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Aung San Su Kyi, una politica non una santa

novembre 8, 2013 • Mondo, z in evidenza

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di Francesca Lancini*

“In qualche modo la tragedia birmana non è entrata nella coscienza del mondo. Difficile spiegare perché”. Così scriveva nel 1991 Tiziano Terzani, il nostro corrispondente dall’Asia più noto. Si riferiva alla repressione militare cominciata due anni prima, nel 1988, del movimento per la democrazia di cui decise di diventare guida Aung San Suu Kyi quello stesso anno.

Dopo 25 anni di lotte contro la dittatura dell’esercito e un processo di riforme più volte annunciato e inaugurato solo nel 2010, si potrebbe dire che sulla tragedia birmana si sono accesi i riflettori dei media e della diplomazia internazionale, ma che ancora troppo poco si sa di quanto accade in Myanmar, perché nel frattempo così è stata rinominata la Birmania dai generali.

Ne è prova la recente visita in Italia di Aung San Suu Kyi, liberata appunto tre anni fa dopo un quindicennio di arresti domiciliari intervallati da reclusione in carcere e periodi di libertà, anche se sempre sorvegliata. Nel complesso la comunicazione mediatica e i politici nostrani che l’hanno accolta hanno continuato un’operazione di “santificazione”, restando ancorati alla situazione birmana di inizio anni Novanta. L’hanno presentata semplicisticamente come il premio Nobel per la pace del 1991, ignorando almeno in apparenza l’azione politica che questa donna ha svolto e rivendica di avere svolto in tutti questi anni.

I giornalisti stranieri, invece, si sono dimostrati più aggiornati e critici, anche se alcuni di loro continuano a definirla “attivista dei diritti umani”, una dicitura che la stessa Aung San Suu Kyi adesso respinge: “Sono sempre stata un politico. E mi stupisce che si pensi diversamente”, ha detto nelle ultime interviste.

Forse, però, questa immagine equivoca si è diffusa non solo per la superficialità della stampa internazionale e per gli interessi dei governi (statunitensi e britannici in primis), delle istituzioni e delle organizzazioni che sostenevano Suu Kyi, ma anche perché lei così ha finora voluto o dovuto presentarsi al mondo. Si dice che la società occidentale ha un disperato bisogno di eroi, ma è pur vero che l’ex Birmania resta uno dei Paesi più difficili da decifrare, proprio per la situazione di sospensione di ogni libertà e di isolamento in cui è stata tenuta dalla giunta almeno dal 1962, quando prese il potere. Si può ipotizzare che “The Lady”, come viene chiamata la leader per la democrazia dai birmani, non potesse fare altrimenti. E che la macchina internazionale che trattava la sua liberazione avesse bisogno di questa rappresentazione mitica.

Ma ora, nel 2013, sono mutate molte cose.

Anche se dopo un voto farsa, la giunta ha tolto le divise per indossare gli abiti civili. Thein Sein, generale considerato “riformista”, è diventato presidente. “La Signora”, una volta liberata, è tornata a guidare il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, e ha ottenuto un seggio in parlamento nelle elezioni del maggio 2012. E’ capo dell’opposizione nella camera bassa e ha recentemente annunciato di voler correre per la massima carica della Presidenza nel 2015.

Una gran parte dei prigionieri politici sono stati rilasciati. Le autorità hanno detto di voler allentare la censura e consentire la formazione di sindacati. Alcuni esuli e dissidenti che hanno denunciato la tragedia birmana sono potuti rientrare, soprattutto dalla Thailandia. In cambio di queste concessioni, sono state tolte le sanzioni internazionali da parte di Stati Uniti e Unione Europea. Compagnie e governi di tutto il globo stanno siglando accordi economici e avviando nuovi business nel Paese asiatico.

DUNQUE, OGGI, IN COSA CONSISTE LA “TRAGEDIA BIRMANA”?

Un altro equivoco è stato identificarla con la sola condizione di Aung San Suu Kyi, per quanto difficile e dolorosa. L’ex Birmania, resa indipendente dai colonizzatori britannici nel 1947 per opera del comandante dell’esercito Aung San, padre di Suu Kyi, è un Paese riunito artificiosamente dagli inglesi e costituito da sette Stati e sette Divisioni, abitati da varie minoranze etniche e religiose da sempre in conflitto col potere centrale. Aung San voleva uno Stato federale (come ora anche la figlia), ma il suo assassinio da parte di un rivale politico subito dopo l’indipendenza e il golpe militare del ’62 hanno contribuito a perpetrare situazioni di guerriglia e offensive militari.

