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ONU:o si cambia o sarà catastrofe climatica

settembre 27, 2013 • Economia, z in evidenza

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  Di Dario Cataldo

Nessun allarmismo da Talk show, né tanto meno propaganda spicciola fomentata da qualche attivista ambientale. È direttamente l’ONU che attraverso l’Intergovernamental Panel on Climate Change, il cui acronimo è IPCC, scaglia la pietra contro l’indifferenza ai problemi climatici. Dopo sei anni di lavoro e numerose perizie di esperti e accademici, ecco il testo di oltre 2.200 pagine che getta luce sulle condizioni deficitarie in cui alberga il pianeta Terra. Innalzamento della temperatura, del livello del mare, dell’accumulo di anidride carbonica, della deforestazione a scopo di lucro, in parole povere, uno preambolo da incubo. Questo è uno dei quattro scenari prospettati dal quinto rapporto dell’IPCC, per il quale non è più tempo di tergiversare bensì di agire e anche in fretta. Resterebbero soltanto dieci anni per correggere una rotta destinata al sicuro naufragio, dieci anni per innestare un cambiamento che parta dalle alte sfere della politica per giungere ad ogni singolo abitante del globo. Un appello concitato, indirizzato specialmente alle grandi potenze mondiali, che puntualmente sforano il tetto delle emissioni nocive nell’atmosfera terrestre. Stati Uniti, Giappone, India, Cina sono tra le superpotenze con i più elevati tassi inquinanti nell’aria. Più croce che delizia dell’ecosistema, la superpotenza cinese vanta un trend disastroso: dal 2000 ha contribuito per 2/3 a innalzare il tasso di CO2 a livello globale. Paradossalmente, però, propria il governo cinese è quello che investe di più nelle energie rinnovabili, che di certo fa ben sperare per il futuro. The Economist in una recente classifica tra gli Stati virtuosi, annovera la Cina come modello per il futuro, perché imparando dai propri errori sta facendo di necessità virtù. Sta proprio qui il bandolo della matassa: impegnare le risorse economiche e sociali, affinché nei prossimi dieci anni, si possa drasticamente ridurre lo sfruttamento del suolo per i combustibili fossili; si possa ridurre la deforestazione che priva il pianeta di un polmone verde in grado di alimentare il ciclo della vita; si possa sensibilmente ridurre il tasso di anidride carbonica, il quale si stima che potrebbe arrivare alla soglia record di “936 parti per milione”. Ad impreziosire il bollettino di guerra, tra le ipotesi realizzabili – se non ci sarà l’agognata virata climatica – c’è l’innalzamento della temperatura, capace di trasformare il nostro pianeta in una sorta di roveto ardente, una fornace con la quale fare i conti. Afferma Riccardo Valentini, uno dei coordinatori europei degli scienziati IPCC: “Per la prima volta ci è stato chiesto di esaminare l’ipotesi di un aumento compreso tra i 4 e i 6 gradi, quello verso cui attualmente stiamo andando. In questo caso l’impatto sulla vita del pianeta sarebbe pesantissimo: i biologi ormai parlano di sesta estinzione di massa”. A destare perplessità, anche Stephanie Tunmore, responsabile clima di Greenpeace, la quale non usa mezze misure: “L’ultima volta che il nostro pianeta è stato esposto a concentrazioni di anidride carbonica superiori a 400 parti per milione le temperature erano di 4 gradi più alte e i mari avevano guadagnato fino a 40 metri: non sembra il caso di ripetere quell’esperienza dovendo trovar posto a 9 miliardi di esseri umani. Agendo subito in direzione dell’efficienza energetica, delle fonti rinnovabili e della modifica degli stili di vita possiamo ancora contenere i danni”. Certo, un drastico cambiamento a cui i paesi più industrializzati sono chiamati a rispondere, sarebbe vano senza il supporto di solide iniziative politiche. L’Unione Europea ha già fissati punti concreti su cui investire: la nuova programmazione 2014-2020 prevede cospicui finanziamenti verso chi aderisce alle energie rinnovabili, verso chi opta per la green economy. Ingenti perdite sono attribuibili agli sbalzi termici: Il riscaldamento globale ha già causato riduzioni nei raccolti di mais, frumento e orzo. Gli scenari più allarmanti includono peggioramenti delle situazioni che interessano l’Asia e l’Africa, i due Continenti ancora fortemente penalizzati dalla carenza di cibo. Temperature elevate rendono difficile il reperimento di acqua e scorte alimentari, generando a cascata problematiche sanitarie, specie per i soggetti più a rischio. Bambini e Anziani, essendo particolarmente sensibili a malattie e agenti inquinanti nell’aria, sarebbero i primi a risentire degli effetti del cambiamento climatico. Un caso su tutti: basti pensare che “nel 2003 il caldo e la siccità hanno causato soltanto in Europa 35.000 morti”. I prossimi anni saranno determinanti per la salvaguardia del pianeta, per come lo conosciamo. Da Bruxelles un appello unilaterale ai 28 Stati Membro: Fissare il target di taglio della CO2 del 40% e proporre negoziati ONU “in modo tale da sviluppare un approccio di equità e condivisione degli sforzi a livello globale”. I dati che giungono da più parti in merito alle condizioni climatiche sono incontrovertibili: o si cambia o sarà catastrofe climatica.

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