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Il pluricondannato detta le regole. E noi paghiamo

settembre 29, 2013 • Politica, z in evidenza

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Di Loredana Biffo

Crisi di governo, il pluricondannato ha in scacco il Paese. Ora il primo impatto sarà quello economico. E dire che lui era quello che sosteneva che lo spred non conta nulla, intanto dopo il risultato delle ultime elezioni c’era già stato un aumento del differenziale di rendimento tra BTP e Bund dovuto all’esito delle elezioni, che all’Italia costò 1,5 miliardi in più di servizio sul debito nel primo anno, e 8 miliardi nel prossimo triennio. 

Queste sono le cifre del prezzo politico della demagogia, ma è un processo che in base alla reazione dei mercati finanziari, l’Italia non è in grado di affrontare se non attraverso l’aiuto dell’Europa, la quale farebbe bene dal canto suo a chiedersi cosa fa cadere un paese nelle braccia dei demagoghi. Questi attaccano l’Europa, ma forse ignorano che sfidare le banche centrali, ha come conseguenza la perdita di denaro, che è l’unica rete di protezione su cui il Paese può contare. Per dirla in soldoni, è diventato impossibile ottenere un mutuo per la casa, un prestito famigliare o un finanziamento per la propria impresa; cose già molto difficili allo stato attuale.

La rimonta del Pdl e la vittoria di Grillo, ci dicono che dietro la parola “populismo”, vengono edulcorate cose che politicamente sono molto più pericolose di quanto tale espressione non lasci immaginare. Da questo risultato elettorale si evince che non esiste un populismo, ne esistono tanti (nel nostro caso due), possiamo certamente sostenere che oggi il populismo si esplica come “cattiva politica”.
La parola populismo, ha una genealogia pressochè sterminata, che non riguarda solo la politica, si tratta infatti di un fenomeno letterario estremamente conosciuto, lo si può riscontrare per esempio in un bel libro di Alberto Asor Rosa: “Scrittori e popolo”, in cui la letteratura italiana viene tacciata di una vena populista, di essere prevalentemente populista con l’unica eccezione rappresentata da Pier Paolo Pasolini.
Ma stando al populismo inteso come fatto politico, e facendo un percorso il cui inizio risale a quando questo termine entra nell’uso corrente del linguaggio. Partiamo dunque dal populismo originale e poi dai populismi sudamericani e terzomondisti che avvengono in seguito, poi il termine subisce un’inflazione che comincia più o meno negli anni 80.
Importante ricordare che esiste un populismo snobistico, quello usato contro il popolo, e uno usato contro la democrazia, al quale non si dovrebbe concedere questo appellativo, andrebbe definito semplicemente come “antipolitica” perchè è democraticamente assai rischioso.
Quanto più il populismo diventa popolare, tanto più ci si allontana dai fenomeni cosiddetti populisti da cui ha avuto origine.
La parola populismo nasce in Russia, in Italia è stata divulgata da Franco Venturi, illustre storico torinese, in riferimento ad un movimento di intellettuali che si chiamava populista, questa era la traduzione che ne veniva data in occidente, che esaltava il popolo-in particolare i contadini, e sognava una forma di socialismo romantico, di stampo agrario tradizionalista,
e antioccidentale.