Gli abusi commessi dall’esercito contro i civili sono fra i più atroci: uccisioni sommarie, stupri, distruzione di interi villaggi, torture, utilizzo di bambini-sodato e portatori, disseminazione di mine anti-uomo. Alcune di queste armi di guerra sono state usate anche dai guerriglieri separatisti. Le parti in lotta si contendono le risorse, idriche, minerali, petrolifere, boschive e anche le piantagioni d’oppio che hanno alimentato i traffici di droga soprattutto nell’area del Triangolo d’Oro, al confine tra Myanmar, Laos e Thailandia; territori remoti dominati dai signori della guerra.

La situazione generale dei birmani, anche dell’etnia di maggioranza dei bamar, è afflitta da povertà endemica, malnutrizione, scarso accesso ad acqua potabile, elettricità e cure mediche, lavori forzati e sfruttamento di manodopera minorile. Sarebbe un altro equivoco pensare che le sole vittime della dittatura siano i membri delle minoranze.

Un’altra questione aperta è lo sviluppo economico che la transizione democratica potrebbe generare in un Paese con infrastrutture obsolete o assenti, dominato da un sistema feudale e corrotto. Aung San Suu Kyi auspica un progresso equo e sostenibile, ma ci si chiede se sia possibile in quello che Maung Zarni su Asia Times chiama lo “stato mafioso” e “il buco nero” birmano.

Dennis McCornac, su Democratic Voice of Burma, giornale di dissidenti con sede a Oslo, analizza il rischio di una crescente disuguaglianza, soprattutto fra campagna e città, dato che i nuovi investimenti sono concentrati nelle aree urbane. Secondo McCornac le riforme potranno portare un miglioramento dello standard di vita, ma solo nelle città. E sia lui che Zarni prefigurano un “crony capitalism”, cioè una liberalizzazione dell’economia che arricchirà le famiglie e le clientele che detengono il potere.

Aung San Suu Kyi, figlia del fondatore dell’esercito birmano e rappresentante di un’élite buddista, non pensa a una democrazia in senso occidentale e non vuole togliere il potere politico ai militari. Chiede di riformare la Costituzione, ma non per abolire il 25% di seggi a loro assegnati in Parlamento. “L’esercito deve essere il fondamento del Paese”, ha detto nel suo viaggio in Gran Bretagna.

La leader dell’opposizione propone che venga tolta al comandante delle Forze Armate la possibilità di prendere la guida del governo in caso di necessità, per evitare il ritorno alla dittatura, e che sia consentito di candidarsi alla presidenza anche a chi, come lei, ha avuto un coniuge e figli di nazionalità non birmana.

Suu Kyi, dopo la morte del padre, seguì la madre ambasciatrice in India e continuò gli studi politici, economici e filosofici in Gran Bretagna, dove sposò lo studioso di Oxford Michael Aris (morto nel 1999) ed ebbe due bambini. Dopo vari soggiorni all’estero, tornò in Birmania solo nel 1988 per assistere la madre malata, proprio nel momento in cui scoppiarono le proteste contro la dittatura.

La sua lotta non violenta, che sarebbe ispirata all’azione di Gandhi e Mandela, si basa su riconciliazione, compassione, comprensione e compromesso, come ha spiegato nel suo viaggio in Europa e in Italia. In pratica, però, si rifiuta di condannare i responsabili di gravi violazioni dei diritti umani tuttora in corso, e in particolare i raid militari contro i Kachin (popolazione a maggioranza cristiana che vive al confine con la Cina) e le persecuzioni contro i musulmani Rohingya, concentrati nello Stato di Arakan, alla frontiera col Bangladesh.

Ritiene che una condanna possa generare nuove tensioni. Non sono d’accordo varie organizzazioni che cercano di far luce sulle violenze. Alcuni osservatori accusano Suu Kyi di non voler scontentare l’elettorato buddista, maggioritario in Myanmar, in vista delle presidenziali.

A partire dal giugno 2011, oltre 8.200 civili Kachin si sono rifugiati nel campo Je Yang. Nonostante procedano i negoziati del governo per raggiungere una tregua nazionale con tutti i gruppi ribelli, finora sono stati firmati solo dei cessate-il-fuoco singoli. Fra le vittime civili serpeggia la sfiducia, perché anche nel passato gli accordi formali non sono stati rispettati. Brang Hkangda scrive su Democratic Voice of Burma: “I gruppi etnici si domandano quanto la proclamazione di una tregua nazionale si limiterà a una cerimonia e quanto sia necessaria se non cambia nulla sul campo”.

