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Gloria, ovvero la femminilità oltre l’apparenza

ottobre 16, 2013 • Cinema e Dintorni

 Gloria-Paulina-García

di Dario Cataldo

Emblema della normalità, esponente di un mondo – quello femminile – tanto semplice quanto complesso da capire. È Gloria, l’eroina dell’omonimo film di Sebastiàn Lelio, premiato alla Berlinale 2013 con l’Orso a Paulina Garcìa, come migliore attrice protagonista. In lei, si rispecchia la carica vitale, emotiva ed affettiva che solo nel femmineo è possibile tracciare.

Lontana dal mondo patinato dello showbiz hollywoodiano, dall’immagine artefatta della donna, tutta botox e carne in vendita, la pellicola del regista cileno, mostra la realtà oltre la finzione, la donna oltre l’apparenza. Grandi occhiali davanti due occhi espressivi, rughe sul volto a testimonianza del tempo che passa, un corpo per niente ricercato e per niente nascosto, sono il distintivo di Gloria, e, diciamo la verità, chissà di quante altre donne sparse nel mondo.

Ben vengano tentativi – se riusciti come questo – in cui la femminilità è trattata come soggetto e non come oggetto, come merce di scambio tra uomini. Gloria è prossima alla sessantina, con un divorzio alle spalle e due figli adulti indipendenti e noncuranti della madre, che continua imperterrita nella ricerca della felicità, cantando in macchina e andando a ballare per sfuggire alla solita routine. In grado ancora di sedurre con il fascino della coerenza, con lo splendore e la sensualità dell’autenticità.

Nelle scene di nudo con Rodolfo – incontrato una sera come tante – l’occhio della telecamera non cela le imperfezioni scolpite sui corpi dei due amanti, non gioca con il chiaro scuro per la poca audacia nell’osare. Non ricerca l’effetto speciale; non è necessaria la tecnologia 3D, spesso la vera attrattiva di film dal basso profilo narrativo. La tridimensionalità è dettata dalla vita di una donna fiera, con i suoi acciacchi e i suoi difetti. Con la pelle non più tonica come un tempo, la panciera in bella vista e un Glaucoma con cui convivere, Gloria frequenta ancora le balere, cerca ancora l’amore e fuma l’erba, simulando ogni giorno un tuffo nel vuoto della vita, per capire cosa le riserva non solo il futuro, ma anche il presente, l’oggi.

La Santiago in cui è ambientato il film fa da spalla alle vicende narrate. Una città dalla storia importante, troppo spesso bistrattata, provata dalla dittatura di Pinochet, ma dalle potenzialità inespresse, che cerca un riscatto sociale dignitoso e meritevole, provando a risollevare il capo nonostante le asperità. Tutto ciò, in funzione della causa di Sebastiàn Lelio, il quale non ancora quarantenne, sembra conoscere benissimo il lato più sensibile della donna-madre, matura e consapevole della propria forza.

Pur sola e con carenze d’affetto, la femminilità di Gloria prevale su tutto, dimostrando un coraggio che non è affine soltanto alle donne di Santiago, bensì a tutte le distanze geografiche. A far da cornice al sublime disegno tracciato da Lelio – che oltre alla regia collabora al montaggio, alla fotografia, alla sceneggiatura e alla produzione – una colonna sonora che è parte integrante delle dinamiche di scena, che si presta sapientemente a modellare il mondo visto dalla prospettiva della protagonista.

Come non ripensare alle note di “Gloria” di Umberto Tozzi, che nel finale riecheggiano, scandendo un ritmo musicale all’unisono con l’impeto di vita della Gloria di Paulina Garcìa. Dopo “La Sagrada Famiglia” del 2005, Lelio fa ancora centro, dimostrando di non essere una meteora, ma una consolidata certezza del firmamento cinematografo indipendente, capace di deliziare i palati più esigenti con un prodotto degno delle retrospettive femminili del miglior Amodòvar. Il suo coraggio nel puntare sulla normalità, nel mostrare ciò che altri registi tendono a sottacere, fanno di questa pellicola cilena, un baluardo dell’orgoglio di essere “Over”, un caposaldo da sfoggiare con disinvoltura e naturalezza, proprio come è naturale Gloria in tutto ciò che fa, nel modo in cui guarda alla vita

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