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LA CONTA DEI PUPI DEL PAPI

ottobre 2, 2013 • Politica, z in evidenza

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di Ennio Remondino
Un Partito come bene personale. Ma i parlamentari eletti sono burattini nelle mani di Mangiafuoco o hanno dignità loro? L’opera dei Pupi alla rappresentazione finale

Viaggiando nel mondo tra despoti variamente sanguinari ma tutti rigorosamente paranoici, ho acquisito una certa esperienza di quella che mie amici nei Balcani chiamavano la «Follia da potere». Definendone patologia e sintomi. Arroganza e contemporanea mania di persecuzione, percezione di onnipotenza e vittimismo congenito, divinizzazione di se stesso e l’umanissimo peccare praticato con pervicacia. Quando l’equilibrio tra tante “antinomie” praticate dai potenti si spezza, allora si scatena il delirio, la follia che, nelle mie esperienze estreme, è giunta sino a provocare guerre feroci.

Chi si occupa di narrare la politica interna italiana, mestiere che non invidio, oggi ci dice che siamo alla resa dei conti. Che quell’equilibrio di contraddizioni che teneva in piedi un ventennale sistema di potere antinomico con la democrazia liberale sta per saltare. Narrano che “dante causa”, privo oggi di ogni freno inibitorio di opportunità che lo ha salvato nel passato, sta proponendo una prova di forza decisiva che potrà perderlo non avendo certezza del potere a lui rimasto. Oppure, ormai caricatura di se stesso, ora si dice pronto a votare la legge di stabilità e il blocco dell’aumento Iva.

È il tentativo di allontanare da sé la colpa di aver provocato la crisi per le sue vicende giudiziarie e soprattutto per allontanare l’uscita dal Parlamento. Ma il trucco dell’ormai cadente prestidigitatore della politica da baraccone non regge più. Tentativo debole perché la scelta della rottura arriva dopo l’annuncio delle dimissioni di massa contro la sua decadenza e soprattutto perché le modalità e i tempi con cui è stata decisa l’uscita dal governo ha spaccato in modo irreversibile il suo partito a cui aveva sventolato la fenice Forza Italia come futuro. Ma l’Italia non ha più la forza di reggerlo.

Il successo dei falchi che attorniano il burattinaio bolso s’è trasformato in debacle. La presa di distanza di Alfano, dei ministri, di esponenti storici della prima FI, come Cicchitto e Sacconi, segna la rottura con quel popolo dei moderati che vent’anni fa qualcuno disse di voler rappresentare. Pare vincano Santanché, Verdini e Bondi che si impongono a tutto il gruppo dirigente del partito. La decisione delle dimissioni imposte arriva con una telefonata al segretario e vicepremier Alfano fatta dall’avvocato onorevole Niccolò Ghedini. Si avvicina forse il giorno in cui potremo tornare a tifare Forza Italia?

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