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Giovani, lavoro, famiglia. In Sardegna l’allarme rosso.

novembre 6, 2013 • Lavoro, Uncategorized, z in evidenza

 

Basi_e_poligoni_di_tiro_in_Sardegna

di Luigi Coppola

“….Probabilmente l’unica via d’uscita è legata alla possibilità che ciascuno faccia un pezzo del lavoro. Pensare che venga qualcuno da fuori a trovare le soluzioni a questi problemi, credo che non sia più credibile. E’ necessario che ciascuno di noi faccia una parte di questo lavoro per uscire dalla situazione di crisi che attraversiamo…”

Le conclusioni di Mario Oppes, coordinatore dei GIPS, ricordano i tratti delle due figure, alle quali è stato dedicato l’incontro. Il seminario di studio realizzatosi lo scorso 31 ottobre, presso l’Aula Magna dell’Università di Sassari, con il patrocinio della Fondazione Banco di Sardegna, omaggia i due soci fondatori degli stessi gruppi di impegno politico sociale sassaresi : Matteo Recino e Cicito Canu.

Due sardi (sassaresi) del Novecento che hanno fornito un esempio semplice quanto efficace, con una visione ampia e futurista sul terzo millennio. Impegnati entrambi per la società, facendo quello che ciascuno di loro era in grado di fare. Un sintesi riuscita con tutti i limiti umani. Orientati in ogni caso alla ricerca quotidiana di un corretto equilibrio, nella sostenibilità privata della famiglia, permeata dalla comune testimonianza cristiana. Con l’impegno politico e sociale, condotto con spirito laico, proteso a beneficio dei concittadini ultimi e più deboli.

Moderatore della serata è il giornalista scrittore Giacomo Mameli che cede subito l’avvio al padrone di casa, il Magnifico Rettore Attilio Mastino. Nel saluto ai convenuti, il Rettore cita un saggio di Alberto Vacca sulle attività dell’Ovra in Sardegna nel quinquennio ’37-43. Quando la presenza di due università e un elevato numero di scuole superiori nell’isola, popolata da circa un milione di abitanti, era motivo di forte preoccupazione per la polizia segreta. Impegnata a fronteggiare una sovra dimensionata produzione di culture e conoscenze per i “bisogni” dei sardi, nell’idea del regime fascista. Problema esattamente opposto a quello attuale. Dove i numeri che interessano la scolarizzazione nell’isola appaiono drammatici: non più del 23% dei diciannovenni si iscrive all’università, il numero dei laureati rimane molto basso, meno del 50% rispetto alle matricole; dai 25 ai 34 anni di età, è l’ultima regione italiana per numero dei laureati e sino ai 64 anni di età, sono in possesso di laurea solo il 13% dei sardi a fronte del 15,7% degli italiani del “continente”.

A fine incontro questo dato verrà ulteriormente aggiornato per difetto di almeno due punti da Giacomo Mameli, esperto osservatore sui flussi occupazionali dell’isola. Emerge già dalle prime battute la necessità di reperire: medici, umanisti, ingegneri, architetti, laureati “capaci di innescare lo sviluppo in Sardegna”. Che deve ribadire gli atenei, luoghi idonei (citando Papa Bergoglio nella recente visita a Cagliari) alla “trasmissione dei saperi ma anche centri di formazione della sapienza nel senso più stretto del termine. Luogo del discernimento e della vicinanza. L’università ha senso se lavora per la nostra regione, se non perde i contatti con i giovani. L’Università è un bene comune, una leva per superare le debolezze del territorio.” Dati tremendi quelli estratti dagli enti di ricerca circa l’andamento del mercato del lavoro sardo, il crollo del credito i grossi disservizi nei settori pubblici, in primis sanità e trasporto. Ancora l’inquinamento nei siti industriali dismessi di Porto Torres e Fiume Santo e il mancato effettivo avvio delle bonifiche.

I lavori iniziano con una serie di testimonianze illuminanti sullo stato reale del lavoro nell’isola. Anticipate dall’introduzione del prof. Fancesco Soddu, consigliere di amministrazione della Fondazione Banco di Sardegna. “Un progetto condiviso di sviluppo che parta dal basso e persegua coesione e convergenza” – L’indirizzo programmatico pronunciato in sala è la missione della Fondazione, ricorda Soddu, citando un articolo di Luigino Bruni (editorialista di Avvenire) sull’auspicata ripartenza di una economia civile italiana, giocando una sponda mediale sul rivalutato profilo di Adriano Olivetti, omaggiato in questi giorni con una fiction televisiva. Con il ritorno di quei “laboratori di alta cultura, realizzati insieme, parlando in dialetto” – elementi che il capitalismo attuale tende a contrapporre.

Laura Altea, Daniele Pittalis, Francesca Arcadu sono i volti della scienza sarda e italiana. Dinamica e precaria nel terzo millennio, votata a lunghe trasferte nel sud del mondo (luoghi estremi di povertà: Niger, Mauritania) per approfondire competenze specialistiche. Preziose per lo sviluppo e lo start up economico dell’isola. Basti pensare alla ricerca sulla desertificazione o al dissesto idrogeologico. Attività che si evolvono attraverso borse di ricerche o collaborazioni a tempo determinato che in alcuni casi esposti, rendono “stabilmente serena” una precarietà nel reddito che non consente progetti di media durata. Contrasta la nascita di nuovi nuclei familiari, minando il tessuto demografico, favorendo solo una desertificazione culturale. Un processo sintetizzato più avanti nel passaggio eloquente di Mameli: “esportiamo cervelli per importare badanti”
Gavino Pulina, 57 anni, allevatore, agricoltore di Osilo, esprime un caso lavorativo, tramandato nelle generazioni, sopravvissuto con immane fatica ultra decennale e forte propensione ad una produzione flessibile e diversificata. Nell’alternanza dei manufatti alimentari prodotti, esposti sempre più alla erosione del reddito, sopraffatto da politiche industriali insulse e da un welfare di ristrette vedute, per usare un eufemismo.