Ritroviamo poi la parola populismo alla fine dell’ 800 in America, dove veniva fondato il People’s Party che era un partito mobilitatore del malessere dei contadini propietari del sud contro tutto quello che era grande e potente, le grandi imprese, le grandi città, le grandi banche, la grande finanza, i politici ecc.
E’ da precisare che il populismo americano è un concetto infinitamente resistente e vitale rispetto a quello russo, divenuto ormai ritrovabile solo nei manuali di storia. L’orientamento politico che si può riscontrare nel pensiero americano fin dai tempi delle colonie e dell’indipendenza è il tema dei piccoli contro i grandi che si ripete continuamente e ritorna nei temi dell’individualismo, il famoso “Self made man”, della autonomia e responsabilità degli individui, delle virtù tanto decantate della “Middle class”.
In base a questo concetto, tutti i politici americani sono stati definiti molto spesso, populisti, Roosvelt perchè si preoccupò dei ceti popolari, i repubblicani conservatori come Regan perchè invocavano la libertà individuale; populista è stato definito il Maccartismo. Oggi si parla di populismo di Obama, l’Economist definì populista Mc Caine perchè sosteneva che si trattava di un caso di populismo economico, in quanto credeva che i poteri del governo dovessero essere utilizzati per controllare le corporations e le lobby.
Ma l’uso e abuso che si fa del populismo nostrano, dovrebbe perlomeno indurre ad una certa riflessione, si osservi quanti personaggi vengono accomunati sotto questa etichetta. E’ un termine molto inflazionato, gia dalla metà degli anni ’50, lo si usava per definire populisti dei movimenti e regimi che apparivano in Sud America tra gli anni ’20 e gli anni ’60.
come non ricordare il caso del peronismo, proiettato anche sul regime di Tullio Vargas in Brasile; come sappiamo, Peròn in Argentina, e tutti i dittatori sudamericani, moltissimi non militari venivano definiti populisti. E’ un’espressione che serve a differenziare questi movimenti e regimi, innanzitutto dal fascismo. Anche se Peròn ebbe qualche parentela con il fascismo, in quanto addetto militare a Roma, e ammiratore di Mussolini.
Il populismo, è un concetto che ha subito dilatazioni enormi, al fine di applicarlo ai regimi dittatoriali del terzo mondo, regimi in cui le elezioni assicuravano ai dittatori le apparenze di una “legittimità popolare”. A tal proposito si può osservare che il concetto non è più utilizzato a descrivere quasi esclusivamente paesi del terzo mondo governati da leader carismatici, ma fa sempre più riferimento a situazioni dell’Europa occidentale (si veda i vari populismi di destra neonati in Europa), e in particolare il caso italiano che vede la vittoria di un populismo bipolare: Berlusconi-Grillo.

Negli ultimi venti anni, Pdl-Lega-Movimento 5 stelle, hanno costituito un populismo si è caratterizzato come “patologia della democrazia rappresentativa”.
Se è noto che il fascismo evocava spesso la sua estrazione popolare, ma in realtà preferiva le classi medie, cioè il popolo erano – secondo la sua visione – le classi medie, sappiamo anche che la prerogativa dei populismi americani era quella di rivolgersi alle masse. Si trattava di movimenti che non organizzavano ed educavano le masse secondo il modello socialista, ancor meno le incitavano alla lotta di classe. Si trattava di regimi che tendevano piuttosto a “integrare le masse”, attraverso delle forme di “attrazione simbolica” e materiale verso un dato sistema politico, pensiamo ai fil su Evita, dove imperversava la rappresentazione del clientelismo, paternalismo, politiche economiche generosamente redistributive, questo non aveva nulla a che vedere con il fascismo. Ovviamente queste politiche non producevano affatto sviluppo e democrazia, si trattava di pura demagogia, ma che si contrapponeva allo strapotere delle oligarchie ( c’è qualche consonanza con l’attualità nostrana) agrarie o allo strapotere dell’imperialismo.
Il populismo sudamericano, non fu una vera e propria ideologia, ma una retorica del popolo virtuoso, delle classi dirigenti, la parte sana di queste, che si presentavano come corrotte e oppressive.
Il populismo fece così il giro del mondo fino a diventare utile alla classificazione di tutti quei regimi che in Africa ed in asia risultava difficile inquadrare in una classificazione, ma che avevano in comune la retorica del popolo sovrano, il nazionalismo, l’animperialismo, leaderschip personale, nonché l’irriducibilità al comunismo di stampo sovietico. Vedi il Nasserismo in Egitto, Sucarno Indonesia, Ingruma nel Ghana. Erano tutti populisti, non si tratta di fascismo, che è irriducibile alle categorie occidentali, non lo capiamo, però la parola populismo è servita a dare rappresentazione di questo intruglio.
Si trattava di un intruglio che le istituzioni che provenivano dall’occidente, lo stato, la mobilitazione di massa, il partito venivano messi in interazione con il contesto locale, quello che ne veniva fuori era una strana ricomposizione detta populismo. E’ così che la parola si è inflazionata: due sociologi, Glenner e Ionescu, scrissero nel 1970, che tutto diventa populismo, definito uno stile che utilizza la retorica della bontà e volontà del popolo, che avrebbe saggezza e moralità innata, in una concezione unificata e organica di comunità originaria armonicamente in equilibrio con sé stessa.
Nel linguaggio politico e giornalistico, la parola populismo, è diventata ricorrente e di uso comune, con una valenza simbolica di tipo snobisti-spregiativo. Un sociologo, Stanley Hoffman, preferisce anziché la definizione populismo, quella di “antiparlamentarismo”, e, con mia grande soddisfazione- quella di “antipolitica”.
Anche la Thatcher era populista con il suo appello alla classe media, per non parlare del comunitarismo di Blair, Chavez, Walesa in Polonia, Elstin e quant’altro. Oggi questa parola, viene utilizzata anche per classificare le nuove destre non convenzionali che sono apparse in tutta Europa – ed è questo il lato preoccupante del futuro dell’Europa. Si tratta di partiti che non sono né fascisti, né liberali, né conservatori.
E’ stato un gran divertimento provare a ricercare questi populismi per metterli in uno schema, si parte dal defunto Haider in Austria, continuando con i regionalisti del belgio, il Front National francese, la Lega italiana, Grillo I pirati, il Pdl. Abbiamo il populismo, neopopulismo, nazionalpopulismo, tecnopopulismo, petropopulismo di Chavez. Si è inventata la “sovranità popolare”, se un tempo era azzardato dire: “parlo in nome del popolo”, oggi questa parola è invocata fino alla nausea da chi è al governo, rivendicando così legittimità a governare. La invoca l’opposizione per definire indegno chi governa, e tutti a sbrodolarsi in lodi al popolo, di cui si sentono gli interpreti assoluti. Un brutto vezzo che è andato aggravandosi col tempo, quindi tutto è diventato populismo. E’ fin troppo facile essere accusati di essere populisti, qualsiasi cosa si faccia.
Per la sinistra era nel cromosoma appellarsi al popolo, la destra lo ha fatto più opportunisticamente, ma periodicamente torna il tema del popolo in tutte le correnti. Del resto adesso non si parla più di destra e sinistra, ma di modernità, come priorità assoluta, indiscussa e legittima degli spiriti animali del Dio mercato su cui una parte consistente della sinistra converge in modo molto disinvolto e disancorato dalla realtà del “popolo”.
Conservatorismo è la difesa dello stato sociale e tutti quei meccanismi volti a proteggere la società dal mercato. Senonchè stigmatizzare i “nuovi conservatori” di populismo.
Lo stesso paradigma è stato usato per Grillo, che da tempo dice cose che la stragrande maggioranza della gente pensa, cioè che i privilegi della classe politica sono insopportabili.
Si è perso così di vista il vero problema, cioè di sottovalutare il vero pericolo della democrazia: “l’antipolitica”, la difficile compatibilità di questi partiti con la democrazia, il loro messaggio è: “siamo populisti, quindi siamo popolari”. In realtà solleticano i segmenti di elettorato che sono i più colpiti dal declino dello stato sociale, della deintrustrializzazione, della disoccupazione.
Le forze di sinistra, un tempo rappresentavano e interpretavano il malessere dei ceti popolari, gli fornivano un discorso politico alternativo, oggi invece ricollocandosi dal lato della modernità, non riescono a comunicare ne con questi, né con il ceto medio; per non parlare dell’inettitudine che ha prevalso sulla questione della legge elettorale.

