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Il rating di Cassandra

ottobre 14, 2013 • Politica, z in evidenza

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 di Mara Stecchini

 Abbiamo iniziato a sentirne parlare da qualche anno, e sono già diventate l’incubo dei mercati finanziari, nonché dei comuni cittadini ormai assuefatti ad un linguaggio mediatico inflazionato da sofisticate terminologie anglosassoni. Tanto da non curarsi più del loro reale significato, come capita di fronte a quelle locuzioni oscure ma invalse nell’uso che suscitano sempre un senso di vaga inquietudine.

Sono le famigerate “rating agencies”, dalla denominazione inglese letteralmente tradotta

come “società che si occupano di assegnare stime, classificazioni, valutazioni” circa la solidità e la solvibilità di determinati titoli di credito immessi sul mercato finanziario internazionale. Le più riconosciute ed influenti sono le cosiddette “Big Three”, ovvero la “Standard and Poor’s” e la “Moody’s Investor Service”, che hanno sede negli Stati Uniti, e la “Fitch Ratings”, che ha due quartieri generali, uno a New York City ed uno a Londra. Compito loro affidato, secondo le logiche di strategia economica del capitalismo speculativo imperante (che ha portato, ricordiamolo, alla peggiore crisi economica del dopoguerra), quello di aumentare l’efficienza del mercato globale fornendo informazioni utili per proporre e guidare gli investimenti, nel tentativo di superare i molteplici problemi di asimmetria informativa ricorrenti. Gli operatori si affidano di conseguenza ai giudizi emessi dalle agenzie di rating, – espressi solitamente in termini di lettere maiuscole o minuscole seguite da simboli positivi o negativi secondo una scala predeterminata – per decidere quali titoli acquistare tra Titoli di Stato, obbligazionari e azionari, poiché più redditizi e solvibili alla scadenza, ed in che misura, a seconda della conseguente predisposizione al rischio dei soggetti che investono.

Ma quali meccanismi e parametri di riferimento accertati esistono in un mondo così intricato e “scivoloso” come quello dell’alta finanza?

Quale tipo di responsabilità, anche grave, può sussistere a carico di determinati istituti i quali esprimono pubblicamente giudizi pregnanti circa la consistenza economica e morale

di altri soggetti, rischiando di influenzare l’innesco di bruschi mutamenti patrimoniali dai riflessi imprevedibili ed esponenziali?

I pericoli sono molti, e probabilmente non calcolabili a priori, poiché è sempre rischioso addentrarsi nel mondo delle previsioni, terreno cedevole e quantomai evanescente, soprattutto quando ci si riferisce ad elementi su cui si dovrebbe costruire un sistema economico concreto, costruttivo e imponente, finalizzato al benessere comune.

Secondo un famoso mito greco, che non dovrebbe smettere di farci riflettere, Cassandra, figlia del re di Troia Priamo, e sacerdotessa nel tempio di Apollo, ricevette dal dio stesso il dono della preveggenza, in cambio del suo amore. La profetessa prediceva terribili sventure, ed era perciò invisa e temuta da molti, ma allorchè rifiutò le profferte amorose del nume, egli, adirato, la condannò a rimanere per sempre inascoltata, privandola della dote della persuasione e precipitandola nell’abisso dell’incomunicabilità. Vediamo come i Greci, grandissimi ed insuperati pensatori, capaci di scandagliare le profondità dell’animo alla ricerca di una porzione di umana saggezza, abbiano cercato in questo modo di spiegarci come sia impossibile prevedere degli eventi negativi senza incorrere nel pericolo che questi si avverino, poiché solo con il grandissimo dono della persuasione, e della comprensione, si possono indurre le persone a non commettere atti controproducenti.

