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Echi della Leopolda

ottobre 31, 2013 • Politica, z in evidenza

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di Mara Stecchini, inviata a Firenze

La kermesse renziana alla “Leopolda” di Firenze dello scorso fine settimana si è conclusa da qualche giorno, ed i suoi echi risuonano nell’aria con l’evidente ed imprescindibile necessità di essere decodificati. Non fosse altro per il motivo che, dopo la presa di possesso del palco del suo protagonista-mattatore, alcune conseguenze “politiche” sono state: 1) l’ennesimo exploit del pregiudicato Berlusconi (“Adesso basta, mi sono rotto: domani dovrà essere chiaro chi è con me o contro di me”), con la conseguente decisione del ritorno a Forza Italia, l’azzeramento di tutte le cariche del Pdl, compreso il segretario, la richiesta di discesa in campo della figlia Marina – che non ne vuole sapere – e la decretazione dell’unico presidente, ovvero: lui; 2) le dichiarazioni di Brunetta, secondo cui: “Io e Alfano non abbiamo mai litigato, è Renzi il vero pericolo per il governo Letta, e ciò si vedrà l’8 dicembre (data stabilita per le “primarie” del PD, n.d.r.)”, salvo poi l’atto di vendicarsi, poiché messo in minoranza dai suoi stessi parlamentari come non era mai accaduto, sul caso commissione Antimafia (“O Rosy Bindi lascia la presidenza o sarà guerriglia su tutto”); 3) l’esternazione di Grillo, che chiede addirittura l’impeachment del Capo dello Stato, apostrofandolo come “quella persona anziana che ci crea dei problemi”, poiché lo giudica, evidentemente, unico reo dell’esistenza e della sussistenza dell’inetto governo delle larghe intese, a scapito della salvifica e pressochè integrale partecipazione nell’esecutivo del suo schieramento.

Quasi una specie di effetto-bomba, insomma, la convention fiorentina del 25, 26 e 27 ottobre, con la deflagrazione tra le controparti di tutta una serie di atteggiamenti aventi come comune denominatore o l’assolutismo più sfrenato, da un lato, oppure lo sgravio di ogni responsabilità a carico del vicino più a portata di mano, dall’altro.

Per non parlare del commento prevedibilmente ironico di D’Alema, presente alla stazione leopoldiana sotto forma di puro spirito, secondo cui Renzi: “Con quella bocca può dire ciò che vuole… ma non vedo i contenuti”. Affermazione dal destinatario subito ricollocata al suo posto, ovvero nel novero di alcuni celebri spot pubblicitari decisamente superati risalenti all’epoca dalemiana (chi vuole ravvisare in questi scontri verbali eventuali parallelismi riconducibili alla coppia Berlusconi-Alfano, in qualità di dualismo sire-delfino, è libero di farlo).

Di contenuti, quindi, la quarta edizione della Leopolda dovrebbe averne prodotti, almeno a livello subliminale, a giudicare dallo scompiglio prodotto nell’entourage politico, oltre a testimoniare “la desertificazione del pensiero e delle complessità” individuati, per esempio, dalla voce critica dello scrittore Fulvio Abbate, già opinionista de “l’Unità”, per dare un nome all’apparente superficialità delle idee rappresentate.

Look minimalista nell’allestimento scenografico, ambientazione che ricorre a simboli dichiaratamente vintage, come microfoni anni ’50 e ’60, vecchie biciclette appoggiate con noncuranza, una Vespa e una Fiat 500, in un mix di stili ed oggetti fuori dal tempo che caratterizzarono un periodo di spinta ideale per l’Europa e per l’Italia, la Leopolda 2013 per la prima volta esce da quel sapore vagamente carbonaro delle edizioni precedenti per diventare il palcoscenico di un Matteo Renzi “caterpillar” (come lui stesso si definisce ricorrendo alla metafora del “cacciavite” per determinare invece Enrico Letta), in cui il sindaco di Firenze si presenta come candidato alle primarie per l’elezione del nuovo segretario del Partito Democratico. Nel quale è fermamente deciso a rompere gli schemi, a superare “gli steccati ideologici destra-sinistra”, dopo averne ricomposto la rottamazione, per approdare ad un PD dal volto decisamente più ecumenico.

Temi caldi i quattro punti fondamentali costituiti dalla nuova legge elettorale, i rapporti con l’Europa, il lavoro, la semplificazione burocratica e la valorizzazione della scuola, con riferimento allo scottante problema della giustizia, troppo spesso trascurato dal centrosinistra nel passato, visti anche i risultati che ha prodotto. Ma la linea di tendenza che si intuisce fare da sfondo e da colonna portante del pensiero renziano, è il desiderio di ricostruzione di un partito di centrosinistra schiacciato da un bipolarismo suicida e soffocato dagli schemi di un’egemonia culturale cristallizzata, che rischia continuamente di avvitarsi su stessa.

Secondo Renzi, questo esasperante bipolarismo di fatto è stato creato in Italia da Silvio Berlusconi, che ha sempre dettato e operato seguendo il motto “O con me o contro di me”, creando così le cause di un avvitamento e sprofondamento della sinistra nelle sabbie mobili della sua stessa ideologia, e fungendo da serbatoio ai suoi reiterati errori, in un processo che rischia la perenne autoalimentazione. L’impasse è arrivato al capolinea quando, alle ultime elezioni, con un sistema elettorale proporzionale, in questa situazione di bipolarismo si è innestato un sistema “tripolare”, costituito da tre partiti con la maggioranza di voti, Pd, Pdl e Movimento 5 Stelle, e la conseguente impossibilità di costituire un governo che non fosse basato sulle cosiddette “larghe intese”.

Ne consegue il tuonare di Renzi contro il sistema proporzionale (“Gliela faremo passare, la voglia di proporzionale…”), e la successiva analisi del politologo Professor Roberto Dalimonte riguardo la riforma elettorale, il quale si spinge ad argomentare che, anche se si va alle urne con il “porcellum” ed il Pd vince, ci penserà poi lui a cambiare la legge elettorale.

Anche in campo economico, l’ispirazione renziana si basa sul concetto che “il rilancio parte da sinistra”, quando cita i capisaldi del pensiero del suo consigliere economico, Yoram Gutgeld, politico israeliano naturalizzato italiano e deputato Pd, il cui motto è “come far ridere i poveri senza far piangere i ricchi”.

Spicca, alla Leopolda, la completa assenza dalla scenografia di bandiere e loghi del Partito Democratico, colpisce invece l’abbondanza di richiami al pensiero di personaggi che vanno da Eleanor Roosvelt (“Il futuro appartiene a coloro che credono alla bellezza dei propri sogni”), a Khalil Gibran (“Spesso ci indebitiamo con il futuro per pagare i debiti con il passato”), passando per Pennac, Kennedy, Ghandi, oltre ad un Adriano Olivetti imprenditore illuminato, e profondamente pragmatico.

L’impressione generale che emerge dalla tre giorni fiorentina, è quella di un Matteo Renzi che intende, nella sua corsa verso la segreteria del Pd, avvicinarsi forse alla politica di un Tony Blair esponente del liberalsocialismo etico-sociale, il quale in Inghilterra, nel 1997, prese in mano il partito laburista, lo cambiò, e governò per dieci anni. Con la forza e la condivisione delle idee, ma con ancora molte ed evidenti lacune di preparazione politica intrinseca e di reti organizzative valide e supportate.

Ma il processo è davvero ancora molto in divenire.

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