In questo atteggiamento di spregio nei confronti della democrazia, vi è un’apparente rispetto di questa, che in realtà è stata snaturata, chiamare tutto questo populismo, si rischia di fare un’operazione di ridimensionamento, l’antipolitica è una vera malattia, esiste dovunque si esalti la leadership personale o la competenza dei tecnici.
E’ necessario riflettere sul significato delle parole, dietro alle quali ci sono cose, fatti, persone, eventi. Attenzione allo slittamento semantico del fatto che, si perde la radice di certi termini, perdendone anche il senso dei fenomeni e dei processi che questi termini intendevano definire. Questo caratterizza la doppiezza che hanno le politiche populista una volta che vengono messe in atto. Peculiare del populismo è inoltre il fatto di ricercare il modo di mantenere aperte tutte le possibilità in modo da poter essere tutto e il contrario di tutto, vivere con le ambivalenze e le incoerenze in maniera quasi felice, come testimonianza della propria vitalità.
Il populismo è un richiamo ad una dimensione identitaria polisemica e polivalente adattabile in tantissime circostanze, ma che crea una sorta di condivisione anche se momentanea e fallace, dove la menzogna appare evidente fin dalle premesse.
La ragione per cui il populismo viene confuso con i principi democratici, e quindi non percepito come tale, è che esso, come molti altri concetti, è di per sé stesso un guscio vuoto, che può essere riempito e dotato di senso da qualsiasi cosa gli venga versata all’interno. E’ questa la difficoltà ad individuarlo e a definirne le caratteristiche invarianti nel tempo e nello spazio quando si considerano le sue manifestazioni. Paul Taggart (Patologia della politica rappresentativa. 2000) sottolinea come “il populismo abbia una natura essenzialmente camaleontica, e questo comporta che assuma sempre le tonalità dell’ambiente in cui fa la sua comparsa”. 

 

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