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Il fine vita interpella laici e credenti

ottobre 18, 2013 • Cultura e Società, z in evidenza

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A Torino Il 7 ottobre scorso si è tenuto alla Fondazione Feyles un dibattito tra il sociologo prof. Emerito Della facoltà di sociologia di Torino Giuseppe Bonazzi, il teologo Ermis Segatti e il Dottore PierPaolo Donadio sul tema:

Il fine vita interpella laici e credenti.

Riportiamo qui l’ intervento dell’ Emerito Prof. Giuseppe Bonazzi Università di Torino

Desidero rivolgere due domande, a un uomo di fede e a un uomo di scienza. Ma prima è necessario un breve preambolo. Scrive Edgar Morin che la morte è per l’uomo l’evento al tempo stesso più naturale e più culturale. E’ l’ evento più naturale perché morire fa parte integrante della vita stessa, gli uomini sono per definizione esseri mortali. Ma è anche l’evento più culturale perché il suo significato è immensamente mutevole: a livello macro-storico varia con il variare delle civiltà umane e del loro grado di sviluppo; a livello micro-individuale varia a seconda di quanto tempo si vive, di come le persone hanno vissuto, del perchè e del come muoiono.

Sul finire del secolo scorso è forse Norbert Elias in La solitudine del morente (1982) l’autore che più ha acutamente esaminato di come e di quanto sia cambiato il significato e la rappresentazione della morte nel passaggio dal Medio Evo all’era moderna. Dalla morte come evento pubblico e frequente, che avveniva di fronte a chiunque “tra tormento e sporcizia”, spesso non allontanando il fetore dei corpi decomposti, si è passati a considerarla un evento privato, da circondare di riservatezza e di rispetto, e dove lo zelo igienista consente tutt’al più la presenza di pochi intimi oltre agli addetti professionali. Elias vede questo cambiamento come effetto del più vasto processo di civilizzazione e di pacificazione interna della società: ingentilimento dei costumi e “buone maniere” non portano soltanto alla diffusione dell’etichetta, portano anche alla rimozione sociale della morte. Non soltanto oggi si muore nascostamente, ma si evita il più possibile di parlarne: se da un lato si è superato il tabù del sesso, dall’altro si è imposto il tabù della morte. Queste cose Elias le scriveva negli anni ‘80 e in larga parte restano vere. E’un fatto che più si allunga la vita e più svanisce l’ angosciosa incombenza la morte, almeno per quanto riguarda la nostra. Paolo Manicardi non esita a definire quella attuale come una società post-mortale perché “caratterizzata dalla volontà di vivere senza invecchiare, far indietreggiare la morte, spingere sempre più oltre i limiti della longevità umana“.

Tuttavia una novità importante è comparsa negli ultimi trent’anni, ossia il diffondersi di nicchie di pensiero che in controtendenza con l’ esorcizzazione della morte, non solo sostengono la necessità di riaprire il discorso sull’evento finale della nostra vita, ma anche di mettere in atto tecniche opportune per sdrammatizzarlo, aiutando i morenti a viverlo con la massima serenità possibile. Marie de Hennezel è una delle voci più note di questo approccio che si colloca nel grande campo delle cure palliative. Paolo Vineis, nella prefazione all’edizione italiana del suo La morte amica, sottolinea le critiche all’accanimento terapeutico e alla freddezza di una medicina che si limita ad allontanare il più possibile lo spazio e il tempo della morte . Il malato, che lo voglia o no, deve morire il più tardi e il più lontano possibile. La morte, sostiene invece de Hennezel, è qualcosa di troppo importante per considerarla solo il momento finale di una sgradevole agonia. Il morente ha diritto di uscire dalla vita quantomeno con le stesse attenzioni con cui vi è entrato, deve essere accompagnato e aiutato a mettere ordine nel suo equilibrio interiore e nelle sue relazioni affettive . Pur con vari limiti – l’entusiasmo militante e un po’ingenuo, l’ attenzione limitata di fatto alla fase terminale di pazienti ospedalizzati, il rischio che quelle pratiche diventino un business – non si può negare alla de Hennezel il merito di stimolare nel lettore riflessioni inquietanti e precise.

Vengo così alle mie domande. Al sacerdote chiedo: la Chiesa nella sua azione pastorale gronda di storicità. Nel suo lungo Medioevo, durato d’inerzia fino al Concilio Vaticano II, si è compiaciuta di dare una rappresentazione terroristica della morte. Nelle sue meditazioni penitenziali si scorgeva un compiacimento quasi necrofilo per la descrizione dettagliata degli spasmi dell’ agonia, il disfacimento della carne, la putredine incombente. Il tutto come esortazione tremenda ad affidarsi ai Sacramenti , unico viatico di salvezza al cospetto di Dio.

Per fortuna queste intemerate non si odono più, ma al loro posto è sopraggiunto il silenzio. O meglio, al discorso sulla morte si è sovrapposto il discorso sulla sacralità della vita fin dal primo istante del concepimento, a condizione che avvenga in modo naturale . La condanna della Chiesa degli interventi artificiali sugli inizi della vita appare ancora più singolare se raffrontata alla sua silenziosa indulgenza sul prolungamento artificiale della vita stessa, anche se ridotta a pura condizione vegetativa.

