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Il congresso del Pd. Aspettando Godot

settembre 25, 2013 • Politica, z in evidenza

 

 godot

Di Gianfranco Pagliarulo

 Lasciamo ai dirigenti Pd il giudizio. Gianni Pittella, candidato segretario del partito: “il Partito democratico non si merita questa classe dirigente. C’è chi lavora scientemente per il caos con l’unico scopo di sopravvivere, spingendo così il partito al suicidio politico”; Maria Chiara Carrozza, ministro: “dal Pd è arrivata una immagine terrificante”; Guglielmo Epifani, segretario: “un dibattito indegno”. Così, dopo l’assemblea del 21 settembre, in cui si è deciso di non decidere; è mancato il numero legale, si è fissata la data delle primarie all’8 dicembre ma non le regole che dovrebbero consentire di rispettare quella data, non si è modificato lo Statuto, per cui il nuovo segretario diviene automaticamente l’unico candidato premier del Pd, in un vortice di organismi, cavilli e trappole statutarie. Dietro questo bailamme, ovviamente, le candidature: del come far sì che Renzi sia segretario e candidato premier ovvero del come, ed a tutti i costi, impedirlo. In mancanza di una prospettiva si va avanti a battute: “abbiamo votato l’8 dicembre; mica abbiamo detto di che anno!”, “il 21 settembre? Una bruttissima giornata”, “ci stiamo facendo del male”.

Ancora una volta il Pd implode. No, non è il definitivo tramonto. Come non lo è stato l’affondamento di Romano Prodi alla presidenza della Repubblica o il sostegno al governo Letta, in radicale contrasto con i desiderata degli elettori. E’ solo un ulteriore indebolimento, un assist insperato al partito di Berlusconi, un regalo al movimento di Grillo. Ed anche la conferma che, nel volteggiare e nell’aggrovigliarsi di cordate d’ogni genere, il Pd non ha né identità, né anima, né coesione. Ha, certo, una politica, per quanto al suo interno contraddittoria, che è causa non ultima dei suoi mali: le “larghe intese”. Dalla fine del 2011 (governo Monti) il partito di Epifani, già di Bersani, sta in maggioranza col partito di Berlusconi. E’ l’unica possibilità – si disse e si dice – per uscire dalla crisi. A distanza di due anni la gelida replica dei fatti è la seguente: sono aumentati il debito pubblico, il fabbisogno dello Stato, il differenziale debito-Pil, la pressione fiscale, la disoccupazione, la disaffezione della politica, come fa giustamente notare Curzio Maltese (Il Venerdì, 20 settembre). L’unico successo è la riduzione dello spread.

Governo Letta? Ciò che colpisce è quello che non ha fatto: nessuna ricontrattazione dei patti leonini europei che rendono impossibile qualsiasi ripresa economica, nessuna legge elettorale. “Senza crescita e coesione l’Italia è perduta”, affermò Letta nel discorso di insediamento alla Camera. Ne consegue che, non essendovi stata alcuna crescita e diminuendo la coesione sociale, l’Italia si sta perdendo. Puro Vangelo. Letta aggiunse, a proposito del “porcellum”: “Non possiamo più accettare l’idea di parlamentari di fatto imposti con la  stessa presentazione delle candidature”. Ebbene, ad oggi non c’è nessuna nuova legge elettorale. Si dice: ma bisogna considerare che il Pdl pone ostacoli; appunto: se il Pdl si mette di traverso, perché governare col Pdl?

Quello che va avanti, invece, è una riforma della Costituzione ambigua e oscura. Ambigua, perché si cambia l’art. 138, e cioè le procedure stesse tramite cui modificare la Carta. Oscura, perché non è affatto chiaro dove si vada a parare. Ed è sempre più plausibile immaginare una deriva presidenzialistica; è infatti il modo più ragionevole di interpretare queste parole, tratte sempre dal discorso del Presidente del Consiglio alla Camera: “Occorre poi riformare la forma di governo, e su questo punto bisogna  anche prendere in considerazione scelte coraggiose, rifiutando piccole  misure cosmetiche e respingendo i pregiudizi del passato”. Perché va avanti la riforma della Costituzione? Elementare, mio caro Watson: perché l’aumento dei poteri dell’esecutivo, e dunque una qualche forma di presidenzialismo, fa parte integrante del programma elettorale del Pdl.

