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Renato Guttuso e l’intramontabile realismo dell’immagine

ottobre 23, 2013 • Arte e Poesia, z in evidenza

 

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di Dario Cataldo

Passano gli anni, cambiano epoche e movimenti culturali, ma Renato Guttuso resta. Granitica, solida, fissata su fondamenta impenetrabili, l’arte dell’artista siciliano è sempre verde, non passa mai di moda. Come un circo itinerante, le sue opere sono puntualmente esposte in Musei e Gallerie di tutto il mondo, attirando continuamente sequele di appassionati e curiosi, alla ricerca dell’emozione unica che solo una tela di Guttuso può suscitare.

Così è stato per “Renato Guttuso. Il Realismo e l’attualità dell’immagine” organizzata nei mesi scorsi al Museo Archeologico Regionale di Aosta e adesso presso la Galleria d’Arte Maggiore di Bologna. Non solo, Vernissage sono previsti a New York, Mosca, oltre che in strutture permanenti come la Tate Gallery di Londra e la Galleria Nazionale di Arte Moderna a Roma. Vittorio De Sica nella cinematografia, Pier Paolo Pasolini nella produzione letteraria e, per l’appunto, Renato Guttuso nella pittura, sono i capofila del neorealismo italiano, conosciuto in tutto il mondo per il numero di emulatori che ne hanno tentato le veci, con esiti spesso discutibili.

Anticonformista per natura, il Pittore originario di Bagheria è un degno figlio del mezzogiorno più genuino, quello che non teme il confronto senza passare inevitabilmente dallo scontro. Di notevole spessore intellettuale, non ha mai nascosto la sua scelta, coraggiosa per l’epoca – in pieno ventennio fascista – dello schierarsi contro il Regime dittatoriale del Duce, appoggiando l’opposizione, tra le fila del partito comunista.

Il suo vigore, il suo impeto caratteriale sono tangibili nella produzione artistica, la quale attinge al basso, attinge al ceto popolare, per elevarsi a vette ancora oggi inarrivabile. Traduttore dell’istanza di rinnovamento, è la voce di chi fino a quel tempo non ha avuto voce; un mediatore tra passato e futuro, a tal punto da sincretizzare registri classici, con idiomi vernacolari.

Profondo conoscitore della realtà circostante, ne trae ispirazione, spunto artistico e sensoriale. In aperta polemica con le avanguardie a lui coeve, che a suo modo non si assumono la responsabilità di una produzione fedele delle richieste sociali, Guttuso diventa il megafono di un intero popolo, riuscendo laddove molti hanno fallito. Insieme al conterraneo Ignazio Buttitta, noto poeta dialettale, capace di trasformare in versi il dinamismo e le contraddizioni della terra siciliana, la pittura estrosa del Nostro, riflette le vicissitudini plurisecolari legate al mondo contadino, alle lotte di classe e al tema a lui caro dell’universo femminile.

La donna, musa ispiratrice di tanti scrittori e artisti, rappresenta per Guttuso il fascino unito al mistero, rendendo un semplice ritratto carico di rimandi evocativi e ancestrali. D’altronde è proprio dalle esperienze quotidiane che l’Artista dà il meglio si sé. L’amore, il partito, il paesaggio locale, la famiglia, sono tutte locuzioni di un dialogo mai scemato, tra il Pittore e la realtà a lui vicina.

Egli stesso afferma: “tra gli acquarelli di mio padre, lo studio di Domenico Quattrociocchi, e la bottega del pittore di carri Emilio Murdolo prendeva forma la mia strada avevo sei, sette, dieci anni”. È dalla quotidianità, dalla vita che scorre sulla propria pelle, lasciando ora gioie ora dolori che il Guttuso pittore si specchia con l’uomo.

Qualche critico d’arte giudica la produzione dell’artista bagherese, affine al realismo socialista sovietico. In verità, mentre per quest’ultimo, la matrice ideologica è fortemente enfatizzata, come uno strumento al servizio del committente politico, la spinta che muove il pennello di Guttuso è libera e indipendente, per nulla imposta ma consensualmente voluta.

La libertà delle proprie scelte è il marchio di fabbrica di un uomo che ha portato l’italianità in tutto il mondo; vero ambasciatore di un periodo culturale tanto febbricitante quanto cruciale per le successive evoluzioni storiche. Il suo spirito inquieto gli valse il titolo di “Sfrenato”, perché continuamente alla ricerca di nuovi stimoli, radicati in ogni modo, in ciò che reputava vero e concreto, in una visione corale dell’uomo, con le sue sfaccettature e i suoi cambi di direzione.

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