Se su un lato è ben stabilita la condanna dell’ eutanasia, sull’ altro lato non è mai stata pronunciata una simmetrica condanna dell’ accanimento terapeutico, non una parola è stata mai spesa sulla liceità morale degli sforzi di laboratorio di andare oltre i naturali limiti della vita. L’ enfasi sulla vita come dono di Dio da tutelare fino all’ ultimo respiro non solo porta ad emarginare il memento mori, mafinisce con l’essere percepito come un tacito avallo tanto della tendenza nell’ attuale società edonista di esorcizzare la morte, quanto dell’apologia scientista dei continui progressi in campo medico. E’ come se una sinfonia che prevede suoni e silenzi, pieni e vuoti, fosse eseguita esaltando i suoni e i pieni e omettendo i silenzi e i vuoti.

L’effetto è una musica appiattita e stravolta, insensatamente parossistica e banalizzata. Anche il nuovo Papa che tanto ci stupisce per toni e discorsi mai uditi dai papi precedenti, finora non ha detto nulla sulla morte e sulla necessità di ripensarla in modo più sereno del passato. E’ solo un caso o il suo silenzio nasconde una più grande debolezza della Chiesa nel riprendere in termini radicalmente nuovi uno dei suoi temi preferiti nei secoli scorsi ? Chiedo: come delineare con connotati non terroristici una nuova teologia della morte in consonanza con i problemi e le sensibilità del mondo moderno? Come ricordare serenamente che soltanto la morte da un senso concluso alla vita umana?

Vengo ora alla domanda al dottore. Continuamente ci giunge notizia di nuove vittorie nella lotta contro la malattia con il conseguente allungamento delle speranze di vita – seppur contestualmente all’ aumento delle carestie e delle morti per fame nei paesi più poveri. Noi, che viviamo in paesi ricchi, siamo felici che le nuove scoperte ci risparmino sempre più lo strazio della morte precoce dei nostri cari. E se qualcuno muore a ottant’ anni, siamo istintivamente indotti a pensare che forse avrebbe potuto vivere ancora qualche altro anno. Ci avviamo verso una società di floridi ultraottuagenari, e alcuni già immaginano che la vita umana possa essere sempre più portata a 100 anni e oltre. Bene, e poi?

Mi domando se nella comunità medica qualcuno ha mai riflettuto sull’effetto paradossale di questi progressi, nel senso che la somma delle utilità per i singoli individui si traduce a livello collettivo in un problema gigantesco e totalmente nuovo nella storia dell’umanità. Ci rendiamo conto che il prolungamento della vita umana ha un impatto devastante sugli equilibri demografici, sociali, politici , economici, culturali, etici dei paesi in cui si verifica? Il dibattito oggi in corso sull’ innalzamento dell’età pensionabile non è che un minuscolo assaggio di ciò che avverrà nel giro di alcuni decenni.

I medici possono rispondere che non è affar loro, perché a loro tocca spetta solo tutelare e prolungare il più possibile la vita umana come valore in sé. Se è meritorio l’impegno della medicina nel dare speranze di vita a persone malate nel fiore degli anni, ben più dubbi mi provocano gli sforzi di prolungare artificialmente la vita, magari intervenendo in un prossimo futuro sullo stesso DNA. Il senso e la liceità di questo indirizzo di ricerche non può essere monopolio della comunità medico-scientifica. Questa ha cominciato a produrre conseguenze antropologiche talmente macroscopiche da richiedere che non proceda più in modo separato e indifferente a quelle conseguenze.

E’ urgente una riflessione interdisciplinare tra le varie comunità scientifiche e professionali: economisti, sociologi, psicologi, produttori di cultura e non ultimi teologi morali. Questa riflessione non può che rientrare in un progetto politico complessivo su ciò che dovrà essere le società umana nelle prossime generazioni.

E’ un problema gigantesco tanto a livello individuale che sociale. Ammettiamo che nel giro di alcuni decenni le speranze di vita aumentino di 8-10 anni e che quindi sempre più persone sfiorino o oltrepassino la soglia dei cento anni. Ammettiamo pure che ci arrivino in soddisfacente salute fisica: ma come si riempie di senso, di attività, di progetti, di relazioni sociali la vita di un centenario? Come è possibile dargli una mente talmente grande da permettergli di tenere presente tutta la sua vita, il senso complessivo che essa man mano acquista nel suo dipanarsi lungo un secolo?

E’ una domanda a cui per ora non è stata data risposta e che non è stata neppure affrontata

Ma incombe un problema ancora più drammatico e di difficile soluzione: pur escludendo la prospettiva fantascientifica di una vita prolungata a 120-130 anni, come può funzionare una società in cui la maggioranza assoluta della popolazione è costituita da floridi e supervitaminizzati vegliardi? Non è forse una società egoista che pur di sopravvivere toglie vita alle nuove generazioni? Non è un portare alle estreme conseguenze la scelta politica di indebitare lo Stato pur di soddisfare bisogni e desideri di padri e di nonni lasciando una voragine di debiti ai pochi figli appena nati o agli ancora più pochi nipoti che verranno? In nome della vita si innesta un egoismo generazionale non consono all’ amore del prossimo: nostri prossimi non sono solo i contemporanei, lo sono anche , direi soprattutto, i nostri posteri.

Non ultimo, rallentare il ricambio generazionale comporta la conseguenza negativa di soffocare l’ innovazione. Non sono i floridi ultraottuagenari a innovare in qualunque campo, sia esso scientifico, artistico, politico o culturale. L’ innovazione è sempre portata da menti fresche che si affacciano alla vita libere dagli schemi del passato.

Ma in una società demograficamente vecchia anche il sapere è vecchio, perché i giovani sono sempre più pochi e quella società è destinata a deperire e ad estinguersi. Affinché un’intera società non muoia, la morte dei suoi singoli componenti appare sempre più come un evento provvidenziale da non procrastinare artificialmente. Chiesa e Medicina che cosa hanno da dire su questi punti? 

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