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“La vie d’Adèle, una lezione di vita e di stile.

novembre 12, 2013 • Cinema e Dintorni

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di Alessandro Pugno

La vita d’Adele è un film del regista francese Abdellatif Kechiche che pochi giorni fa è uscito in sala in Italia, dopo aver vinto la Palma d’oro a Cannes. Il film racconta la storia di un amore (e di un dis-amore) tra due ragazze in cui il corpo e il sesso giocano un ruolo centrale. Non stupisce che i giornali italiani ne sottolineino il lato più evidente e “spettacolare”, ma del resto siamo in un Paese in cui l’opinione pubblica si rivolta contro la politica principalmente per fatti di mutanda.  Penso invece che La vita d’Adele sia un film meraviglioso soprattutto per ciò che sta attorno all’omosessualità. Credo che sia uno di quei film specchio – sempre più rari nel cinema occidentale – in cui ogni persona può ritrovarsi, indipendentemente da tutte le variabili che il genere umano meravigliosamente contempla, tra cui anche le tendenze sessuali. Adele è una ragazza che si cerca e di cui il regista racconta a pennellate, con una grande dote di sintesi, nonostante le tre ore del film, quei difficili anni che vanno dalla fine dell’adolescenza ai primi passi nel mondo adulto, dove un ragazzo si muove ancora a tentoni. Sorprendono nel film i dialoghi sobri e mai di troppo che non raccontano le intenzioni dei personaggi, ma ne rivelano i sottotesti. Incanta l’autenticità con cui ogni cosa è filmata, soprattutto Adele con i suoi sguardi e i suoi sorrisi, meravigliosamente interpretata da Adèle Exarchopoulos in un film in cui la recitazione gioca un ruolo determinante, se non addirittura discriminante. La vie d’Adele racconta anche qualcosa di molto comune, ma che spesso difficilmente viene portata allo schermo in maniera così sottile: il peso della differenza sociale nei rapporti umani. Adele viene da una famiglia umile dove la sera si mangiano spaghetti al pomodoro, si beve vinaccio e si guarda in silenzio la televisione. Emma (interpretata da una bravissima Léa Seydoux) viene da una famiglia borghese (in francese sarebbe più corretto definire bobo, acronimo di burgeois boheme, sinonimo parigino di radical chic) dove a cena si servono vino bianco e ostriche e si parla d’arte. La diversità di estrazione all’inizio è soffocata dalla passione: tra le due si instaura una chimica sessuale poderosa che riesce a metterla in sordina. Poi però non basta più. Emma, una pittrice di cui non vediamo mai bene le opere, passa le sue giornate nervosamente al telefono in attesa di sapere se il gallerista la esporrà. Adele durante le telefonate della compagna si limita a chiedere: “Hai fame? Vuoi del caffè?”. In questa piccola scena è racchiuso un conflitto in cui istanze diverse sono destinate a scontrarsi: Adele fa la maestra e per Emma questo non basta, insiste tutti i giorni perché Adele scriva. Emma non può concepire che qualcuno non abbia velleità artistiche. E da qui tutto si rompe: Adela si sente sola e cerca affetto in altri, e lo fa attraverso il corpo, la “sola” via che conosce per esprimersi, insieme al cibo. Il regista è davvero bravo nel costruire un parallelo fin dall’inizio del film: l’insistenza sulle scene a tavola e nell’inquadrare in dettaglio la bocca di Adele si concludono ad arte nel dialogo finale con Emma in cui Adela le prende le mani e se le mette in bocca succhiandole. Adele ha bisogno di questo, ma Emma ormai è distante: si è trovata una compagna della sua “statura intellettuale” anche se ha dovuto rinunciare al sesso. Adele in questo non ha rivali, Emma glielo riconosce, ma ammette di aver mai scelto un “altro tipo” d’amore. C’è una canzone inedita di De Andrè che parla di una ragazza, Titti, che “aveva due amori: uno di cielo e uno di terra. Di segno contrario, uno buono e uno vero. Uno in pace e uno in guerra. Nel il Simposio di Platone i convitati si confrontano sull’amore. Emergono due teorie diverse: per alcuni è equilibrio, per altri desiderio e bramosia incolmabile di bellezza. Questo conflitto atavico è raccontato da Kechiche utilizzando al meglio gli strumenti propri del cinema: Adele ed Emma sono due personaggi estremamente concreti, ma nello stesso tempo rappresentano gli archetipi di due pulsioni antagoniche. Sono stupito nel vedere come un uomo, e qui intendo un essere di sesso maschile, sia riuscito a penetrare così acutamente nella sensibilità di una ragazza. Kechiche dà lezione di stile ai tanti maschi troppo inclini a giudicare in maniera sommaria l’universo femminile.

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