Spesso accade che nei periodi di transizione dalla dittatura alla democrazia esplodano tensioni.

Dal giugno 2012 i musulmani Rohingya sono colpiti dagli attacchi di squadroni incitati dalla propaganda estremista e razzista del monaco buddista Wirathu, guida del grande monastero di Masoeyn a Mandalay. Secondo il governo finora sono morte almeno 192 persone, mentre altre 140mila vivono in campi per sfollati. Da decenni i Rohingya, estremamente poveri e maltrattati, cercano di fuggire per terra e per mare in Bangladesh e in altri Paesi asiatici, venendo respinti al loro arrivo. I più sfortunati perdono la vita. L’ultima carretta del mare con 50 persone a bordo è affondata lo scorso 3 novembre. Suu Kyi, intervistata dalla BBC, ha negato che si stia compiendo una “pulizia etnica”, anche se le Nazioni Unite considerano il popolo dei Rohingya “uno dei più perseguitati del pianeta”.

Quando nella tappa di Torino, il 2 novembre scorso, abbiamo chiesto a “The Lady” cosa pensa di Wirathu, lei ha ribadito con fermezza che non intende condannare una persona. Il bonzo, pur essendo già stato in carcere per incitazione alla violenza, è libero. E, paradossalmente, persegue con predicazioni deliranti, che si possono vedere su youtube, l’obiettivo di instaurare uno Stato d’apartheid simile a quello combattuto da Mandela.

Akbar Ahmed e Harrison Akins sul già citato Asia Times paragonano quanto stanno subendo i musulmani in Myanmar a come venivano trattati gli ebrei nella Germania nazista degli anni Trenta: “Azioni che se lasciate senza controllo possono sfociare in una simile forma di genocidio”.

Suu Kyi, al contrario, afferma che la questione dei Rohingya è legata all’immigrazione illegale dal Bangladesh al Myanmar e che per risolverla andrebbe fatta rispettare la legge sulla cittadinanza. Ma non è chiaro cosa intenda, perché questa norma del 1982 dichiara i Rohingya estranei alla Nazione e quindi senza diritti e senza terra.

Un altro equivoco alimentato dalla comunicazione di massa degli ultimi decenni è che il fondamentalismo appartenga solo ad alcune religioni. In Asia, purtroppo, l’estremismo buddista è stato usato da governanti e gruppi di potere in nome dei propri interessi, quanto ad esempio il fanatismo islamico in Medio Oriente.

Nel 2013 Aung San Suu Kyi è ampiamente considerata l’incarnazione del pacifismo, come lo furono Mandela e Gandhi in altri contesti e momenti storici. In realtà, il dibattito non violento interno al Myanmar è variegato. Win Tin, ex braccio destro di Suu Kyi e cofondatore della Lega Nazionale per la Democrazia, a 84 anni e dopo 19 di prigione, chiede ai militari di scusarsi con lui e con tutti gli ex prigionieri politici. Non è disposto a perdonare se i responsabili non ammetteranno quelli che lui chiama “crimini contro l’umanità”. L’anziano attivista, inoltre, evidenzia che diversi carnefici continuano a occupare alte cariche governative e pretende che questi ultimi si occupino della riabilitazione dei dissidenti cui hanno distrutto la vita.

Suu Kyi e altri pacifisti birmani, invece, temono che la richiesta di giustizia possa far deragliare il treno della transizione democratica. Un passo falso e tutto potrebbe essere stato inutile. Ma per Win Tin non è possibile dimenticare se i colpevoli non daranno una prova di responsabilità.

*Francesca Lancini: giornalista professionista da oltre dieci anni inviata in varie zone del nord e sud del mondo. Dopo un’esperienza di tirocinio agli esteri dell’Unità, continua a occuparsi di attualità internazionale per quotidiani, riviste di approfondimento e periodici sia online che cartacei. Tra questi Peacereporter, East, Il Venerdì di Repubblica, l’Espressonline, Popoli e Missione, il Magazine del Corriere, Vanity Fair. Viaggia in Asia e Medio Oriente, occupandosi di conflitti e violazioni dei diritti umani. E’ attenta alle storie dei bambini, che considera le sole vittime innocenti delle tragedie del nostro tempo. Scrive reportage e interviste cercando di dar voce ai dimenticati, ai custodi della memoria e ai precursori del cambiamento. Per il mensile francese Le Monde Diplomatique realizza inchieste sull’Italia, indagandone la crisi politica e sociale. E’ appassionata di cinema e fiction, e ha realizzato il corto “Profughi Invisibili” sulla diaspora irachena del dopo-Saddam, andato in onda su Skytg24.

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