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ELIMINARE LE PROVINCE, UN RISPARMIO FASULLO, UN TAGLIO ALLA DEMOCRAZIA

novembre 1, 2013 • z editoriale

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Tra i tanti tagli alla spesa pubblica praticati e sbandierati in questi due anni di austerità, quello (annunciato) delle Province merita qualche riflessione che il grosso della divulgazione giornalistica e politica tende a ignorare o a banalizzare.

Si era partiti con la proposta, sicuramente ragionevole,  del governo Monti, di ridurre drasticamente, all’incirca dimezzandole,  il numero totale delle province, cresciute negli ultimi decenni in modo assurdo e  soprattutto per bieche ragioni campanilistiche e clientelari.  Ad esempio in Piemonte le attuali otto (Torino, Alessandria, Asti, Biella, Cuneo, Novara, Vercelli, Verbania) avrebbero dovuto ridursi alle quattro “storiche “ di Torino, Alessandria, Cuneo e Novara, o al massimo a cinque, grazie al possibile ri-accorpamento di Biella e Vercelli, ovvero di altre possibili combinazioni.

Incoraggiato anche da una campagna di stampa che ha impugnato il vessillo dell’eliminazione totale, l’attuale governo ne ha preannunciato quindi la soppressione definitiva, inserendola come parte di quella riforma del titolo V della Costituzione (già infelicemente manomesso dalla riforma costituzionale votata dal governo di centro-sinistra (!) nel 2001), che tuttora prevede incautamente  la ripartizione amministrativa  della Repubblica in Regioni, Province e Comuni (oltre alle tuttora inesistenti Città Metropolitane, aggiunte nel 2001).

 

In realtà, l’analisi dei presunti o solo presumibili risparmi in tal modo indotti è tutt’altro che convincente. Al netto del taglio dei Consigli Provinciali (peraltro sostituiti da ancora nebulosi organi a elezione indiretta dei/di sindaci delle vecchie province e dalle bulimiche province metropolitane, anch’esse comunque di confuso e farraginoso profilo) alquanto modesto se non puramente teorico risulterebbe il vantaggio economico. Infatti,  si dice che il personale e le funzioni e i servizi attuali, ora gestiti dalle Province, sarebbero devoluti a Comuni e a Regioni, che se ne farebbero necessariamente carico; mentre nulla si dice (se non per sottintenderne l’inalterabilità) della sorte delle articolazioni amministrative dello Stato a livello provinciale. Nessuno osa profferire l’einaudiano “via il prefetto!”, né si parla delle Questure, delle  Direzioni provinciali delle Poste o del Tesoro o dei vecchi provveditorati (agli studi e altro), ecc. ecc.

 A fronte di tali indimostrabili  e mediocri risparmi si sancisce invece l’ulteriore riduzione di partecipazione democratica sul territorio. Anziché tagliare l’abnorme numero di microscopici Comuni, con relativi costi e i costi incoercibili  di Regioni sempre più microstatalistiche per burocrazia e privilegi politici  accordati alle rispettive “caste”consiliari, si sbandiera demagogicamente il taglio di questo ente “inutile” che sarebbe la Provincia.

 Premesso che in Europa tale ente, variamente denominato,  è sostanzialmente presente ovunque,  va ricordato che esso si pone come un momento di aggregazione e partecipazione democratica intermedia tra la frammentazione comunale e il centralismo regionale. In Italia poi, paese variegato e di molte, antiche e pluralistiche identità locali, sono semmai le Regioni l’ente dalla origine e dalla conformazione territoriale più artificiosa, molto più che le province, in qualche modo eredi amministrative di preesistenti identità storico-geografiche.

Ma soprattutto, quello che colpisce è l’affermarsi della idea che le occasioni e le forme di partecipazione politica diretta dei cittadini alla vita del proprio territorio è un lusso che va progressivamente ridotto.

 Del resto, non può meravigliare che una tale decisione stia per essere presa da un Parlamento nazionale eletto con una legge – truffa notoriamente incostituzionale e quindi formato da deputati e senatori di fatto nominati direttamente dalle segreterie di partito anziché votati dagli elettori.

 A ciò si aggiunga che per questa via si ribadisce la crescente riduzione di ogni possibile autonomia finanziaria degli enti locali, alla faccia di vent’anni di sproloqui e finte riforme sedicenti “federaliste” ( a sinistra come a destra).

Eppure, l’idea di una Repubblica delle autonomie(vere e non finte) scritta nella Costituzione, presupponeva una chiara distinzione di funzioni e servizi di competenza da un lato dello Stato  e  dall’altro di funzioni e servizi a loro volta ben individuati e distinti  per le tre diverse amministrazioni locali (regioni, province, comuni). Ma ciò doveva significare potestà di imposizione fiscale  separate e  distinte, tali, ciascuna, di coprire le rispettive spese di competenza. E invece oggi si assiste alla sostanziale spoliazione di tale autonomia impositiva  o, peggio, di assegnazione agli enti locali stessi dell’ingrato ruolo di esattori per conto dello Stato, dal quale poi aspettare l’elemosina della allocazione sempre più discrezionale di quote del rispettivo  gettito.

 In conclusione, ancora una volta si avanza l’urgenza di una finta riforma, sul tipo di quella, ormai reiterata come un mantra, “del lavoro”, i cui straordinari  primi frutti sono scanditi dalle impietose statistiche della disoccupazione e di quella,  ormai tragicamente irrefrenabile, dei giovani.

 In realtà, la scomparsa delle Province sancirà l’ulteriore  regressione amministrativa e democratica del Paese.

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