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LE VERITÀ DEI DUE PADRINI, Gaetano Badalamenti e Tommaso Buscetta

ottobre 9, 2013 • Mafie, z in evidenza

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di Ennio Remondino

Come avvicinare un super criminale, un terrorista, un mafioso, o una spia, come convincerlo a parlare, domande da fare o non fare, risposte e silenzi che dicono.
Ho incontrato Gaetano Badalamenti almeno una decina di volte nel parlatorio del carcere federale di Memphis, Tennessee. Era l’inverno del 1993 ed ero in pausa, una sorta di “vacanza” dalle temibili trasferte nella Sarajevo assediata. Esiliato dal mio Tg1 per ordine di Bruno Vespa, partecipavo ad una produzione internazionale tra l’inglese Channel 4, la tedesca Focus Tv e la Terzarete Rai. Titolo dell’inchiesta, qualcosa che vi farà ridere: «Andreotti e la mafia». Simpatico vero? Ho sempre avuto una vocazione per le cose tranquille nella vita.

Quell’inchiesta l’hanno vista in onda in Gran Bretagna, in Germania, probabilmente negli Stati Uniti. Voi in Italia vi siete accontentati di una sorta di faccia a faccia tra i due boss storici di allora. «La verità dei due Padrini»: Badalamenti detto don Tano e Tommaso Buscetta. Sia chiaro che non ho mai scoperto se Andreotti baciò Totò Riina.

Per arrivare a un mafioso del calibro di Gaetano Badalamenti, anche se in carcere, giocano tanti fattori. Il primo, che lui abbia qualche interesse a rendere noto qualcosa, poi, che possa fidarsi di te. Nel mio mestiere ho frequentato più banditi e assassini che belle donne, dico a battuta, ma in parte è vero. Ed un contatto trascina l’altro, come le ciliegie. Io partii da un importante detenuto italiano nel Metropolitan Correctional Center di New York, roba di spie e faccendieri, e fui “raccomandato” a don Tano che era stato in cella col primo personaggio. I contenuti delle interviste a Badalamenti e Buscetta, sarà la Rai a decidere se rimetterle in onda. A voi racconto che Buscetta era diventato amico e bazzicava casa mia quando tutti voi credevate fosse nascosto e protetto dall’ Fbi negli Stati Uniti. Mentre Badalamenti cercava soltanto di tornare a morire in una galera italiana.

Incontrai Badalamenti quando lui aveva 70 anni e già un cancro alla prostata. Secondo la condanna americana nel processo “Pizza connection”, avrebbe dovuto campare sino a 109 anni per uscire di galera. È morto nel 2004, a 81 anni, nel centro medico federale del penitenziario di Devens nel Massachusetts. Perché l’intervista, anzi, le due interviste? Lui voleva venire a morire in Italia ma senza il prezzo del pentimento che avrebbe condannato a morte gran parte dei suoi famigliari. Una sorta di “dissociazione” senza denunciare altri. Fu così per le Brigate rosse, ma non fu ritenuto possibile per un boss mafioso. Con Badalamenti ci furono lunghi colloqui in parlatorio e una prima intervista tv. Alla domanda “come è andata?” fui sincero, “Lei appare come il vero Padrino del film”. Non gradì, ma dopo un po’ giunse una lettera firmata G.B. che mi chiedeva di poter riprovare.

Va precisato, per rispetto ai morti e per conoscenza dei vivi, che c’era il vincolo a non fare domande sui processi in corso. Per Badalamenti in Italia, l’omicidio di Giuseppe Impastato, il militante di Democrazia Proletaria che attraverso il suo programma radiofonico aveva denunciato le attività del boss. Per quell’omicidio a Badalamenti giunse la condanna poco prima della sua morte. Il resto è ricordo e impressioni. L’intelligenza estrema del soggetto, nella incoltura delle forme. La mafiosità che si esprimeva anche nei dettagli. E la disperazione, mi parve, dietro quella faccia di contadino siciliano prigioniero nella terra di Elvis Presley. Non so se don Tano gradì il servizio che misi assieme a Roma. Assemblaggio di due diverse interviste a cercare di trasmettere la verità più vicina al suo pensiero e al suo essere. Perché anche un mafioso assassino ha diritto all’onestà giornalistica

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