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Vasco Pratolini, Firenze, e le sue cronache di ordinaria civiltà

ottobre 28, 2013 • Cultura e Società, z in evidenza

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di Mara Stecchini

 “Ha cantato il gallo di Nesi carbonaio, s’è spenta la lanterna dell’Albergo Cervia. Il passaggio della vettura che riconduce i tranvieri del turno di notte ha fatto sussultare Oreste parrucchiere, che dorme nella bottega di via dei Leoni, cinquanta metri da via del Corno”.

Cento anni fa Firenze era una città diversa. In quella città lontana e ormai simile nella memoria ad una fotografia un po’ sbiadita, nacque il 19 ottobre 1913 – in Via de’ Magazzini, a pochi passi da Piazza della Signoria – Vasco Pratolini, lo scrittore che più di ogni altro seppe raccontare il tessuto urbano nei sapori e negli odori di ogni suo anfratto, i vicoli e le miserie e i sogni della gente comune, i piccoli e grandi drammi personali ed intimi stagliati sullo sfondo dei grandi drammi del Novecento. Con una capacità unica di dipingere la città e i suoi abitanti come se si trattasse di un affresco, come se i protagonisti emergessero dalle pagine quasi dotati di vita propria, e parlassero, in un manifesto corale che illustra anche una città, le sue fasi, i suoi cambiamenti, le sue prese di coscienza, in un arco temporale che va dagli anni Venti al 1950.

Ancora oggi, svoltando a sinistra pochi passi dopo Piazza di San Firenze, tra Palazzo Vecchio e Santa Croce, ed imboccando quel vicoletto stretto e un po’ tortuoso, appartato e scarno, cinquanta metri in tutto o poco più di strada che appare quasi dimenticata dal mondo, si ha l’impressione di trovarsi catapultati improvvisamente in un’altra epoca.

Ed ecco che i personaggi di uno dei suoi romanzi più famosi, “Cronache di poveri amanti” (1947), sembrano rivivere, e ridare vita alla mitica Via del Corno, dove le cronache personali diventano storia, e l’atmosfera atemporale, grazie all’uso del presente storico, avvolge la vicenda con un senso di eternità e nello stesso tempo di continuità.

Alzando gli occhi verso i muri scrostati dei primi piani, attenti a non inciampare tra i lastroni sconnessi della pavimentazione originale che delimita l’angusto marciapiede, si intravede un pezzo di cielo, quasi si odono ancora le voci ed il fermento di una via, quella dei cosiddetti “cornacchiai”, dove la gente semplice, la gente innamorata, giovane o vecchia che sia, sta sempre “con il cuore sul davanzale della finestra dirimpetto”. Ecco il Nesi, vecchio rozzo ed intrattabile, suo figlio Otello con la moglie. Ecco Carlino, iscritto al Fascio, un “poco di buono” avido di potere, Giulio e l’amico Nanni, che sono agli arresti domiciliari, controllati ogni sera dal brigadiere. Ugo, che si sveglia presto al mattino per andare con il suo carretto a vendere la frutta al mercato ortofrutticolo. E, soprattutto, “la Signora”, con il suo passato di ex prostituta, e la sua amica Gesuina, che osserva con il binocolo dietro le gelosie socchiuse la frenetica realtà della via, e ne fornisce precise e nitide descrizioni. Per loro i due angoli della strada sono l’orizzonte.

Cuori e cervelli ammalati di ossessioni, di sensi, di cupidigia, di buoni propositi, di timor di Dio, d’amore”. In Via del Corno tutti fanno tutto per amore, amore della propria donna, dei propri ideali, dei figli, del lavoro, della rivoluzione, dell’Italia. In un momento storico delicato, che vede Firenze passare dai fasti di seconda capitale d’Italia, a fine Ottocento, alle turbolenze del nuovo secolo, con i suoi tragici eventi: il Duce, il regime, la violenza e la repressione, la tendenza del fascismo a demolire i quartieri popolari per sradicare alla radice ogni rischio rivoluzionario.

