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Lou Reed, l’angelo nero tra Rock e Avanguardia artistica

ottobre 29, 2013 • Cinema e Dintorni, z in evidenza

Lou-Reed-2007

di Dario Cataldo

Morto all’età di settantuno anni, è stato il creatore dei Velvet Underground, celebre band che ha segnato un’epoca.

 Polistrumentista, poeta, cantautore e talentuoso fotografo. È Lou Reed, colui che insieme a John Cale, nel 1966 idearono e crearono i Velvet Underground, precursori di un filone che, di li a poco avrebbe sviluppato il rock alternativo, la new wave, il punk rock e post rock. Personaggio dalle mille sfaccettature, l’originario di New York ha rappresentato il lato più in ombra dell’umanità, quello ai margini dei clamori e delle luci della ribalta. Della sperimentazione ne ha fatto un marchio di fabbrica, agevolato da incontri cruciali, i quali hanno segnato profondamente la sua carriera.

Degni di menzione: l’amicizia con il padre della Pop Art, Andy Warhol, tanto da comporre un intero album, “New York”, come sorta di preghiera laica per l’amico scomparso; l’incontro con David Bowie, altro istrionico e camaleontico interprete di un epoca, capace di dar vita a quel glam rock, che tanti emulatori avrebbe generato nei decenni successivi. Di Lou Reed si ricordano veri capolavori quali: “A perfect day” e “Sunday morning”, poemi in musica, capaci di enfatizzare ciò che spesso è sottaciuto, le ansie e le paranoie che opprimono l’animo umano.

Mai retorico, mai fine a se stesso, l’artista newyorchese è stato artefice di una rivoluzione dei costumi; in un periodo in cui si celebravano i buoni sentimenti, quel “peace and love” tanto caro alla cultura hippie, Lou Reed affronta tematiche quali l’eroina, l’alcolismo e tutto il marcio dei sobborghi metropolitani. Egli stesso è vittima di tali abusi, scivolando in un tunnel di dipendenza, che lo segnerà profondamente. Un baratro dal quale riuscirà ad uscirne fuori, più forte e consapevole di prima. Nonostante il periodo buio, nel quale la voglia di scrivere, di cantare e di rapportarsi con il pubblico si spegne, Reed riesce a uscire dalle pasture della tossicodipendenza, riuscendo a sconfiggere il demone oscuro. Da vero spirito libero, riversa la sua arte anche nella fotografia.

Testimonianza della new age espressiva, le immagini dell’artista della grande mela, sono state esposte in grandi Musei e allestimenti prestigiosi. Anche in Italia, si ricorda la mostra creata nel 2006 da PAN di Napoli. Scorci di New York, del mondo canino, dei numerosi paesaggi lungo l’arco di quarantasei anni di carriera: sono questi i protagonisti della sconfinata produzione fotografica del cantautore statunitense. Una raccolta fondamentale per capire la logica dell’uomo e non solo del personaggio pubblico.

Dagli scatti di una vita, una costante: immortalare momenti del quotidiano, senza l’artificio di tecniche digitali o di fotoritocco. Un fotografo spagnolo afferma del compianto artista di origine ebraica: “Rifiutava e vedeva di mal occhio la filosofia della filosofia digitale. Non comprendeva come si potesse scattare 200 volte per scegliere una sola immagine. Si vantava che i suoi scatti non conoscevano Photoshop. Gli piacevano le nuove tecnologie, ma ne rinnegava il cattivo uso”.

Indelebile come un tatuaggio sulla pelle, il ricordo di Lou Reed vive tramite i suoi capolavori, capaci ancora oggi di dare uno schiaffo morale al finto perbenismo di facciata che aleggia nel mondo dello showbiz; al plastificato microcosmo dello spettacolo, capace di generare cloni mal riusciti di miti mai dimenticati. Rompendo gli schemi dei canoni artistici, è riuscito nel tentativo di far collidere il rock con le avanguardie prima, e di spingere il suo estro alla fotografia dopo.

Attraverso il coraggioso espediente di portare alle luci della ribalta i bassifondi cittadini, ha dato voce a chi era muto, ha amplificato il rumore assordante di un silenzio nascosto. Come Andy Warhol è passato alla storia per aver stravolto la cultura pop, così anche Lou Reed sarà ricordato per il poliedrico senso dell’arte, capofila di un’intera ed esaltante stagione culturale, che forse vede un pari contendente in Bob Dylan, altra leggenda di un movimento intellettuale mai assopito. 

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