L’intesa con Berlusconi, però, è la classica mano del morto che afferra il vivo (anche se, a dire il vero, non è molto chiaro chi sia il morto e chi sia il vivo), dato l’imbarazzante paradosso di governare con un condannato in tutti i gradi di giudizio per un reato grave, e per di più contro lo Stato. Ma la frode fiscale di cui alla nota condanna è solo la punta dell’iceberg; sono in itinere il cosiddetto processo Ruby e il ben più grave processo per la compravendita di parlamentari. Non basta: nelle motivazioni, rese note poche settimane fa, della sentenza della terza corte d’appello di Palermo che ha condannato Marcello Dell’Utri a sette anni di reclusione, si legge fra l’altro, riferendosi a Berlusconi, che “l’imprenditore milanese, abbandonando qualsiasi proposito (da cui non è parso, invero, mai sfiorato) di farsi proteggere dai rimedi istituzionali, è rientrato sotto l’ombrello della protezione mafiosa assumendo Vittorio Mangano ad Arcore e non sottraendosi mai all’obbligo di versare ingenti somme di denaro alla mafia, quale corrispettivo della protezione”. La sentenza scoperchia la pentola di una triangolazione Dell’Utri-Berlusconi-mafia che dura per un lunghissimo arco temporale, genera una straordinaria quantità di effetti, si incarna nella presenza costante a casa Berlusconi del mafioso Mangano, ufficialmente stalliere e definito dall’ex presidente del Consiglio “un eroe”. Pochi giorni fa sono stati arrestati una figlia e un genero di Vittorio Mangano per associazione mafiosa, estorsione, false fatturazioni, favoreggiamento e impiego di manodopera clandestina. Coincidenza? Lasciamolo dire a Totò: troppe coincidenze coincidono.

In conclusione, l’esperienza delle “larghe intese” si è dimostrata fallimentare dal punto di vista politico, compromettente dal punto di vista etico, preoccupante nella battaglia per la difesa della legalità; ma anche – occorre aggiungere – pericolosa per la tenuta del sistema democratico: nessuno è così cieco da non vedere cosa sta avvenendo in Grecia, dove al radicale smantellamento dello Stato da parte del governo su commissione di vari poteri extranazionali, corrisponde non solo la crescita dell’organizzazione nazista e criminale di Alba Dorata, ma anche la sua infiltrazione nelle forze dell’ordine e nell’esercito e la sua attività omicida; si comincia persino a ipotizzare la possibilità di un colpo di stato. La Grecia è lontana – si dice a ragione – per mille e un motivo (peso economico del Paese, popolazione, livello di gravità della crisi, e così via). Ma guai a noi se non vedessimo nell’annichilimento di un Paese sovrano, nella disgregazione della sua coesione sociale e nei pericoli di svolta autoritaria, una cifra che, in forme e modalità diverse, rappresenta un rischio incombente su tutti gli Stati dell’Europa mediterranea. Né si può non vedere che le alleanze di governo nella Grecia degli ultimi anni somigliano alquanto a quelle italiane, sia per le “larghe intese”, sia per le figure dei presidenti del Consiglio: il penultimo, Lucas Papademos, era membro della Trilateral Commission, di cui era presidente per l’Europa proprio Mario Monti. Nell’inquietante giro Trilateral-gruppo Bilderberg (sono in gran parte le stesse persone) c’è poi Herman Van Rompuy, dal 2009 Presidente del Consiglio europeo e già primo ministro belga, Jean-Claude Trichet, gia presidente della Bce prima di Draghi e poi presidente della Trilateral Europa dopo Monti, oltre al nostro Enrico Letta. Si dà inoltre il caso che Mario Monti, Mario Draghi e Lucas Papademos abbiano tutti lavorato per la super banca d’affari americana Goldman Sachs.

Cambiano le targhe, ma l’automobile è sempre la stessa.

In quest’orgia di banchieri e politici (anche in questo caso spesso sono le stesse persone) si suona una sola musica, quella degli economisti neoliberisti che pretendono oggi, con le stesse ricette che hanno causato la crisi mondiale, di governare l’Europa. E ci riescono. Per ora. Con i risultati che si vedono in Grecia.

Ma il rischio autoritario è dietro l’angolo, come ci insegna il 900. Ed è più forte quanto più debole è la rappresentanza politica e più grave la situazione sociale.

Di tutto ciò francamente si sono perse le tracce nel fervore dei lavori preparatori del congresso Pd. Si ha invece notizia dell’espulsione del Presidente della Regione Sicilia Salvatore Crocetta dal partito, con richiesta di dimissioni degli assessori Pd in Regione che, naturalmente, non ci pensano neppure, mentre i protagonisti della carica dei centoeuno che ha segato Romano Prodi, invece di essere individuati e cacciati, continuano a bere Campari Soda alle buvettes del Parlamento oltre che – va da sé – a decidere i destini del Pd. Mentre crolla il numero di iscritti, si configurano con sempre maggiore precisione i fans club dei candidati alla segreteria. Ma senza riscaldare i cuori di un popolo di sinistra scettico, lontano e silente. Un cupio dissolvi, aspettando che si riempia il vuoto della politica. O aspettando Godot.

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One Response to Il congresso del Pd. Aspettando Godot

  1. aldo abenavoli ha detto:

    Il quadro è talmente preciso e completo che rende superfluo qualsiasi commento.
    Non resta che radunare le persone di buona volontà e cercare di puntare sulla applicazione della Costituzione. In questo modo molte delle misure che si dovrebbero realizzare ma che le forze politiche non hanno alcuna intenzione di approvare, diventerebbero costituzionalmente obbligate
    .

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