E’ con leggerezza e veridicità che Pratolini si sofferma sugli aspetti più intimi dell’animo umano, facendone emergere le contraddizioni, le tensioni, le paure di chi si sente manovrato dall’alto, attanagliato da chi cerca di tirare i fili del potere nel tentativo di annullare il confronto democratico. In Via del Corno, invece, il teatrino di ogni famiglia diventa argomento di conversazione, l’”io” e il “tu” diventano “noi”, la collettività assurge a valore, di scambio, di contrasto, di confronto. Di maturazione individuale e presa di coscienza collettiva.

Su questa rotta i romanzi successivi: “Le ragazze di San Frediano” (1949), sorta di affresco sull’educazione sentimentale e la rivendicazione identitaria di un gruppo di giovani donne alle prese con l’arroganza coniugata al maschile, e ambientato questa volta nel rione “Diladdarno”, in Borgo San Frediano, ricettacolo della forentinità più pura, con i suoi personaggi caratterizzati da un’arguzia faceta, infarcita di dialoghi vernacoleschi.

Metello” (1955) è il giovane muratore del quartiere di San Niccolò, anch’esso situato Oltrarno, tra Ponte Vecchio, Piazza de’ Mozzi e la stessa Via San Niccolò. Un autentico spirito ribelle, che vive i primi albori del socialismo e del movimento operaio in un crescendo di autentica maturazione sentimentale e sociale, sullo sfondo del lungo sciopero degli edili del 1902. Metello Salani è confuso tra il sentimento per la moglie Ersilia e la passione erotica per Idina, come è confuso l’animo degli operai nel lento e faticoso formarsi della coscienza della loro lotta di classe, avvolti in una tensione psicologica che rischia di mandare a monte la solidarietà e l’amicizia tra compagni di lavoro, in nome dell’egoistica necessità di sfamare la famiglia.

Ricordiamo Vasco Pratolini come iniziatore della corrente del neorealismo letterario – i cui i massimi esponenti sono Italo Calvino, Elio Vittorini e Cesare Pavese – patrimonio culturale che si riverbera successivamente nel mondo del cinema, dopo il trasferimento dell’autore a Roma dall’amata Firenze, nel 1951, allorchè la produzione di Pratolini si consolida sempre più verso un tipo di racconto che si allarga via via dalla città alla storia collettiva.

Sue sono le collaborazioni alle sceneggiature di film famosissimi, che hanno contribuito a far conoscere il cinema neorealista italiano nel mondo: da “Paisà” di Roberto Rossellini, del 1946 (in cui collaborò al soggetto per l’episodio fiorentino), a “Rocco e i suoi fratelli” del 1960, di Luchino Visconti, cui si aggiungono, tra gli altri, “Il momento più bello” di Luciano Emmer del 1957, “La viaccia” di Bolognini del 1961, “Le quattro giornate di Napoli” di Nanni Loy, del 1962.

I temi ricorrenti riguardanti la lotta di classe, i fermenti del movimento operaio, l’espressione realistica di un certo sottoproletariato urbano, fanno avvicinare Pratolini, secondo alcuni critici, a quel “realismo socialista” di tipica matrice culturale sovietica, e lo assimilano ad una forma di veterocomunismo. In realtà il suo intimismo, che arriva addirittura a sfiorare contorni lirici, lo colloca in una dimensione di tutt’altra natura: i suoi antieroi sono tutti personaggi “primi inter pares”, che hanno imparato ad accrescere ed arricchire la loro coscienza mediante lo stillicidio di un confronto quotidiano con la coscienza dell’altro. Metello Salani, alla fine della sua parabola di maturazione psicologica, giunge alla conclusione che non bisogna essere mai né il primo né l’ultimo, bisogna prendersi le proprie responsabilità come tutti gli altri, consapevoli così di essere tutti sulla “stessa barricata”. E in Via del Corno, che “è tutta udito”, dove anche quando le finestre sono chiuse le vicende personali si intersecano e si mischiano trapassando da muro a muro, ancora oggi risuona un eco che spinge ad una profonda presa di coscienza, di se stessi e del proprio essere, in armonia con il mondo circostante.

Un’iscrizione in marmo apposta dall’Amministrazione Comunale pochi giorni fa al civico n°2 racconta oggi, esattamente a cento anni dalla sua nascita, come “in questa casa dell’antico centro, visse per alcuni anni Vasco Pratolini, narratore di storie italiane e di Firenze, che in Via del Corno ambientò il romanzo “Cronache di poveri amanti”, patrimonio della nostra letteratura”.

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