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Al di fuori del mito e tornando ai nostri giorni, le critiche che possiamo opporre all’istituto della agenzie di valutazione finanziaria sono molteplici. Innanzi tutto ricordiamo che sono state ripetutamente oggetto di disamina da parte degli analisti per la loro scarsa obiettività, in quanto non esenti da conflitti di interessi con il resto del mercato. Teniamo conto, prima di tutto, che le agenzie in questione sono organismi privati e tassativamente non governativi, poiché in tal caso sarebbero presumibilmente inaffidabili a priori, in quanto direttamente interessati a proporre valutazioni positive per i loro prodotti; ma il loro carattere di istituzione societaria privata le espone al pericolo conseguente di possibile manipolazione a livello sistemico. Infatti esiste un evidente conflitto di interesse nel caso di consigli sui fondi di investimento strutturali, cioè quelli nati per finanziare i vari progetti di sviluppo che hanno come obiettivo, per esempio, la riduzione delle disparità regionali in termini di ricchezza e benessere, oppure l’aumento dell’occupazione o il sostegno della cooperazione transnazionale: l’agenzia di rating, essendo esperta del settore, potrebbe in un primo momento dare consigli all’emittente su come la costruzione di un titolo potrebbe influire sul rating dello stesso, e successivamente emettere un rating che conferma i propri consigli, fruendo così dell’opportunità di guadagnare due onorari. Secondo alcune stime recenti, addirittura il 44% del compenso di “Moody’s” nel 2006 è derivato dalle sue attività nel comparto finanza strutturata. Inoltre, è da tenere in considerazione il metodo con cui vengono attribuiti i voti, in quanto esistono due sistemi di richiesta di valutazione e di intervento: i rating cosiddetti “unsolicited” (non richiesti), emessi di propria iniziativa dall’agenzia, e quelli “solicited” (richiesti) dall’emittente stessa del titolo finanziario in questione. Nel caso di rating unsolicited la valutazione del titolo avviene senza alcun ingaggio formale, non prevede alcun compenso per l’agenzia, e la classe di valutazione assegnata dipende soltanto da informazioni pubbliche, mentre nel caso dei rating “solicited”, le valutazioni sono richieste solo dalle migliori emittenti, che sono in grado quindi di stanziare fondi per le indagini di mercato e sono finalizzate ad attirare gli investitori esibendo valutazioni positive.

In altre parole, le valutazioni positive, e di conseguenza le previsioni di favore, sembrerebbero conseguenti alle possibilità di manovrare il mercato in termini di potere finanziario precostituito. Certo, un notevole sistema per favorire qualsiasi forma di sviluppo economico! Senza contare un altro versante del tema scottante, costituito dal dubbio più che giustificato che le suddette agenzie abbiano contribuito allo scoppio della crisi economica mondiale, assegnando rating troppo alti alle obbligazioni garantite dagli infausti “mutui subprime” (mutui ipotecari sulla casa concessi ad alto tasso a chi aveva avuto pregressi problemi di insolvenza) nel 2008 in America, processo che ha portato al fallimento della “Lehman Brothers”, Istituto di Credito verso cui era stato peraltro emesso rating positivo appena una settimana prima. Elementi, questi, che probabilmente costituiscono il nocciolo sostanziale e la conseguenza fatale di una crisi che ancora in questi giorni attanaglia l’economia statunitense, stretta in una morsa che ormai ha assunto un carattere non più congiunturale, ma politico e sistemico, con il debito pubblico ormai giunto alle stelle, la necessità non rinviabile di un suo innalzamento ed il mancato accordo in questo senso tra repubblicani e democratici, con il conseguente rischio di shut-down, ovvero di paralisi dello stato federale.

Ovvero, i danni dell’”ingegneria finanziaria” sommati ai danni delle “previsioni chiaroveggenti” (ma pilotate) sulla stessa ingegneria finanziaria, in un contesto economico globalizzato dove il lavoro e l’organizzazione del lavoro, le persone e le loro risorse hanno sempre meno a che spartire.

La vigilanza sulle agenzie di rating è affidata in ogni Stato all’autorità competente: in Italia l’organismo di controllo è gestito dalla Consob e coinvolge l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma), mentre negli Stati Uniti esiste un corrispettivo istituto rappresentato dalla “Sec”(Commissione per i Titoli e gli Scambi). Di altro tenore le voci levatesi a livello locale, che hanno coinvolto alcune Procure della Repubblica, come quella di Trani, dove, nel 2012, è stata aperta un’inchiesta da parte del pubblico ministero Michele Ruggiero, su esposto del presidente dell’”Adusbef” (Associazione per la difesa dei consumatori e utenti bancari), Sen. Elio Lanutti, circa l’operato di “Moody’s”. Le ipotesi sono quelle di aggiotaggio, turbativa e manipolazione di mercato e abuso di informazioni privilegiate. Le prime conclusioni dell’inchiesta sono arrivate a contestare, in merito al declassamento delle banche italiane avvenuto nel 2010, di aver posto in essere “una serie di artifici concretamente idonei a provocare una destabilizzazione dell’immagine, prestigio e affidamento creditizio dell’Italia sui mercati finanziari” mediante comunicazioni ai mercati fatte “in maniera selettiva e mirata in relazione al momento di maggiore criticità della situazione politica ed economica italiana, cagionando alla Repubblica Italiana un danno patrimoniale di rilevantissima gravità”. Il polverone suscitato ha indotto recentemente lo stesso governatore della Bce, Mario Draghi, ad affermare come “bisognerebbe imparare a vivere senza le agenzie di rating o quantomeno imparare a fare meno affidamento sui loro giudizi”.

Con buona pace della profetessa Cassandra.

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