I fattori responsabili dell’attuale stato irreversibile che grava sui giovani e sul lavoro in Sardegna, sono stati puntualmente individuati con approccio scientifico, nella relazione guida del seminario di Nando Buffoni. L’economista, attivo in numerosi programmi di sviluppo e cooperazione internazionale nei paesi in via di sviluppo, ha ricordato con non celata emozione di essere stato relatore allo stesso tavolo dell’Aula Magna, cinquantacinque anni prima. Discutendo la sua tesi di laurea con il prof. Paolo Sylos Labini, alla presenza di due giovani assistenti dalla promettente e autorevole futura carriera: Francesco Cossiga e Luigi Berlinguer.
La società sarda è attraversata da una particolare “decrescita infelice” e corre il rischio di un avvitamento maggiore verso il basso. I giovani, che da un lato sono la principale risorsa della società, rappresentano oggi l’anello più debole della struttura sociale sarda. E’ iniziato e si sviluppa il dibattito sul “come uscirne”. Se da un lato aumentano i tentativi nel crearsi un lavoro e il coraggio di piccoli imprenditori (“i ciclamini che fioriscono nel deserto” secondo Mameli), i giovani sono ingabbiati in un sistema kronos. Giovani e lavoro sono avviluppati nel contenitore Sardegna e bisogna capire quando la criticità del contenitore, influenzi il contenuto. La presenza anomala dell’ombrello assistenzialista che copre in modo inadeguato il 26% della popolazione: oltre 400 mila sardi percettori anche di minimi assegni di carattere sociale. La parte attiva al lavoro è inferiore di quella inattiva, gli occupati sono circa il 36%.
Ancora, un sistema economico squilibrato dove tutti i beni sono di fatto importati e per i beni di investimento vige un moltiplicatore pigro. I giovani “sostenuti” quando finisce l’ombrello (che non basta più) accrescono le fila del disagio sociale. Che porta l’indice di povertà al 24% della popolazione totale sarda. “Il piano di rinascita, i più anziani lo ricorderanno, – continua Buffoni – aveva previsto tassi di crescita del 13% e un raggiungimento del reddito medio sardo del 102% di quello nazionale: non è andata così.”
Questo sistema, basato su questi dati attuali, non ha una dimensione etica.
Un fenomeno strano e positivo, conclude Buffoni, circa la condivisione, si è creato sulla “zona franca”. “Trecentoquaranta comuni sardi si sono uniti su questa idea. Se ci si mette insieme a livello europeo con le comunità locali, non per finanziare “posti di lavoro” ma progetti, la coesione rimane determinante. Il “Master and Back” lo rifarei ma con dieci anni per lo start up, accompagnati da una serie di aiuti fin quando ti reggi in piedi.”

I contributi finali del prof. Alberto Merler, ordinario di sociologia nella facoltà di Lettere e Filosofia a Sassari e padre Christian Steiner, responsabile della pastorale familiare per la Sardegna, integrano la componente umana sarda al grave report economico appena concluso.

“La costruzione dal basso fa sempre paura, per questo Olivetti veniva spiato come ancora oggi succede”. Il sociologo, di esperienza internazionale, pone grande rilievo sull’azione delle comunità locali (ricorda l’esperienza dei gal, gruppi di azione locale), attraverso le scuole delle famiglie rurali. Pensate per chi ha capacità d’innovazione, agendo sui saperi locali senza svuotarne i luoghi. Il modello corso è un esempio lungimirante, se in pochi anni la popolazione globale è cresciuta dalle originarie 180 mila alle attuali 300 mila.
Merler riprende e amplia i concetti di “economia etica” come modello di sviluppo che non faccia esclusivamente leva su una massimizzazione del profitto, causa di una deriva manageriale. Indica “sovversivo” colui che la pensa semplicemente in modo diverso dalla norma.

Vere ovazioni, gli applausi riservati all’ultima relazione di P. Christian Steiner. Meritevole di aver steso una comunicazione efficace, dai toni empatici, mai banali. Soprattutto di aver premesso come mozione d’ordine, il presunto paradosso del suo doppio ruolo (il sacerdote che tratta la famiglia, il tirolese, “esperto” del tessuto sociale sardo), apparentemente fuori contesto. Il suo parlare a braccio, con esempi concreti tratti dalle esperienze del suo mandato (in ruolo apicale nell’isola da tre anni), con un approccio non strettamente confessionale, di stampo bergogliano diremmo, vale certamente un epilogo forte. Con un appendice emotiva, quando il forum dei contributi liberi da voce ai figli dei soci scomparsi, ai quali è dedicato l’incontro. Una consapevolezza comune che il destino dell’isola non potrà più dipendere dalla classe dirigente politica, sebbene questa investita di straordinarie responsabilità strategiche. Quanto dalla forza di coesione solidale che potrà coinvolgere ogni singolo cittadino.

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