertà e la testa bassa, cominciano ad avere falle, perdite lungo la strada. Il cammino è ancora lungo ma un risanamento è possibile. Ripartire dall’orgoglio cittadino come monito per il futuro. Ripartire dagli errori di gestione e migliorare laddove si è certi del deficit, è l’unica soluzione al problema.

Nel corso dei secoli, da Dante Alighieri a Goethe, passando per l’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi, agli eroi delle stragi mafiose, un filo conduttore ad accomunarli: l’amore per la Sicilia, l’estasi nell’ammirazione dei suoi paesaggi, sintesi perfetta di amore e odio, armonia e contraddizione. Lo scrittore e poeta ragusano, Gesualdo Bufalino, così affermava sulla sua terra: “Vi è una Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è una Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell’angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale; una, infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio.

Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte di ritrovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, tra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e le canicole della passione. Soffre, la Sicilia, di un eccesso d’identità, né so se sia un bene o sia un male”.

In verità, le sofferenze inflitte alla sua popolazione sono state molteplici, cicatrici indelebili della storia. Per ultima la delusione sulla mancata nomina all’interno delle papabili capitali europee della cultura. Ciò che fa più male però fortifica. È questo che è necessario tenera a mente. La Cappella Palatina, il Duomo di Monreale e di Cefalù, la Cattedrale di Palermo, i Cantieri culturali della Zisa e il centro storico più grande d’Europa: sono questi i presupposti da cui ripartire, i fondamenti per un rinnovamento culturale. Consolidare le realtà esistenti per incentivare gli investimenti futuri.

Palermo e la Sicilia devono continuare a giocare la carta della bellezza, d’altronde è l’unica chiave di volta – insieme al ritorno alla terra – per incrementare ciò che ha reso un popolo, crocevia del Mediterraneo.

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