MENU

La Storia dell’Arte, un ospite sgradito alla riforma Gelmini

ottobre 8, 2013 • Cultura e Società, z in evidenza

download

di Dario Cataldo

Indesiderata, considerata alla stregua di un optional, un mero accessorio del sistema dell’Istruzione Italiana, la Storia dell’Arte è quasi avvertita come un retaggio del passato, da cestinare e andare avanti. Niente di più sbagliato per educare le nuove generazioni alla bellezza.

Docenti di tutta Italia, Majors dei Beni Cultuali e decine di migliaia di attivisti, hanno aderito alla petizione per la tutela della Cultura, chiedendo l’abolizione della Riforma Gelmini del 2010. Senza un reale fondamento logico, in barba alla storia del Bel Paese costellata di testimonianze artistiche, tali da fare impallidire qualsiasi altra Nazione, la tanto criticata disposizione legislativa è ancora oggi motivo di discussione e scetticismo.

Perché eliminare l’insegnamento della Storia dell’Arte dal Biennio delle scuole superiori, esiliando le restanti ore al triennio successivo, il quale è facoltativo? Con seimila siti archeologici a livello nazionale, dei quali quarantaquattro protetti dall’Unesco – tra archeologici e non. Cinquemila musei, quarantasei mila beni architettonici vincolati, innumerevoli borghi giudicati “Gioiello d’Italia”, con dipinti, sculture, e strutture all’interno di innumerevoli edifici di culto, non si capisce il motivo della sussistenza di una Legge che limita la conoscenza dell’Arte, specie italiana.

Non dobbiamo stupirci se poi, chi frequenta i musei, approfitta dei “low cost”, dei saldi di fine stagione per risparmiare sull’esoso prezzo del biglietto. Se ci rendessimo conto del potenziale insito nel patrimonio culturale della Penisola, ci penseremmo due volte prima di attentare all’incolumità della Bellezza.

L’educazione a ciò che è bello deve inevitabilmente passare dall’insegnamento nelle scuole dell’obbligo, vera palestra per la cultura, il nastro di partenza da cui iniziare per affinare successivamente la propria preparazione personale. Eliminando aprioristicamente un insegnamento così importante, priviamo le nuove generazioni del gusto verso il bello, che sarà compensato da scorciatoie effimere e per niente concrete.

L’Italia dovrebbe fornire un’offerta artistica e culturale in grado di incrementare il Prodotto Interno Lordo più dell’industria manifatturiera, più del terzo settore e di ogni altra fonte economica. Con le inestimabili tracce di un glorioso passato, con la Cultura dovremmo non solo comprare il pane, ma anche rivenderlo all’estero. Invece, incomprensibilmente, siamo costretti a ricorrere a petizioni da presentare agli organi di competenza, per elemosinare ciò che è un diritto per ovvietà.

Quanto meno, risposte confortanti arrivano dalle parti interessate. Maria Chiara Carrozza, Ministro dell’Istruzione, dopo avere recepito la petizione, insieme a Massimo Bray, Ministro dei Beni Culturali, dichiara: “Sono consapevole della necessità dell’insegnamento della storia dell’arte in un Paese come l’Italia, il cui inestimabile patrimonio culturale andrebbe valorizzato al meglio, trasmesso alle giovani generazioni perché ne comprendano a fondo il senso e l’importanza e lo arricchiscano con nuove idee e prospettive che guardino al futuro del Paese. Farò il possibile perché questa priorità per la scuola possa essere condivisa dal Governo e dal Parlamento, nonostante la crisi economica che stiamo attraversando”.

Le fa eco Emanuela Colantonio, delegato dei docenti di storia dell’arte firmatari del documento, la quale sottolinea l’importanza della materia per scuotere i ragazzi, stimolare la loro creatività, fondamentale anche in altri ambiti disciplinari: “se gli studenti vengono sensibilizzati, sono interessatissimi alla storia e alle caratteristiche dei beni culturali, anzi – continua l’insegnante – grazie ad essa si può capire molto meglio la storia stessa, la religione, la filosofia, la matematica, la geometria”.

È quantomeno doveroso ripristinare la situazione scolastica ad una condizione precedente alla Riforma Gelmini, includendo l’insegnamento propedeutico per il Biennio ed estendendo a quattro il numero di ore settimanali riservate alla storia dell’arte.

Degli errori del recente passato, sono i giovani di adesso a pagarne le conseguenze, in termini di disoccupazione e carenza di strutture idonee a traghettare i neolaureati nel mercato del lavoro.

Tergiversare affinché i giovani di domani si trovino nelle medesime, precarie condizioni non è diabolico, di più.

Dall’immenso tesoro culturale che la Storia ci affida, traiamo un insegnamento, adottiamo politiche serie, volte alla valorizzazione e non all’alienazione. Tamponiamo l’emorragia della fuga di cervelli, investendo in un settore dalle potenzialità inespresse. Con i corsi e ricorsi storici, tanto, prima o poi dovremo fare i conti.

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »